Mentre sui volti scivolavano lacrime che il sole asciugava in fretta, una vita terminava tra poche nude pietre.
Il nodo alla gola mi toglieva il respiro ed il mio sguardo corse oltre il muro, ad abbracciare la città aggrappata al pendio; all'orizzonte i monti della mia terra.
La vista splendida addolciva la desolazione di quella terrazza di morti.
Quella sera, quando tutti se ne andarono, restai sola nella casa immersa nel buio; mi rannicchiai nella poltrona, aspettando la fine del giorno.
Era il momento giusto per raccogliere i ricordi sospesi nel silenzio delle stanze.
Il sentore di mia madre era sparso ovunque, quindi, chinai la testa sul bracciolo e mi abbandonai al dolore.
Una domanda mi tormentava: << Come dirglielo? >>, ma non trovavo risposte convincenti.
Nella frescura della notte, mi assopii e feci un sogno che da tempo non facevo più: quello di una bimba che si addormenta tra le braccia materne.
Il giorno dopo dovevo sbrigare tristi compiti: la burocrazia reclamava il suo tributo di scartoffie.
Osservando l’impiegato, di là dello sportello, pensai: << Basta una sola parola e si chiude una pratica:defunto. Oppure defunta. E tutto finisce lì... Se fosse altrettanto semplice anche nel mio caso >>.
Più tardi a casa, cercai la bolletta della luce da pagare; la trovai in fondo ad un cassetto, in mezzo ad altre carte: ricevute di versamenti, una ricetta medica, il biglietto usato di un viaggio in treno,forse l'ultimo, e poi cartoline di mari, monti, paesi e città: l'eredità di vacanze altrui.
Era come trovare un piccolo tesoro, in cui ogni pezzo possedeva un valore speciale per il significato avuto un tempo.
C'era anche la foto dei miei genitori, scattata in vacanza tanti anni prima; l'immagine di papà com’era ora, consumato senza pietà dalla vecchiaia, nel letto della casa di cura, mi assalì dolorosamente e tornai a chiedermi: << Devo dirglielo che lei non c’è più? >>.
Stavo per chiudere il cassetto quando, ad un tratto, mi avvidi di un sottile pacchetto avvolto in carta a fiori che riconobbi subito: l'avevo usata per confezionare un recente regalo alla mamma.
C'era ancora lo stesso nastro rosa.
Un brivido inspiegabile mi percorse la schiena.
Rigirai più volte il pacchetto tra le mani, presa dalla curiosità di aprirlo e, al tempo stesso, dallo scrupolo di riporlo.
La tentazione prevalse e dalla carta, una ad una, spuntarono lettere su lettere.
Aprivo e sfogliavo con stupore: erano tutte scritte a mia madre.
Datavano 1941, ’42, ’43,’44 ... quando lei non aveva ancora vent’anni.
Infine da una busta ingiallita, come un fantasma non evocato, comparve la figura di un uomo.
La fotografia era in bianco e nero ed ormai sbiadita. Era l'immagine di un militare in divisa nera. Chi era?
Osservai bene il volto attraente, ma non riconobbe nessun tratto familiare, finché sull'altro lato scoprii un nome: Alberto.
Una sola parola accompagnava la firma ed era più chiara di mille altre spiegazioni: << Tuo >>.
Una folla di pensieri mi confuse:un altro uomo prima di mio padre... non l'avevo mai sospettato.
Mia madre non mi aveva mai confidato niente; era così riservata.
Ero turbata ed esitavo.
Volevo rimettere tutto nel cassetto fingendo indifferenza, ma non potevo più: quella storia riguardava una persona a me troppo cara.
Ripresi in mano le lettere ed iniziai a leggere.
Verso le quattro, un breve acquazzone mi aveva colto di sorpresa, portandomi un po’ di sollievo dal caldo.
Dalla terra bagnata, intensi e muschiati umori evaporavano al cielo.
Raggiunsi il cimitero e, dopo avere visitato la tomba ancora spoglia, feci un giro, per distrarmi.
