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Giovedì, 24 Settembre 2009: Accadde Oggi di Alberto Dentice, L'Espresso
CULTURA
Quel concerto fu il simbolo della rivolta giovanile e dell'utopia di un mondo di pace e di amore. Ne parlano a 'L'espresso' il regista del film dedicato al mega evento e un musicista idolo dei giovani. Colloquio con Ang Lee e Ligabue
Una scena di 'Motel Woodstock'
Ang Lee e Ligabue hanno appena concluso i loro impegni in giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Ang Lee, ha dichiarato, a premiazione conclusa che 'Baarìa' avrebbe meritato un premio, e che in futuro qualche premio lo avrà. Ligabue non si pronuncia: ha delegato al presidente la spiegazione del lavoro della giuria. Entrambi, oltre all'interesse per il cinema condividono la passione per la musica. Il 9 ottobre uscirà in Italia 'Motel Woodstock', il film che il regista Oscar de 'I segreti di Brokeback Mountain' ha dedicato a quei tre giorni di pace, amore e musica che quarant'anni fa sconvolsero il mondo. Il film prende le mosse dalla testimonianza di Tiber Elliot, l'autore del libro 'Taking Woodstock', il ragazzo che allora si offrì di ospitare il festival, e attraverso una moltitudine di personaggi descrive le mille faccie dell'America di quegli anni. E adesso, alla luce di questa rievocazione, Ang Lee e Ligabue ne parlano insieme.
Nel 1969 Ang Lee aveva 15 anni. Ligabue nove. Avete un ricordo di quell'epopea?
ANG LEE: "Nei miei ricordi il festival di Woodstock rappresenta l'età dell'innocenza, il simbolo di quanto di meglio ha prodotto la cultura alternativa degli anni Sessanta. Per un magico momento l'utopia condivisa da una buona parte di quella generazione, e cioè che tutto fosse possibile, anche cambiare il mondo attraverso la musica, è riuscita a imporsi. Oltre mezzo milione di ragazzi riuniti per tre giorni, per condividere amore, sesso, musica e stati alterati di coscienza, nel segno della fratellanza e dell'amicizia. Con l'idea che la vita potesse essere rifondata su valori alternativi rispetto al modello imposto dall'establishment, tutto competizione e voglia di arricchirsi. La stampa con una punta di disprezzo li chiamava hippies o freaks (mostri). Ma ora abbiamo capito che avremmo fatto bene a prendere in considerazione seriamente i valori che difendevano: la non violenza, l'antirazzismo, i diritti delle donne e degli omosessuali, il ritorno alla natura. Mi colpì il fatto che molti di quei ragazzi consultassero l'I Ching, il libro della saggezza oracolare dei tempi di Confucio, di cui nessuno di noi sapeva niente, anche perché in Cina era stato proibito".
LIGABUE: "All'epoca avevo appunto nove anni, troppo pochi per poterlo capire e capirne la portata. Ma credo che Woodstock sia diventato un fatto enorme, non tanto musicale quanto culturale e sociale, anche perché è sfuggito di mano agli organizzatori. Nessuno si aspettava che capitasse qualcosa del genere, nessuno si aspettava tanta gente: i ragazzi accampati in cima alla collina la musica la sentivano appena. L'altra considerazione è che dopo il movimento per i diritti civili, dopo la contestazione, dopo aver bruciato le cartoline di coscrizione alla leva, negli Usa ci fosse la voglia di vedere fino a che punto ci si poteva spingere oltre le regole. Credo che il mondo giovanile in quel momento abbia voluto lanciare un segnale per indicare dove voleva, e forse poteva, andare. Lo ha fatto con tutta la determinazione, l'innocenza e l'allegria necessarie. Ma tutto ciò è potuto accadere perché è partito dal basso. E perché erano maturate le condizioni per farlo. In questo senso Woodstock è un evento irripetibile. Ci saranno altri modi per manifestare la voglia di cambiamento da parte delle generazioni venute dopo, ma saranno diversi".
ANG LEE: "Sono d'accordo, è successo tutto grazie a una combinazione di eventi particolare. Gli stessi organizzatori provarono a lanciarne un altro e fu orribile: ad Altamont, tre mesi dopo. La fine di un sogno hippie è stato detto. La storia aveva voltato pagina e non sarebbe tornata più indietro".
L'evento è stato celebrato dallo storico documentario di Michael Wadleigh. Perché ha deciso di girare un altro film?
