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«Ristrutturare? Meglio rivalorizzare»
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domenica 12 novembre 2006 cronaca pag. 9

n.d. ha scritto: 
-L’ASSESSORE ALLA CASA E ALLA PARTECIPAZIONE

«Ristrutturare? Meglio rivalorizzare»

Claudio Bragaglio: «La città non deve perdere la sua identità culturale»


Image Tutto dipende dall'idea che ci proponiamo di città. Museificare tutto? Abbattere tutto per ricostruire in nome della modernità? Conservare, laddove è possibile, i segni del tempo, previa ristrutturazione? L'assessore alla Casa e alla Partecipazione, Claudio Bragaglio, è per la terza via. «Non bisogna salvaguardare solo le vestigia romane e i palazzi rinascimentali - dice -. C'è tutta una pluralità di segni storici, come quelli che appartengono all'archeologia industriale, che meritano tutela e rispetto. È giocoforza che la città si trasformi da un punto di vista ambientale e demografico, ma non per questo deve perdere la sua identità culturale, fatta di passato e di valori condivisi, e rinunciare al volto della sua sociologia urbana».
Claudio Bragaglio, consigliere comunale per il Pci negli anni '70-'80, in cui la giunta Padula annunciò il progetto di «manutenzione straordinaria pesante», che prevedeva la demolizione degli edifici di Campo Fiera, ricorda la dura battaglia che venne ingaggiata tra Ente Locale e quartiere. «Credo che vada dato atto e merito - commenta - ai gnari di allora, guidati da Luigi Micheletti, per aver combattuto in nome della ristrutturazione, conciliando così gli aspetti conservativi e di tutela dell'assetto urbanistico con la memoria storia legata alla vita operaia e al suo ruolo sociale nel contesto della città. La riqualificazione urbana delle aree di edilizia popolare sta particolarmente a cuore a questa amministrazione. Dopo il recupero di Campo Fiera e della tipologia architettonica delle case di via Volturno (tra qualche giorno la prossima inaugurazione), siamo favorevoli a contribuire alla sistemazione e al risanamento degli stabili di via Mazzucchelli, che non sono di proprietà comunale, ma della Congrega Apostolica. In questo senso abbiamo già preso contatto con l'assessore regionale alla Casa, Mario Scotti». E non è tutto. A riprova che il tema della rivalorizzazione delle aree urbane e dell'identità dei quartieri è nevralgico, Claudio Bragaglio annuncia anche un convegno che si terrà a gennaio, curato da Marcello Zane e Massimo Azzini. La città cambia, ma i vecchi quartieri operai e industriali, anche se non sono più la roccaforte del mondo popolare, devono rimanere a testimonianza del loro tempo vissuto.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

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domenica 12 novembre 2006 cronaca pag. 9

Brescia Oggi ha scritto: 
Campo Fiera, nuova frontiera

Era il cuore della brescianità «importata», ora prova a integrare gli immigrati

di Nino Dolfo


La città è sempre troppo nuova, troppo moderna, troppo licenziosa. La città dà scandalo e muta sotto i nostri occhi. Si espande, ingloba le periferie, cambia il proprio volto urbano. Ma se cambia il corpo sociale, cambia anche l'anima?
Campo Fiera ha incarnato il cuore antico e popolare di Brescia. Quel cuore che di necessità era politicamente rosso. Non un quartiere dormitorio, composto di tanti appartamentini blindati come monadi senza finestre, ma una comunità aperta, equa e solidale, con una sua identità calda e generosa, un suo codice condiviso di vita associativa basata sulla autenticità e sulla estroversione. Una «piccola città» nella città dove la gente parlava e comunicava, non mormorava, dove la miseria era solo economica e non sentimentale. Un luogo dove, con beneficio di retorica, i poveri non si vergognavano, anzi erano addirittura felici, un luogo del tempo immobile tanto diverso dall'oggi, in cui invece «anche i ricchi piangono».