Le parole e le frasi d'amore lette quel pomeriggio mi ritornavano in mente insistenti.
Ero sconcertata per ciò che avevo scoperto.
Com’ era finita quella storia? Perché, anni dopo, mia madre aveva sposato un altro?
La sincerità dei sentimenti dell'uomo che scriveva, la sofferenza nei momenti di lontananza per la guerra, mi avevano colpita come se quelle parole fossero state indirizzate a me.
Presi il vialetto di sinistra, ricordando che là erano sepolti altri parenti.
Camminavo piano, per non disturbare il silenzio del luogo.
Improvvisamente mi fermai e m’ avvicinai ad una vecchia tomba, adagiata per terra e lessi l'epigrafe:
AL NOSTRO CARO E DEVOTO FIGLIO,
CHE HA SERVITO CON ONORE LA PATRIA,
FINO AL GIORNO DELL’ESTREMO SACRIFICIO,
DALLA FURIA NEMICA STRAPPATO AI SUOI CARI.
ADDI’ 25 GENNAIO 1945
CHE HA SERVITO CON ONORE LA PATRIA,
FINO AL GIORNO DELL’ESTREMO SACRIFICIO,
DALLA FURIA NEMICA STRAPPATO AI SUOI CARI.
ADDI’ 25 GENNAIO 1945
Dalla lapide corrosa mi sorrideva un uomo che, superbo, posava in divisa nera: Alberto.
Dunque era stato ucciso, a soli 23 anni.
La guerra, con le sue infamie, non aveva avuto alcuna pietà neanche per lui.
Non riuscii a trattenere le lacrime e provai pena per quella vita strappata troppo presto a chi gli aveva voluto bene.
Quanto dolore doveva avere nascosto mia madre per quella morte, prima di decidere di continuare la vita insieme a papà.
Più tardi andai a rileggere l'ultima lettera; portava la data del 1 gennaio 1945: << La Patria ... il sacrificio dei nostri compagni... i vigliacchi che hanno tradito >>: le parole vibravano ancora di orgoglio per gli ideali di gioventù.
Poi veniva lo sdegno per il tradimento dell’8 settembre.
Tra le righe cresceva la disperazione per il presentimento della sconfitta.
Per la prima volta, mi sorpresi a pensare che anche quegli uomini in camicia nera, dall'aria arrogante, avevano avuto un tempo le loro ragioni per lottare, ma si erano schierati dalla parte opposta della Storia e la Storia li aveva giudicati colpevoli.
La lettera annunciava poi un trasferimento imminente nei pressi della mia città.
I due innamorati avrebbero potuto finalmente rivedersi e forse sposarsi alla fine della guerra.
Era davvero tornato Alberto, prima di morire?
Volevo saperne di più, volevo chiedere a qualcuno.
Forse qualche anziano aveva conosciuto il soldato e si ricordava della sua fine.
Per fare tutte quelle domande però occorreva una disinvoltura che io non avevo e l'unica persona con cui avrebbe osato era ormai uscita di scena, discretamente così come era sempre vissuta.
Le lettere tornarono nel cassetto, chiuse nel loro involucro di carta dal nastro rosa.
Era giusto così: mia madre aveva conservato tutta la vita quel segreto che io, indiscreta, avevo violato.
Ora il silenzio sarebbe tornato su quella bella, ma infelice storia.
Non volevo pensarci più.
Il giorno dopo uscii di casa e ripercorsi volentieri le strade della mia città:ogni angolo mi rammentava qualcosa di personale.
Mi fermai ad un bivio, ad osservare un piccolo tabernacolo: la soave immagine di una madonna mi guardava dall'alto.
Anche mia madre talvolta sostava là per un segno di croce o una semplice una preghiera.
La casa di riposo era nell’immediata periferia e la raggiunsi in pochi minuti.
Non sapevo ancora cosa dire a papà, ma pensai che gli dovevo una spiegazione, anche se la sua mente era sempre più spesso lontana dal mondo, prima o poi lui si sarebbe chiesto perché. << Meglio dirglielo… >>.