ANG LEE: "Il film di Wadleigh è un classico, e non avrebbe avuto senso rimetterlo in scena. Il racconto di Tiber 'Taking Woodstock' invece mi ha permesso di assaporare quell'evento con uno sguardo nuovo. Non per parlare di un concerto, ma per descrivere una società. Si parte da un piccolo dramma familiare per raccontare come la forza dell'utopia pacifista e il potere dell'energia sprigionata da quell'evento abbia trasformato la vita delle persone. Cambiano anche i più incalliti conservatori, come Jake e Sonia, i due genitori del protagonista".
LIGABUE: "La storia insegna che non c'è un modello sociale capace di garantire la felicità. Anche il capitalismo, che molti considerano il meno peggio, produce infelicità. Credo che ognuno di noi provi la sensazione di vivere con una specie di tappo; che ci sono tante cose che non ci piacciono o che vorremmo cambiare. Quando ci sono eventi come Woodstock il tappo salta. Questa è la sensazione che provo pensando al film di Ang Lee. Non è detto che questo basti per costruire la felicità per tutti, ma quanto meno ha messo la gente in condizione di sentirsi più liberi di lasciarsi andare e di difendere quello in cui si crede".
Colpisce che in questa celebrazione del potere della giovinezza prevalga il registro della commedia e non dell'epica.
ANG LEE: "L'umorismo l'ho ereditato dal libro. Anche perché il soggetto del racconto era molto ebraico. È a Catskill, nel piccolo hotel El Monaco gestito dai genitori di Elliot, due ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est, che gli organizzatori decidono di stabilire il loro quartier generale. Ed è li vicino che piazzano il palcoscenico del concerto. Questa combinazione tra l'allegria e l'energia dei figli dei fiori e la mentalità refrattaria al cambiamento della famiglia di Elliot, è un motore inesauribile di situazioni divertenti".
Come è riuscito a mettere insieme così tanti ragazzi antropologicamente e fisicamente identici agli hippies di allora?
ANG LEE: "Le nostre giovani comparse non le abbiamo trovate a New York, ma in piccoli centri urbani del Vermont e del New Hampshire, le abbiamo scelte con attenzione, corpi asciutti e facce credibili. Non solo, prima delle riprese abbiamo organizzato dei veri e propri hippy camp, due giorni di training a base di letture, preparazione linguistica e gestuale. È stato divertente. La differenza più evidente tra questi ragazzi e quelli di allora, è nello sguardo e nel rapporto con il proprio corpo".
Come spiegate che il rock degli anni '70 è ancora la musica più ascoltata dai ragazzi?
ANG LEE: "Entrambi i miei figli, uno 25 l'altro 19 anni, concordano con me che non c'è stata una musica migliore di quella prodotta alla fine degli anni Sessanta, primi Settanta. Credo che ciò avesse a che fare con il cambio culturale e la crescita dei baby boomers. Ma quella loro energia rimane un mistero per me. Certo, si stavano ribellando contro la generazione dei genitori, i bravi ragazzi che avevano vinto la guerra e fatto promuovere gli Stati Uniti a superpotenza. Poi è arrivato il Vietnam e i figli hanno capito l'ingiustizia, hanno visto l'ipocrisia del capitalismo, l'assurdità della guerra. Il movimento per i diritti civili, il movimento femminista, i poeti della Beat Generation avevano indicato la strada. Penso che la musica di quegli anni sia riuscita a canalizzare quel tipo di energia. Un'energia profonda, giovane, una miscela esplosiva di consapevolezza cosmica, Lsd e cultura pop che ha impregnato sia i testi che la musica".
LIGABUE: "Penso semplicemente che in quegli anni, tra il 1967 e il 1972, sia stata prodotta la migliore musica del dopoguerra. Gruppi come i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, gli Who, i Doors, cantanti come Jimi Hendrix, e si potrebbe andare avanti, in quel quinquennio hanno dato il loro meglio".
A volte si ha la sensazione che i ragazzi oggi si sentano in qualche modo orfani della passione prodotta in quel periodo.
ANG LEE: "I giovani oggi hanno modi diversi di esprimersi e spingere verso il cambiamento. Obama non è Woodstock, ma è un grande segno di cambiamento. Però è vero, rispetto all'utopia, i ragazzi di oggi sono più pragmatici, forse anche più cinici di quelli di allora".
Comunque ancora oggi, la protesta e il disagio giovanile passano ancora attraverso la musica. Le canzoni danno voce alla rabbia, ai sogni e alle speranze della gente. Anche questa generazione ha i suoi grandi testimonial.
LIGABUE: "Tempo fa ho letto in una ricerca scientifica che le canzoni colpiscono una certa zona del cervello per cui rimangono impresse in modo particolare. Ogni volta, durante i concerti, mi sorprende scoprire che il pubblico conosce a memoria le mie canzoni, meglio di me. Proprio perché le canzoni sono potenti, dobbiamo prestare la massima attenzione alle intenzioni e a quello che ci mettiamo dentro. In quel momento il mondo era pronto a farsi cambiare anche attraverso la musica".
