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L'isola pedonale non ferma Chinatown
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Lunedì, 12 Gennaio : 2009 Andrea Galli, Corriere della Sera

Boom di imprese. La giunta Moratti puntava all'effetto contrario

L'isola pedonale non ferma Chinatown


Dieci nuovi negozi in due mesi La ZTL introdotta nell'area di via Sarpi lo scorso novembre, con un anno di ritardo

Image MILANO — In fondo, non ci stessero bene e non si sentissero a casa propria, non avrebbero mai chiamato uno dei negozi «VivaSarpi», laddove Sarpi è il nome di questa strada e di questo quartiere ribattezzato, per la rabbia dei residenti milanesi che oggi oramai si definiscono «sinceramente scoraggiati», Chinatown. Il negozio vende scarpe. Via Sarpi, da novembre, con un anno di ritardo, è diventata zona a traffico limitato (chiusura alla circolazione, niente bus, niente taxi, niente auto eccetto quelle degli abitanti) per volontà del Comune che spera così di spinger via le botteghe dei cinesi e in particolare i grossisti. E invece i cinesi anziché chiudere su e dire addio, nel 2008 hanno aperto in zona 70 nuove attività (nell'elenco della Camera di commercio bar, librerie, centri massaggio, Internet point, parrucchieri), una decina delle quali, pensate un po', nate subito dopo l'inizio dell'isola pedonale, che nei piani appunto del Comune voleva essere una mossa di riscatto (rivincita?) in quest'angolo difficile da domare.

È tormentata, la recente cronologia di via Sarpi: l'annuncio nel 2006 del sindaco Moratti in campagna elettorale («Qui la situazione non è mai stata affrontata, mi impegno a farlo io in altro modo»), la guerriglia cinesi- vigili nel 2007, le tensioni diplomatiche con Pechino, gli sbandierati, molto sbandierati da assessori vari progetti di trasferimento in periferia dell'ingrosso sempre approdati nel nulla, e fiaccolate, ultimatum, striscioni di protesta, multe. Hu Lala, che storia. Hu Lala è il titolare dell'agenzia immobi-liare Huaren ed è il simbolo di quest'ondata di imprenditori che resistono e insistono. Lui e i colleghi hanno in comune tre caratteristiche: la giovane età (Hu Lala ha 24 anni, frugando tra gli altri al massimo si arriva a 35) e un impegno totale e totalizzante (nessun socio e nessun ruolo in altre aziende). Prendiamo la carta d'identità degli ultimi negozi sorti nel quartiere, tutti il 23 dicembre (Xie Linmin in viale Montello, Zeng Linjie in via Sarpi e Jiang Jiangshe in via Giordano Bruno): ecco, l'andazzo non cambia, ci sono sempre età giovane, impegno totale e totalizzante del titolare.

Racconta un investigatore della Questura che poi bisognerebbe vederci meglio, che nel panorama generale possono capitare proprietari «semplici prestanome» e negozi «copertura per altri obiettivi» ma che tant'è, «vai a dimostrarlo, ci troviamo davanti a persone in regola coi documenti, senza precedenti penali, senza nemmeno multe per un divieto di sosta, persone che rispettano norme igieniche e di sicurezza dei negozi, che non fanno altro che lavorare, lavorare, lavorare...». Il trentenne Buli è uno dei debuttanti. Se ne sta nel suo «Punk shop» circondato da borchie e t-shirt con sopra teschi. In attesa di clienti («Vengono solo italiani»), Buli affonda la testolina in un vecchio vocabolario cinese-italiano. «Lavoro a Milano da quattro mesi. Problemi? No». Richard Chen gestisce l'Uniontrade, prodotti e artigianato cinesi. In coda alla cassa ci sono due signore italiane, e a frugare tra gli scaffali ci sono due fidanzatini italiani, un barbuto italiano, un'anziana italiana, insomma ci siamo noi italiani e basta (d'altronde «i prezzi sono concorrenziali, dai cinesi si risparmia »). Dice Chen: «La zona a traffico limitato? Il Comune vuole mandarci via? Va bene, che ci mandi via. Però lei si ricorda la via all'angolo, via Bramante, anni fa? Era un disastro. Abbandonata, degradata, priva di prospettive. Cadeva a pezzi. Voi italiani ci vendevate case e negozi pretendendo comunque che pagassimo subito, in contanti. L'abbiamo fatto, ci siamo indebitati e qualcuno di voi s'è arricchito. Lei mi dirà che è la vita, che soprattutto è il commercio... D'accordo, d'accordo, ma il discorso, vede, adesso vale per noi».

 





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