Quando entrai nella stanza, lui era solo, con lo sguardo perso oltre la finestra.
Stranamente era silenzioso: i pensieri farneticanti gli lasciavano una tregua.
Dopo alcune esitazioni, mi feci forza e presi dalla borsa una fotografia:<< Papà ascolta... la mamma non potrà venire a trovarti per un po’. Ti ho portato una foto sua... così la potrai guardare ogni tanto ...>>
<< Non sta bene la mamma?>> chiese lui lucidamente.
Sorpresa, scossi la testa e tentai di trattenere il pianto.
Allora lui spalancò lo sguardo, fulminato da un pensiero orribile.
<< E’ andata... andata via con Alberto... andata via... Alberto se l’è presa ... >>.
<< Oh, mio Dio! ...Papà tu sai chi è Alberto? >> chiesi, con un filo di voce.
Lui abbassò lo sguardo sulle mani tremanti e con gli occhi persi mormorò : << Era là col fucile di guardia... era buio... non s’è accorto... gli ho sparato dietro .... E’ morto ... >>.
Mi sentii mancare il respiro.
<< Quella razza bastarda di fascisti... se lo meritava lui... se lo meritavano tutti di morire ...hanno ammazzato tante persone! >>.
Il mormorare divenne d’improvviso un urlo rauco, seguito da imprecazioni.
La voce forte ma gentile, un tempo cara, diventò feroce e irriconoscibile nell’odio che sfogava.
Con le mani strette a pugno, papà inveiva davanti a sé contro qualcosa o qualcuno che solo lui poteva vedere.
L’allucinazione si tramutò in un incubo farneticante, in cui presente e passato si mescolavano senza più ordine.
Arrivò un’infermiera, ne arrivò un’altra brontolando; qualche paziente si affacciò alla porta ed io approfittai della confusione per andarmene in silenzio.
Era ormai inutile, nonché doloroso, restare.
Fuori tirai un respiro di sollievo: l’aria fresca del mattino mi diede le vertigini e mi fermai allora a sedere lungo il viale, su d’una panchina.
La terribile confessione mi aveva sconvolta.
Provavo orrore per quel delitto, per la guerra civile che aveva seminato odio tra fratelli dello stesso sangue, ma non riuscivo a provare rancore per l'uomo che lo aveva compiuto.
Per lui sentivo solo compassione: aveva vissuto tutta la vita con il peso di quel delitto che ora ritornava a tormentalo con i suoi spettri, perché anche chi combatte e uccide per una giusta causa soffre del sangue versato.
Una figura aveva unito quei due uomini nei loro destini: mia madre.
Aveva mai conosciuto la verità lei?
Quelle lettere, tornate a comparire alla fine dei suoi giorni, dicevano che forse non aveva mai dimenticato il bel soldato dei suoi vent’anni, ma aveva saputo ugualmente vivere oltre quella notte buia del ’45, aveva perdonato il male e superato il dolore.
Di lei restava solo l’amore speso per la sua famiglia: questo contava.
Quel pomeriggio stesso, presi il treno, per raggiungere l’aeroporto: volevo tornare subito a casa, a Milano.
Mentre la città s’allontanava lentamente, osservai i luoghi della mia infanzia: erano come nelle cartoline, elegantemente adagiati su austere montagne, custodi gelosi dei suoi segreti più intimi.
Quando aprii la borsa, per infilarvi il biglietto, spuntò di nuovo il pacchetto di carta a fiori.
Avrei voluto conservarlo, con altri oggetti personali della mamma, poi un pensiero m’ illuminò, lo sguardo rivolto alla massicciata grigia che sfrecciava sotto di me, e ad un tratto decisi: le lasciai cadere dal finestrino, mentre il treno era in corsa, perché nel silenzio del vento il dramma dei morti e il dolore dei vivi potessero finalmente trovare riposo.


















