Ci sono città moderne di «uomini chiusi in una casa davanti a un televisore perché non sopportano di guardare in faccia altri uomini», ha scritto Gianni Celati. Ecco, la mitologia di campo Fiera sta agli antipodi. Quasi una utopia realizzata, una enclave antropologicamente compatta e fondata sui valori della fraternità, del tutti per uno e uno per tutti. Nei condomini i chiavistelli rimanevano aperti, le donne «le ciciaràa» al lavatoio come in un tinello e si affaccendavano in casa, gli uomini andavano in fabbrica e il mutuo soccorso era una orologeria perfetta nel momento del bisogno. Quanto ai ragazzi si organizzavano in «bande», fieri della propria appartenenza, e rivaleggiavano con quelli delle Congreghe di via Mazzucchelli. Nessuna violenza, solo epica dell'avventura degna di un romanzo per l'infanzia.

Campo Fiera sarebbe piaciuta a Pasolini, che amava il popolo delle borgate. Campo Fiera richiamava l'iconografia da «Quarto Stato» di Pellizza da Volpedo, era l'equivalente nostrano di certi quartieri francesi così come li abbiamo percepiti dalla letteratura e del cinema: prima la Parigi latina di Jean Renoir e del Fronte Popolare, poi l'Estaque marsigliese di Robert Guediguian.

Oggi Campo Fiera è cambiata, non è più la culla della brescianità esclusiva. In verità sta cambiando tutta Brescia, ma fa specie che le leggi implacabili del divenire abbiano intaccato l'archivio storico e genetico della città, quel nucleo urbano e sociale che ha nutrito un patrimonio culturale ricco di fermenti e di risorse, che ha costituito una «riserva indiana» della religione del popolo e da cui sono usciti uomini che hanno dato il meglio di sé nel lavoro, nello sport e nelle belle lettere: da Luigi Micheletti a Renato Gei, a Renzo Bresciani.

Campo Fiera è cambiata per ragioni di anagrafe, di mobilità sociale, di ricambio generazionale, perché il tempo è un metabolizzatore di attimi fuggenti e di luoghi comuni, perché il melting pot è una realtà che possiede una logica serrata.
Oggi Campo Fiera non è più quella d'antan: è un quartiere mistilingue non più dialettale, assomiglia molto embrionalmente alla Belleville di Pennac (lasciamo perdere, per favore, l'esplosione delle banlieau!), un sito abitato da famiglie di varia provenienza e con una percentuale multietnica, un carrefour di civiltà, dove il Sord si incontra con il Nud. Basta leggere i cognomi sui campanelli per convenire che il rimpasto è in atto.

A Walter Padovani, titolare di Fibra 1, uno dei famosi «gnari» che custodiscono il culto della tradizione, si inumidiscono gli occhi quando pensa alla sua giovinezza in Campo Fiera: «Ogni infanzia è chiusa nell'incanto della nostalgia ed è chiaro che per me quello è il luogo sacro della memoria. È vero, c'era un clima speciale, che Micheletti aveva saputo recuperare e valorizzare con fierezza e orgoglio. Ma non si può valutare il tempo di ieri con il metro di oggi. Io non vivo più nel quartiere, anche se il legame affettivo è rimasto inalterato e con gli amici e compagni di allora, quelli almeno sopravvissuti, ci si ritrova e si rivive la complicità delle radici comuni. Certo, Campo Fiera è cambiato, ma in verità anche in passato c'era via vai di gente. La presenza di immigrati? Le convivenze non sono mai facili quando c'è una diversità culturale, ma non si può dire di no al progresso. Se è vero che gli abitanti sono cambiati, non si può disconoscere che l'anima popolare è rimasta, anche se magari, e penso al futuro, gli Omar pareggeranno il conto dei Piero. Il problema non è questo. Ricordo che già Micheletti commentava amaramente il fatto che i figli dei vecchi gnari preferivano andare via. Una volta le case passavano di padre in figlio, oggi c'è la graduatoria comunale. Non si può evitare che il popolo di Campo Fiera cambi».
Teresina Omassi è una «gnara» di 82 primavere, che sublima gli acciacchi con il sorriso: «Rimpianti? È naturale che ci siano. Eravamo tutti una famiglia, ci si aiutava, ci si conosceva. Oggi non è facile stabilire relazioni con i nuovi venuti. Ma io non voglio giudicare, ci vuole tempo. Si capisce che si sono lasciati alle spalle situazioni di sofferenza e di disagio».

