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Libri, Arte e Cultura :: Le mille voci di Parigi di Nicole Krauss
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Le mille voci di Parigi di Nicole Krauss
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Giovedì    13 Agosto : 2009  di Nicole Krauss, L'Espresso

cultura

Le mille voci di Parigi
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La ghiaia nei parchi. I vecchi ascensori. I treni sotterranei della Rer. La capitale francese vista con gli occhi di una famosa scrittrice newyorchese
 
Image Sedute alla Closerie de Lilas a Montparnasse, un'amica mi racconta due episodi. Il primo riguarda suo nonno che giunse alla Gare de l'Est dopo la Shoah, nella quale avevano perso la vita tutti i 42 familiari che aveva. Era affamato, era lì lì per morire di stenti, e si sedette al tavolo di un ristorante della stazione. Il cameriere gli porse il menù e, poiché parlava soltanto yiddish, il nonno della mia amica indicò col dito un piatto a caso. Il cameriere si allontanò e dopo poco gli servì un carciofo. Il nonno della mia amica fissò l'ortaggio sconcertato: non aveva mai visto un carciofo, quel bizzarro e decisamente il più ermetico tra gli alimenti che gli uomini hanno ritenuto poter essere commestibili. Una muta e reciproca incomunicabilità si instaurò subito tra il carciofo e l'uomo sopravvissuto a tutta la sua famiglia. Il cameriere si accorse di ciò, e intuì qualcosa. Con garbo, attento a non offendere la dignità del nonno della mia amica, si sedette di fronte a lui e gli insegnò come si mangia un carciofo. Il nonno della mia amica ne rimase molto colpito: "Questo è un popolo disposto a insegnare a un ebreo come si mangia", pensò. E in quello stesso istante decise di trascorrere il resto della propria vita in Francia.

La seconda vicenda che la mia amica mi ha raccontato è questa: a 17 anni era grassa e infelice. Un giorno, un ragazzo che faceva parte di una compagnia di giovani belli ed eleganti, la invitò a un dinner party. Lei aveva sempre provato grande soggezione nei confronti di quel gruppo di ragazzi, che aveva osservato più volte dirimpetto alla Closerie de Lilas dove suo padre era solito portarla a mangiare insieme alle sue fidanzate modelle. L'invito, pertanto, la lasciò sopraffatta dalla trepidazione. Una volta arrivata alla cena, si ritrovò a un grande tavolo apparecchiato per otto, ma lei risultò essere la nona invitata. L'ospite le consigliò di sistemare una sedia dietro quella degli altri commensali, senza avere accesso al tavolo. Quella sera stessa la mia amica - che fino a quel momento non era stata granché ambiziosa - ripromise di cambiare, di diventare qualcuno e di prendersi la sua rivincita. È diventata la più famosa artista francese, mentre la maggior parte dei commensali di quel tavolo è già nell'aldilà.

Parigi o Brooklyn
Mio figlio ha tre anni; se ne sta in piedi su una seggiola. Sbircia fuori dalla finestra del nostro appartamento di Boulevard Saint-Michel e chiede: "Morirò a Parigi o a Brooklyn?". Ho timore a rispondergli che non esistono due luoghi, ma un'infinità di posti nei quali potrebbe morire e che a mano a mano che invecchiamo, il mondo si dilata, adattandosi alla nostra paura della morte.

Le pietre
Mio figlio ed io trascorriamo tutti i pomeriggi ai Jardins du Luxembourg. Lui raccoglie pietre nei sentieri di ghiaia e me le porge dicendo: "Ti voglio tanto bene. Tieni, te le regalo". Non so che cosa farmene di così tante pietre. Le compagnie aeree consentono di viaggiare con bagagli che non superino i 25 chili l'uno di peso. Ciò nonostante, non riesco a buttarle via. Accompagno mio figlio al cimitero di Montparnasse a far visita a Beckett. Lo troviamo con qualche difficoltà. Non racconto al mio bambino che ci troviamo in un cimitero, né che quella davanti alla quale ci troviamo è una tomba, per non alimentare la sua angoscia per la morte. Sulla lastra di granito sulla quale è inciso soltanto il nome di Beckett qualcuno ha formato un cerchio con dei sassolini: spiego a mio figlio che questo posto mi fa venire in mente uno scrittore che mi piace molto e che quando a un ebreo un luogo fa venire in mente qualcuno, egli prende una pietra e la lascia in quel punto. Il bambino accoglie ciò che gli dico con la stessa pacata fiducia con la quale accetta qualsiasi cosa io gli racconti. Gironzola lì intorno e se ne torna con un piccolo ciottolino maculato. Lo colloca al centro del cerchio formato dalle altre pietre. Ce ne stiamo lì un po', ad ammirare la composizione. Poi, con un solo colpo di mano, mio figlio spazza via tutti i sassolini.

Mentre attraversiamo il Pont Neuf, mio marito ad alta voce si domanda come Paul Celan abbia potuto suicidarsi in un fiume dall'apparenza così tranquilla e pacifica, mettendosi perfino delle pietre in tasca. Mentalmente appunto un'ulteriore voce all'elenco di cose che un ebreo può fare con le pietre.

Ritornati a Montparnasse, mio figlio scoppia a piangere. Gli chiedo: "Che cosa c'è che non va?". "Ho 'morto' una formica" replica, indicando una formichina che ha schiacciato involontariamente con la scarpa.

Treni, ascensori e altri rumori

Al pari di molti palazzi di Parigi, il condominio nel quale viviamo ha un ascensore vecchio e molto angusto, grande poco più di una cassa da morto. Quando lo si chiama, si sente il motore scricchiolare e l'ascensore, con uno sforzo immane, si mette in moto stridendo. Per entrarvi è necessario prima di tutto spalancare le porte di ferro battuto, poi spingere da un lato l'inferriata di metallo che si ripiega su se stessa a fisarmonica, quindi chiudersi alle spalle le une e l'altra e - se si è abbastanza sfortunati da dover condividere l'ascensore con qualche altro passeggero - sistemarsi con le spalle ben addossate a una delle sue pareti. L'ascensore sale e scende in una cavità molto stretta ricavata al centro delle scale circolari intorno alle quali si aprono tutti gli appartamenti. Sale lentamente, con un'esitazione spaventosa, come se in qualsiasi momento potesse rinunciare ad andar su e precipitare in caduta libera. Avendo il sonno leggero, durante la notte mi sveglio tutte le volte che l'ascensore cerca di imporsi sulla propria inerzia, trascinando il proprio peso a fatica lungo i vari piani.

L'altro rumore che di notte mi sveglia è il rimbombo dei treni sotterranei della Rer, simile al fragore di un terremoto in arrivo, mentre passano tra la fermata Luxembourg e Port Royal. I treni transitano a intervalli di un quarto d'ora fino alla chiusura della linea, a mezzanotte, e quando vado a letto presto ne sento passare almeno due, forse tre. A seconda di quale notte della settimana è, sento l'ascensore dalle tre-quattro volte fino a un massimo di cinque-sei, ma in nessuna delle notti che abbiamo trascorso a Parigi l'ascensore è salito in contemporanea con il passaggio di un treno della Rer.

Nicole Krauss - 'L'espresso' published by arrangement with Santachiara Literary Agency traduzione di Anna Bissanti
  

 





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