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LA MORTE IN DIRETTA., Red: F. Capozzi
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 LA MORTE IN DIRETTA., Red: F. Capozzi
Domenica 29 Marzo : 2009 Red.
LA MORTE IN DIRETTA.
Foto da La Stampa
Jade Goody è una ragazza inglese di “assoluta insignificanza contemporanea” (G.Romagnoli): provenienza sociale, cultura, lavoro, ecc.: zero. Era una che se la sfangava. Partecipò alle selezioni del “Grande Fratello” inglese, edizione 2002: fu presa e si fece notare; anzi: divenne famosa. Pur senza vincere, gran parte del pubblico si riconobbe in questa “ribelle dentro”, che diceva parolacce in diretta, si confrontava, spesso polemicamente e irriverentemente non solo con gli altri soci, ma proprio anche con la regia del programma. Però si vedeva chiaramente che la sua rozzezza era sincera, nel senso che la sua era una personalità molto forte, portata allo scontro, e abituata a farlo, sia perché un po’ sul permaloso, e sia perché essendo intelligente coglieva le contraddizioni reali del dire e del fare degli altri, individuando spazi per cui la provocazione poteva sembrare fondata. Insomma, era un vera manna per il programma e per tutta la filiera ad essa collegata, perché i suoi interventi spesso tracimanti, però in qualche modo sollecitati, facevano scalpore, anche se dava l’impressione di essere incontenibile e inarrestabile, una volta preso l’abbrivo polemico. Così capitò che in una puntata del 2006 del programma “Celebrity Big Brother”, una specie di “L’Isola dei Famosi” inglese, ebbe più di un alterco in diretta con la diva di Bollywood Shilpa Shetty presente nel programma, e portatavi dal suo stesso modo di fare, bollò con epiteti non solo offensivi, ma pesantemente razzisti la sua interlocutrice. E’ inutile dire che l’Audience schizzò in alto: ma per le reazioni politiche che innescò, fu messa alla porta del programma. Questo episodio suscitò reazioni in tutto il mondo. E, benché fuori dal programma, la sua fama addirittura aumentò, facendola diventare una richiestissima divetta fissa delle “ospitate” (sempre a pagamento) in tutte le possibili trasmissioni tv, in cui si richiedevano una o più “opinioniste”, come sono così garbatamente chiamate le tizie o i tizi che devono sproloquiare su un qualche argomento, con la sottostante e implicita richiesta che scoppi la rissa in diretta, “l’appiccico”, possibilmente con parolacce e schiaffi, ecc. Così che quando c’era lei c’era sempre la succosa attesa dello spettatore che si aspettava una qualche sua intemperanza: attesa che non restava inappagata, con la gioia dei producer e pubblicitari della trasmissione. Mentre partecipava all’edizione indiana del “Grande Fratello”, in diretta le fu dato l’annuncio della positività di alcune analisi mediche: aveva un cancro. Da questa data, è incominciato il suo calvario medico: prima l’isterectomia, che purtroppo non diede i risultati sperati; poi la chemio, in seguito la radioterapia. Tutti eventi che ebbero una rilevanza mediatica fortissima, perché la sua vicenda continuava ad essere oggetto della golosa, se non morbosa, curiosità del pubblico televisivo, che si spostava dagli exploits caratteriali, alla “partecipazione” ai vari stadi della malattia, da lei sopportati con dignità, anche se la sofferenza era evidente. Anche perché la devastazione operata dal male segnava con sempre maggiore severità il suo fisico: le ultime apparizioni la vedevano completamente calva. Poi, il 22 marzo alle tre del mattino è spirata. Aveva provveduto a sposare il suo fidanzato, Jack Tweedy, per assicurargli una forma d’introiti dal diritto d’immagine e per proteggere le due figlie che aveva avuto nel passato. La sua morte ha suscitato commozione: lo stesso Premier inglese, Gordon Brown, ha elogiato il suo coraggio. Mi colpisce come la vicenda sia la stessa di un vecchio film del 1980 del grande regista francese Bertrand Tavernier dal titolo “La morte in diretta”, in cui, in un contesto avvenieristico, una modella, l’affascinante e misteriosa attrice Romy Schneider, alle prese del male accettava di essere ripresa; l’operatore, ma anche sempre più coinvolto testimone, che la riprendeva, era Harvey Keitel. All’epoca, il film sembrava pura fantasia e la tv era lontanissima dal concepire l’approccio pratico-culturale che la caratterizza oggi, rispetto alla spettacolarizzazione della realtà. E il regista, autore intellettuale ma attento alla qualità spettacolare del suo cinema, dichiarò che aveva lavorato non poco per rendere plausibile l’ipotesi centrale del film, il cui soggetto era stato tratto da un romanzo. Suscitò dibattiti, sia perché era un bel film, e sia perché, specie nella tv Usa, già allora qualche traccia di questo percorso s’intuiva. L’idea centrale narrativa del regista era che la tv distorcesse qualunque verità, anche la più assoluta e totalizzante, come è, o dovrebbe essere, quella della morte. Col suo imporci una partecipazione emotiva, che è sempre costruita narrativamente, anche se il fatto sta avvenendo in tempo reale, la depaupera di dignità e la rende relativa, non più nostra, non più della persona che la sta subendo, ma a metà, come sospesa tra chi veramente la subisce, perché è una perdita di persona cara, ecc.; e lo spettatore che la vive dall’esterno, come qualcosa di evanescente, d’inesistente. Il pubblico funerale, che certamente non mancheranno di farci vedere, sarà una spettacolarizzazione assoluta, uno show fine a se stesso, con pubblicità, sponsor ecc.: come lo fu in misura mega quello per la Principessa Diana, non a caso considerato il più grande evento mediatico del decennio trascorso. Affermo questo non per scandalizzarmi: perché come dice Dick Tracy, “c’è quel che c’è e poi quel che si vorrebbe che ci fosse”; ma per capire con più lucidità ciò che sta avvenendo, senza infingimenti o illusioni. Direbbe U. Galimberti che il corpo qui spettacolarizzato, è stato già del tutto privato della sua umanità e drammaticità per renderlo solo spettacolare, oggetto di visione fasulla, non vera: anche se nemmeno del tutto falsa, perché questo è un dei paradossi della “narrazione” televisiva. Per cui nemmeno mi stupirei se si venisse a sapere che è tutto un grande falso, in tutta la serie di eventi che riguarda Jade fosse un colossale finto, compresa questa morte quasi in diretta. Cinismo? Può darsi; ma se conosceste certi producer televisivi, vedreste che questi non arretrerebbero di fronte a nulla pur di fare audience.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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#1 Dom 29 Mar, 2009 09:28 |
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