Le unità abitative di proprietà del Comune sono 245, distribuite in 16 fabbricati. Sono 21 le famiglie extracomunitarie. La quota maggioritaria degli anziani (età media 75 anni che abitano in alloggi monocellulari) frequentano il locale centro sociale e si lamentano dei rumori, degli schiamazzi durante le ore notturne attorno al call center, dei giardinetti che non sono un modello di pulizia, ma i toni della protesta sono molti contenuti. Dalle loro bocche non esce alcuna invettiva. Nell'ambito di una popolazione interna che ammonta a circa 400 persone, i «reduci» del vecchio Campo Fiera sono un numero esiguo e conservano gelosamente il loro passato. Ai nuovi inquilini, che subentrano secondo il turno over delle graduatorie comunali, rimproverano di essere estranei alla tradizione, di non avere una storia comune da far confluire nella storia presente.

«Ma la storia - commenta Marcello Zane, autore di un esaustivo saggio, "Case e cortili. Campo Fèra e la sua gente nella storia di Brescia" (1995) - sembra tornare su se stessa, in una sorta di ricorso vichiano. Anche in passato gli abitanti non erano della città, venivano in massima parte dalla Bassa. Oggi come allora si sente la necessità di ritornare alla dimensione del quartiere, le circoscrizioni sono comprensori troppo ampi. Il nuovo Campo Fiera deve trovare una sua koinè, una sua piattaforma comune e culturale di intesa. Nella Brescia del futuro che c'è già, Campo Fiera avrà ancora un ruolo di primaria importanza: prima era il cuore del polo industriale, domani sarà il cuore del loisir, nella città dei musei, dei centri commerciali, dei cinema. La sua nuova storia è in formazione e la nuova identità è tutta da costruire. Campo Fiera ha ancora una mossa da giocare nella partita in corso».

L'importante è che la vecchia storia sia accaduta e appartenga a chi l'ha vissuta e vuole tramandarla.
Nelle foto: in alto (FotoLive) Campo Fiera oggi; al centro il quartiere nel 1907 (il bambino con le mani in tasca è Nicolò Tartaglia)

 





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n.d ha scritto: 
Dal mercato alla Freccia

Image Image Dal lontano '600 fino ai primi anni del secolo scorso Campo Fiera era il luogo di mercato del bestiame, dei traffici e degli affari,con tutto l'indotto che ne seguiva; una zona proficua per tutti i commercianti e gli artigiani di Porta Milano, pullulante di osterie, trattorie, macellai e droghieri. E il viavai di gente, agli esordi del Novecento, non cessava nemmeno al sopraggiungere della notte con le montagne russe del luna park, il grande cinematografo Kullmann e il serraglio Nouma Hawa.
 
Quando la Giunta Municipale decise di spostare altrove il mercato (prima a Porta Venezia e poi Cremona), furono molte le petizioni e le suppliche della cittadinanza locale che vedeva i propri guadagni decurtati. La zona fu destinata alla costruzione di case popolari e le fondamenta di quello che sarà il quartiere di Campo Fiera vennero gettate nel 1907.
Con questa iniziativa la politica edilizia municipale intendeva risanare il centro sovraffollato a dare avvìo a una definizione delle periferie al di là dell'antica cinta muraria.

Il primo lotto prevedeva tre grandi condomini, due composti da sedici appartamenti ed uno da otto per un totale di 160 locali. Locatari erano gli operai, molti dei quali lavoravano nelle fabbriche adiacenti: la Togni, la Tempini e la Caffaro. Per abitare a Campo Fiera era dunque necessario iscriversi nella graduatoria comunale. Dopo pochi anni, oltre agli operai, si insediarono commessi e impiegati, tramvieri, guardie daziarie, vigili urbani e dipendenti della pubblica amministrazione. Gli affittuari, che dovevano avere un reddito non superiore alle 1.500 lire, pagavano una pigione di 195 lire annue.
Furono costruiti altri lotti dopo la prima guerra mondiale, e durante gli anni del Ventennio nero il quartiere, di estrazione proletaria, mantenne la sua vocazione antifascista, nonostante l'irrigimentazione della vita collettiva attuata dalla dittatura, mentre la «filosofia» di aggregazione degli abitanti prendeva sempre più consapevolezza.

