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Attualità, Analisi, Indagini e Reportage :: La piazza fa a meno dei leader CLAUDIO GALLO
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  Lunedì, 28 Dicembre 2009    CLAUDIO GALLO, La Stampa


La piazza fa a meno dei leader

    Molti, più realisti del re, avevano dato per morta l’opposizione iraniana. Impossibile battere il formidabile apparato repressivo che stritola le proteste tra la mandibola religiosa degli ayatollah conservatori e la mascella militar-tecnocratica dei pasdaran. Meglio tenersi buono quel presidente eletto in modo così improbabile e cercare di mettere le briglie al programma nucleare iraniano. In fondo, questa è stata la linea del Presidente Obama, anche se alcuni segni alludono a un possibile cambiamento.

Oggi ritroviamo i verdi in piazza nelle principali città, più determinati che mai.

Mentre la trattativa sul nucleare è ormai arenata sulla sterile questione di chi abbia rotto per primo la trattativa.

Il regime è ancora forte e gode del sostegno di una parte non trascurabile della popolazione, ma qualcosa sta cambiando. Nonostante i morti, l’opposizione incassa una grande vittoria: la protesta è dilagata e la polizia e i basiji per la prima volta hanno dovuto arretrare, talvolta scappare. E tutto questo è accaduto senza nessun leader che arringasse le folle in piedi sul tetto dell’automobile, come un Lenin in cima all’autoblindo. Si stempera così la minaccia ricorrente da parte del governo di arrestare Mousavi, Karroubi, Khatami e gli altri. Il movimento ha dimostrato di potere andare avanti senza di loro, anche se i leader riformisti hanno ancora una grande partita da giocare.

Oggi bisogna registrare il fallimento della sanguinosa repressione di questi mesi, ciò significa che l’opposizione è radicata profondamente nella società. Il regime invece non è riuscito a superare le contraddizioni interne: quella tra il clero che appoggia le proteste e il clero stretto intorno alla Guida Suprema e quella tra vecchia destra tradizionalista e i neocon iraniani, legati alla macchina industrial-militare dei pasdaran.

Chi è oggi il regime? Certo non il presidente Ahmadinejad, che dopo la dubbia elezione è stato praticamente confinato al ruolo di superministro degli Esteri. È raro ormai che nei momenti cruciali intervenga sui problemi interni. Il leader riformista Mehdi Karroubi lo ha definito «un burattino». La Guida Suprema Ali Khamenei si occupa direttamente delle questioni di sicurezza coi ministri competenti, i pasdaran sono il suo braccio esecutivo. Funzionalmente (certo, dal punto di vista storico il paragone è improponibile) tra Khamenei e i pasdaran c’è lo stesso rapporto che c’era tra Hitler e le SS. Ma non è finita, perché dietro il regime c’è una figura che per un attimo affiorò alla luce delle cronache nei tumultuosi mesi del «golpe elettorale», per poi sparire di nuovo all’ombra del suo immenso e invisibile potere: Mojtaba Khamenei, il figlio della Guida Suprema. Religioso di second’ordine, sembra essere il vero burattinaio dei servizi di sicurezza. Di lui si è detto che vuole succedere al padre alla guida del Paese: la dinastia dei Khamenei a Teheran come la dinastia dei Kim a Pyongyang?

La nordcoreizzazione del Paese non sarà semplice. Ieri l’Iran è tornato a bruciare nel giorno più sacro per l’Islam sciita e nel settimo giorno dalla morte del Grand’Ayatollah Montazeri, guida spirituale dell’opposizione. L’Ashura ricorda il sacrificio dell’imam Hussein: episodio centrale quanto lo è per i cristiani la crocifissione. Hussein combatte in nome della giustizia contro le forze soverchianti del califfo Yazid, pur sapendo che sarà sconfitto e ucciso. La rivoluzione khomeinista cominciò proprio nel giorno dell’Ashura, la giornata di ieri potrebbe avere aperto un nuovo imprevedibile ciclo.

 





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