presidente Reno Bromuro
Repertorio n° 3426 - Raccolta n° 1270 del 29/10/1984 (non profit)
LA POESIA DELLA SETTIMANA
VI PROPONGO
«SPECCHIO»
di Renato Volti
Che affronta un argomento attinente a quando detto in "PARLIAMONE"
Renato Volti, emigrando nell'irreale, non passa in qualche cosa di meno reale, non si limita ad arretrare da un maggiore o minore numero di passi. Entra in un universo completamente nuovo che ha posseduto e non possiede più, neppure attenuato, nessun carattere dell'universo reale. Egli stesso vi entra soltanto cercando il passato, irrealizzandosi.
Penso alle immagini dei sogni o alle immagini interiori. Più suggestive che solide e sistemate, esse s'accavallano, si penetrano e si contaminano, senza localizzazione precisa, senza durata continua, eclissandosi assurdamente come nascono, indipendenti tra loro come se nessun ambiente le sopportasse, moltiplicando le contraddizioni e i controsensi, inafferrabili alle attenzioni. L'immagine d'oggi, sembra appartenere, allo spazio oscuro, all'al di là incoerente di una quarta dimensione la cui ambiguità è piatta e infeconda. Ci tagliano via non soltanto da «questo» mondo, ma da ogni specie di mondo resistente in cui dobbiamo compiere uno sforzo coerente per collocarci e per agire. Rifluendo, il desiderio può concentrarsi e, gonfio di forza residua, produrre qualche effetto brillante. Ma l'irreale, a lungo andare, non nutre l'uomo. Faust, con un segreto strappato all'Inferno, ha potuto richiamare in vita la forma di Elena: ma quando volle afferrarla non strinse altro che ombra. Chi ha scelto di vivere nel mondo dell'evasione immaginaria vorrebbe persuadersi di vivere ancora in un mondo comune. In realtà, non vive più «in un mondo», e di fronte a sé non ha più niente di determinabile o di costante. L'allucinazione, l'ossessione non rispondono mai «Presente!» Afferma Sartre che, «Quando vogliamo afferrarle, non si pongono davanti alla coscienza personale: tutt'al più, sono apparizioni laterali, irreali, correlative d'una coscienza impersonale».
All'origine di questa attività proprio-affettiva dell'immaginario, sono lo smacco o l'attesa. Il desiderio che non e riuscito ad aprirsi una strada nella realtà, non per questo è scarico della sua tensione. Conserva un'energia disponibile che si scarica su qualche plaga della coscienza, e si trova, di fronte all'io creativo, in una falsa situazione che deve rimettere a posto.
Jules de Gaultier ha chiamato «bovarismo» «il potere che certe nature hanno di vedersi diverse da quel che sono e di deformare la loro visione dell'ambiente, cose ed esseri, per piegarla a questa volontà dell'immaginario». Dove comincia il bovarismo, il Renato Volti? Quando vede la realtà inconfutabile di «quel» momento, mentre rivede la sua immagine di bambino svanire come in una nube e a questa sovrapporsi quella dell'uomo, oggi; allora la sua mente tende verso valori superiori, al primo bagliore che ne riceve, accade di credersi già trasfigurato dalla loro luce: al limite della menzogna e dell'ardore, egli prende un anticipo sulla sua identificazione al modello che si propone, e questa presenza prematura all'essere che egli vorrebbe essere contribuisce a rinfrancarlo nello slancio che lo conduce ad esso. L'adattamento al reale è generalmente ammesso come un valore di vita: perciò Renato Volti, oltre a liberare un'energia non impiegata, apre il varco a processi di giustificazione e di simulazione destinati a mascherarlo persino davanti a chi ne è la vittima: Lui. Non avendo potuto raggiungere uno scopo reale, la coscienza si regala un simbolo, e di esso è soddisfatta o si persuade d'esserlo. «A volte i desideri sfortunati, dopo aver fallito un'uscita a viso aperto, si mascherano senza che si sappia sempre bene se lo fanno per tentare un passaggio di contrabbando o per modo derisorio di rappresentare la propria sfortuna».
E' convinto oramai che questo è equilibrio e deve essere sostenuto da ogni lato in una specie d'armonia delle componenti dell'azione. Vuole che gli automatismi siano adeguatamente compressi al pari della spontaneità propulsiva, che l'istinto sia vigoroso, la testa solida e illuminata, la coscienza sveglia e sensibile al reale.
