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  Mercoledì, 30 Dicembre 2009   


La sicurezza ha un prezzo troppo alto

    L’eredità degli Anni Zero? Un catenaccio chiuso a doppia chiave. Serve a difenderci dal terrorismo islamico, la cui offensiva ha segnato l’intero decennio, dopo il crollo delle Torri gemelle nel 2001. Ma incatenando le nostre società, siamo riusciti a respingere il nemico? A quanto pare no, o almeno è questa la lezione dell’attentato fallito sul cielo di Detroit.

E allora stringiamo ulteriormente il catenaccio, moltiplichiamo ispezioni e controlli, apriamo nuovi fronti (lo Yemen, dopo l’Afghanistan e l’Iraq). Ne va di mezzo l’utopia d’un mondo senza guerre, senza una gioventù spedita in armi verso luoghi esotici e lontani. Ne va di mezzo quell’ultimo grammo di privacy che avevamo conservato, con uno scandaglio elettronico che in aeroporto fruga non solo nel bagaglio a mano, bensì pure dentro il nostro stomaco. Ne va di mezzo l’abitudine a prendere un volo all’ultimo minuto, con un’attesa media di tre ore in ogni scalo. Ne va di mezzo, in breve, la nostra libertà.

Nulla di strano, dalle minacce bisogna pur difendersi. E d’altronde l’umanità - come diceva Freud - ha sempre barattato una vita più libera in cambio d’una vita più sicura. Ma qual è il prezzo del baratto? Perché la sicurezza costa, e costa in quattrini, oltre che in diritti. La guerra in Iraq ha succhiato più di 500 miliardi di dollari alle finanze americane. Questa cifra diventa quasi il doppio tenendo conto dell’Afghanistan, lievita ulteriormente con i 70 milioni appena stanziati per lo Yemen. Dopo l’attentato alle Twin Towers, sempre gli Usa hanno investito 40 miliardi per ristrutturare il loro sistema di sicurezza aerea. Gli altri Paesi non hanno fatto meno. Soldi ben spesi, si dirà. Ma in ogni caso sottratti alle politiche sociali, all’assistenza dei più deboli, degli emarginati. Del resto non c’è spazio per la solidarietà quando nel consorzio civile si diffonde un clima di sospetto, quando l’altro che incontri per strada o in aeroporto è un terrorista potenziale.

C’è un’alternativa alle catene? Per individuarla, dovremmo liberarci da due abbagli collettivi. Primo: il terrorismo non è l’unica minaccia alla nostra sicurezza. Esiste, certo, e va affrontato senza cedimenti; ma se è per questo, esistono pure i morti sul lavoro (in Italia sono mille l’anno) o quelli in incidenti d’auto. Secondo la National Highway Traffic Safety Administration, negli Stati Uniti le vittime superano la cifra di 3 mila al mese, più di quanti perirono nell’incendio delle Torri; eppure nessuno pensa di mettere un limite alla cilindrata delle autovetture, alla velocità massima che ciascun modello può raggiungere. Né laggiù, né su quest’altra sponda dell’oceano. Per quale ragione? Perché evidentemente si è diffusa una nevrosi sulla sicurezza aerea, non su quella autostradale. E allora chiamiamo le cose con il loro vero nome, e magari consultiamo uno psichiatra.

Secondo: non c’è modo d’azzerare completamente il rischio inoculato dalle centrali terroristiche. Possiamo usare tecnologie sofisticate, tuttavia ogni nuovo ritrovato dura quanto un battito di ciglia, sicché i terroristi potranno ben usare a loro volta una contromisura tecnologica. Non suona consolante ma è così, è questa la nostra condizione. La società del rischio, la definiva Ulrich Beck in un libro degli Anni Ottanta. Al punto che il rischio si è trasformato in merce attraverso i futures, i prodotti finanziari «derivati»; con quali conseguenze, lo abbiamo scoperto a nostre spese proprio durante gli Anni Zero. E allora è giusto circoscrivere il perimetro del rischio, è assurdo immaginare una vita senza rischi. Tanto più se per coltivare quest’aspirazione accettassimo l’estremo sacrificio delle nostre libertà. Pensiamoci due volte: la sicurezza senza condizioni è lo spartito su cui suonano i tiranni. E ricordiamoci di Churchill, quando su Londra cadevano le bombe dei nazisti. Lui disse agli inglesi di resistere, ma non gli chiese mai di rinunziare alla propria identità.


 





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