A Campo Fiera il tenore di vita non era elevato, ma la vivacità culturale e sportiva era instancabile: i giovani, quando non «smorosavano», coltivavano la passione per il cinema e il teatro dialettale.

«L'arte del recitare - ricorda Marcello Zane - era innata, e a volte veri e propri monologhi, sceneggiate e recite si tenevano agli angoli dei cortili o nel teatrino dell'Oratorio dei Cappuccini».

La passione sportiva si orientava al calcio, all'atletica, al ciclismo, alle bocce, per non parlare dei giochi infantili come le ciche, il ciancol, il sercol e il barbanzet.

La seconda guerra mondiale sparpagliò i giovani di Campo Fiera su molti fronti. Alcuni non tornarono mai più. Il 25 aprile del '43, alla notizia della caduta del fascismo, il quartiere liberò la propria esultanza in una festa. Qualcuno aderì alla Rsi di Salò, molti altri diventarono partigiani. Giuseppe Gheda, operaio dell'Om, uno dei «gnari», salì in montagna e diventò comandante della 122ª Brigata Garibaldi. Imprigionato e poi fuggitivo, sarà ucciso nella battaglia del Sonclino del 19 aprile 1945, decorato della medaglia d'argento della Resistenza.

Gli anni della Ricostruzione sono quelli epici della speranza, del riscatto e dell'affermazione. Campo Fiera mantiene la sua identità di quartiere coeso e alacre. Alcuni dei suoi ragazzi vanno incontro alla notorietà. È il caso dei calciatori Riccardo Bonometti, Gianni Felini, Mario Andreis, Umberto Mombelli, Ezio Bettini, Renato Gei e Mario Ferrari, dello schermitore Attilio Calatroni. Numeroso lo stuolo degli imprenditori: Gianni Minoni, Walter Padovani, Cesare Pogliaghi, Claudio Caffetto, Roberto Ariasi, Cesare Piubeni, i fratelli Plinio e Marcello Marini, Renato Nolli, Osvaldo Fredi, Mario Bonera...

Originari di Campo Fiera sono anche i fratelli Di Prata, lo scultore Olves e il pittore Oscar, lo scrittore e giornalista Renzo Bresciani, i politici Gianni Boninsegna e Andrea Cavalli, senza dimenticare naturalmente Luigi Micheletti, fondatore dell'omonima Fondazione e ideatore dell'erigendo Museo del Lavoro, vero testimone e cantore della mitologia di Campo Fiera.

Gli anni '60 e '70, in parallelo con quanto avviene nell'intero Paese, registrano una trasformazione socio-politica e di costume. Lo «spirito di corpo» dei gnari di Campo Fiera rimane, come rimangono alcune liturgie festive della comunità (i simposi e la «ècia»), nascono i Comitati che interloquiscono spesso polemicamente con il Comune, si pubblica un periodico, «Quartiere», che coinvolge giornalisti locali come Renzo Bresciani e Giorgio Sbaraini, ma la modernità altera lo statuto identitario e antropologico, nonché la natura industriale della «piccola città» proletaria.

I grandi opifici vengono dimessi in attesa di nuove destinazioni (il progetto del comparto Milano), il Consiglio Comunale, alla fine degli anni '80, prevede l'abbattimento di tre edifici. La decisone provoca la protesta di associazioni, studiosi, partiti, compresa Italia Nostra, che proclama il valore storico della tipologia architettonica e residenziale del quartiere. Alla fine le previste demolizioni vennero evitate, le case vennero ristrutturate, alcune vendute. Campo Fiera rimaneva con il suo tesoro di tradizioni e memorie, ma nel contempo era cambiato il «vissuto», quel patrimonio comune di sentire e di esperienza che aveva dato un imprinting alla composizione sociale degli abitanti e aveva caratterizzatole relazioni sociali. Campo Fiera esiste, ma il suo cuore oggi batte altrove.

 





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