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Venerdì, 18 Dicembre 2009 Angelo Facchi, GOTTOLENGO, Brescia oggi
L'anomalia di Berlusconi
Caro direttore, da quando Berlusconi si è messo in politica, l’Italia si trova alle prese con un eterno e immanente problema istituzionale. La rincorsa fra i giudici che vogliono incriminare un cittadino impelagato in mille controverse questioni, e un cittadino che, tramite i soldi e il suo potere mediatico, riesce a cambiare le leggi al fine di rendersi imperseguibile, è come un serpente che si morde la coda, in un circolo vizioso senza uscita.
In uno stato serio ed efficiente, questa sovrapposizione dei ruoli non dovrebbe esistere dal momento che diversi sono i compiti della magistratura da quelli dei politici. Compito di un politico è quello di governare, indipendentemente dal fatto che la magistratura lo incrimini, o lo condanni. Un conto è essere condannati, un altro è essere delegati a governare i pubblici interessi. Per cui, anche se condannato all’ergastolo, un politico ha il diritto-dovere di esercitare la sua delega, almeno fino a quando i cittadini non gli revochino la fiducia. Il fatto poi che un politico condannato in via definitiva decida di rassegnare le dimissioni, o di continuare ad esercitare il suo mandato, deve dipendere esclusivamente dalla sua coscienza, e non da norme che lo costringano alle dimissioni.
Se un partito avesse il coraggio di proporre un candidato già condannato in via definitiva, lo farebbe a suo rischio in termini di consensi. Se i cittadini decidessero di essere rappresentati da un mafioso, da un corruttore o da un assassino, dovrebbero essere liberi di farlo, e non impediti dalla legge. La delega a governare deve essere sacra, e fintanto che un candidato regolarmente eletto esercita la sua delega, non deve poter essere recluso. Quindi, i processi dovrebbero andare avanti in ogni caso, e giungere a sentenza, mentre i politici dovrebbero esercitare il loro mandato, indipendentemente dai processi e dalle sentenze a loro carico.
Se questi due poteri interferiscono al punto da creare una crisi istituzionale, dove la magistratura impedisce ai politici di governare, e i politici impediscono ai giudici di processarli, significa che qualcosa non va in termini di regolamento. Il problema è di ordine tecnico, e gli esperti costituzionali dovrebbero capire se il vizio sta nella Costituzione stessa, nel qual caso sarebbe tempo di modificarla, o se l’inconveniente deriva da una cattiva interpretazione della Costituzione stessa. In questo caso ad intervenire dovrebbe essere la Corte Costituzionale, chiarendo quelle norme che si prestano a malintesi.
In ogni caso, in un sistema che funziona non deve mai esserci una sovrapposizione di poteri, i compiti devono essere separati e ben distinti, e nessun cittadino dovrebbe essere talmente potente da essere in grado di modificare le leggi ad uso personale.
Quanto a finire in galera è tutta un’altra cosa, perché se uno riesce a raccogliere tanto consenso da essere eletto al Parlamento per tutta la vita, anche se condannato cento volte in galera non ci finirà mai. Sono le regole della democrazia delegata, che impongono di non discriminare su coloro da cui i cittadini vogliono essere rappresentati.
Angelo Facchi
GOTTOLENGO














