Ha visto che ha uno sguardo né troppo, né troppo poco adattato: dall'immagine la realtà non offre presa all'azione. La decisione è un atto di sintesi e di salvezza, tende alla maggior salvezza del maggior numero di dati interiori ed esteriori. Non appartiene dunque, come taluni credono, alla famiglia della rigidezza, del dogmatismo autoritario, dell'arbitrario cieco e non formale. Nel suo sguardo vi è una specie d'universalità profonda, che mette al suo posto la presa di posizione e la colloca al lato opposto della parzialità. Implica la prudenza, che non è il calcolo ristretto e lento della circospezione. Quest'ultimo aspetto appare nelle «Super-azioni» descritte da J. Daireaux ed illustrate da Raskolnìkoff e da Brand nella finzione. Formare la decisione significa formare l'intera personalità: occorre vitalità bastante perché la forza dell'esecuzione sia incisiva, bastante primarietà perché l'atto abbia dell'opportunità e della prontezza, abbastanza secondarietà perché esso si affermi nella ricchezza dell'esperienza, con rapidità per scuotere le tergiversazioni, parecchia lentezza perché la saggezza si apra una strada, abbastanza compiacenza al reale per zavorrare la riflessione, e nondimeno abbastanza aggressività perché non fluttui ad ogni vento. «L'uomo risoluto, l'uomo impegnato non appartiene a quegli autoritari da parata che credono alla virtù elettrica dello sguardo o del messaggio: essi realizzano insieme la più solida e la più complessa fra le costruzioni umane». Cartesio ci credeva perciò ha insistito: «S'ingannano coloro i quali credono che l'intelligenza complichi artificialmente le cose e si convincono che un uomo che vuole è più presto fatto d'un uomo che sa».
Bibliografia: J. P. Sartre: «Manifeste de surrealisme» - E. Mounier: «Trattato del carattere» - A. Eymieu : «L'arte del volere» - «La legge della Vita» - E.P. 1961
Penso alle immagini dei sogni o alle immagini interiori. Più suggestive che solide e sistemate, esse s'accavallano, si penetrano e si contaminano, senza localizzazione precisa, senza durata continua, eclissandosi assurdamente come nascono, indipendenti tra loro come se nessun ambiente le sopportasse, moltiplicando le contraddizioni e i controsensi, inafferrabili alle attenzioni. L'immagine d'oggi, sembra appartenere, allo spazio oscuro, all'al di là incoerente di una quarta dimensione la cui ambiguità è piatta e infeconda. Ci tagliano via non soltanto da «questo» mondo, ma da ogni specie di mondo resistente in cui dobbiamo compiere uno sforzo coerente per collocarci e per agire. Rifluendo, il desiderio può concentrarsi e, gonfio di forza residua, produrre qualche effetto brillante. Ma l'irreale, a lungo andare, non nutre l'uomo. Faust, con un segreto strappato all'Inferno, ha potuto richiamare in vita la forma di Elena: ma quando volle afferrarla non strinse altro che ombra. Chi ha scelto di vivere nel mondo dell'evasione immaginaria vorrebbe persuadersi di vivere ancora in un mondo comune. In realtà, non vive più «in un mondo», e di fronte a sé non ha più niente di determinabile o di costante. L'allucinazione, l'ossessione non rispondono mai «Presente!» Afferma Sartre che, «Quando vogliamo afferrarle, non si pongono davanti alla coscienza personale: tutt'al più, sono apparizioni laterali, irreali, correlative d'una coscienza impersonale».
All'origine di questa attività proprio-affettiva dell'immaginario, sono lo smacco o l'attesa. Il desiderio che non e riuscito ad aprirsi una strada nella realtà, non per questo è scarico della sua tensione. Conserva un'energia disponibile che si scarica su qualche plaga della coscienza, e si trova, di fronte all'io creativo, in una falsa situazione che deve rimettere a posto.
Jules de Gaultier ha chiamato «bovarismo» «il potere che certe nature hanno di vedersi diverse da quel che sono e di deformare la loro visione dell'ambiente, cose ed esseri, per piegarla a questa volontà dell'immaginario». Dove comincia il bovarismo, il Renato Volti? Quando vede la realtà inconfutabile di «quel» momento, mentre rivede la sua immagine di bambino svanire come in una nube e a questa sovrapporsi quella dell'uomo, oggi; allora la sua mente tende verso valori superiori, al primo bagliore che ne riceve, accade di credersi già trasfigurato dalla loro luce: al limite della menzogna e dell'ardore, egli prende un anticipo sulla sua identificazione al modello che si propone, e questa presenza prematura all'essere che egli vorrebbe essere contribuisce a rinfrancarlo nello slancio che lo conduce ad esso. L'adattamento al reale è generalmente ammesso come un valore di vita: perciò Renato Volti, oltre a liberare un'energia non impiegata, apre il varco a processi di giustificazione e di simulazione destinati a mascherarlo persino davanti a chi ne è la vittima: Lui. Non avendo potuto raggiungere uno scopo reale, la coscienza si regala un simbolo, e di esso è soddisfatta o si persuade d'esserlo. «A volte i desideri sfortunati, dopo aver fallito un'uscita a viso aperto, si mascherano senza che si sappia sempre bene se lo fanno per tentare un passaggio di contrabbando o per modo derisorio di rappresentare la propria sfortuna».
E' convinto oramai che questo è equilibrio e deve essere sostenuto da ogni lato in una specie d'armonia delle componenti dell'azione. Vuole che gli automatismi siano adeguatamente compressi al pari della spontaneità propulsiva, che l'istinto sia vigoroso, la testa solida e illuminata, la coscienza sveglia e sensibile al reale.
Ha visto che ha uno sguardo né troppo, né troppo poco adattato: dall'immagine la realtà non offre presa all'azione. La decisione è un atto di sintesi e di salvezza, tende alla maggior salvezza del maggior numero di dati interiori ed esteriori. Non appartiene dunque, come taluni credono, alla famiglia della rigidezza, del dogmatismo autoritario, dell'arbitrario cieco e non formale. Nel suo sguardo vi è una specie d'universalità profonda, che mette al suo posto la presa di posizione e la colloca al lato opposto della parzialità. Implica la prudenza, che non è il calcolo ristretto e lento della circospezione. Quest'ultimo aspetto appare nelle «Super-azioni» descritte da J. Daireaux ed illustrate da Raskolnìkoff e da Brand nella finzione. Formare la decisione significa formare l'intera personalità: occorre vitalità bastante perché la forza dell'esecuzione sia incisiva, bastante primarietà perché l'atto abbia dell'opportunità e della prontezza, abbastanza secondarietà perché esso si affermi nella ricchezza dell'esperienza, con rapidità per scuotere le tergiversazioni, parecchia lentezza perché la saggezza si apra una strada, abbastanza compiacenza al reale per zavorrare la riflessione, e nondimeno abbastanza aggressività perché non fluttui ad ogni vento. «L'uomo risoluto, l'uomo impegnato non appartiene a quegli autoritari da parata che credono alla virtù elettrica dello sguardo o del messaggio: essi realizzano insieme la più solida e la più complessa fra le costruzioni umane». Cartesio ci credeva perciò ha insistito: «S'ingannano coloro i quali credono che l'intelligenza complichi artificialmente le cose e si convincono che un uomo che vuole è più presto fatto d'un uomo che sa».
Bibliografia: J. P. Sartre: «Manifeste de surrealisme» - E. Mounier: «Trattato del carattere» - A. Eymieu : «L'arte del volere» - «La legge della Vita» - E.P. 1961
SPECCHIO
di Renato Volti
Specchio, in te io rifletto
e riflettendomi rimembro
riaccendendo il riverbero di giorni lontani
in cui il mio passato era ancora presente,
dove ero ciò che più mai sarò.
Specchio,
ora in te la mia immagine è confusa, distorta,
vedo il bambino di ieri
guardare con meraviglia l'uomo di oggi,
che a sua volta ricambia lo sguardo,
ma nei suoi occhi non v'è meraviglia,
solo malinconia e rimpianto.
Specchio, tu bocca della verità,
che fedelmente e crudelmente
rifletti ciò che ti sta attorno
senza ipocrisia sbatti in faccia la realtà.














