ANG LEE: "Anche perché, mi spiace dirlo, la musica allora era più bella di quella di oggi".
La musica oggi ha perso il suo potere?
LIGABUE: "Credo che, 40 anni dopo, sia sempre più difficile arrivare a certi risultati. Primo perché la musica non ci coglie più di sorpresa come una volta. È difficile dire qualcosa che non sia stato detto, trovare giri armonici e un sound che non sia già stato usato. E ancora, a differenza di oggi, la musica di allora metteva ognuno nelle condizioni di prendere un album, portarselo a casa e ascoltarselo per dieci, 20 volte. Passarci i pomeriggi, lasciare alla musica il tempo di sedimentarsi e di produrre i propri effetti. Questo è difficile che accada. Non solo perché la musica si scarica gratis e ne circola forse troppa. Ma le condizioni attuali, anche a causa dei ritmi sempre più compressi della vita che facciamo, impediscono alla musica di sprigionare tutto il suo potenziale".
Quel concerto fu il simbolo della rivolta giovanile e dell'utopia di un mondo di pace e di amore. Ne parlano a 'L'espresso' il regista del film dedicato al mega evento e un musicista idolo dei giovani. Colloquio con Ang Lee e Ligabue
Una scena di 'Motel Woodstock'
Nel 1969 Ang Lee aveva 15 anni. Ligabue nove. Avete un ricordo di quell'epopea?
ANG LEE: "Nei miei ricordi il festival di Woodstock rappresenta l'età dell'innocenza, il simbolo di quanto di meglio ha prodotto la cultura alternativa degli anni Sessanta. Per un magico momento l'utopia condivisa da una buona parte di quella generazione, e cioè che tutto fosse possibile, anche cambiare il mondo attraverso la musica, è riuscita a imporsi. Oltre mezzo milione di ragazzi riuniti per tre giorni, per condividere amore, sesso, musica e stati alterati di coscienza, nel segno della fratellanza e dell'amicizia. Con l'idea che la vita potesse essere rifondata su valori alternativi rispetto al modello imposto dall'establishment, tutto competizione e voglia di arricchirsi. La stampa con una punta di disprezzo li chiamava hippies o freaks (mostri). Ma ora abbiamo capito che avremmo fatto bene a prendere in considerazione seriamente i valori che difendevano: la non violenza, l'antirazzismo, i diritti delle donne e degli omosessuali, il ritorno alla natura. Mi colpì il fatto che molti di quei ragazzi consultassero l'I Ching, il libro della saggezza oracolare dei tempi di Confucio, di cui nessuno di noi sapeva niente, anche perché in Cina era stato proibito".
LIGABUE: "All'epoca avevo appunto nove anni, troppo pochi per poterlo capire e capirne la portata. Ma credo che Woodstock sia diventato un fatto enorme, non tanto musicale quanto culturale e sociale, anche perché è sfuggito di mano agli organizzatori. Nessuno si aspettava che capitasse qualcosa del genere, nessuno si aspettava tanta gente: i ragazzi accampati in cima alla collina la musica la sentivano appena. L'altra considerazione è che dopo il movimento per i diritti civili, dopo la contestazione, dopo aver bruciato le cartoline di coscrizione alla leva, negli Usa ci fosse la voglia di vedere fino a che punto ci si poteva spingere oltre le regole. Credo che il mondo giovanile in quel momento abbia voluto lanciare un segnale per indicare dove voleva, e forse poteva, andare. Lo ha fatto con tutta la determinazione, l'innocenza e l'allegria necessarie. Ma tutto ciò è potuto accadere perché è partito dal basso. E perché erano maturate le condizioni per farlo. In questo senso Woodstock è un evento irripetibile. Ci saranno altri modi per manifestare la voglia di cambiamento da parte delle generazioni venute dopo, ma saranno diversi".
ANG LEE: "Sono d'accordo, è successo tutto grazie a una combinazione di eventi particolare. Gli stessi organizzatori provarono a lanciarne un altro e fu orribile: ad Altamont, tre mesi dopo. La fine di un sogno hippie è stato detto. La storia aveva voltato pagina e non sarebbe tornata più indietro".
L'evento è stato celebrato dallo storico documentario di Michael Wadleigh. Perché ha deciso di girare un altro film?
ANG LEE: "Il film di Wadleigh è un classico, e non avrebbe avuto senso rimetterlo in scena. Il racconto di Tiber 'Taking Woodstock' invece mi ha permesso di assaporare quell'evento con uno sguardo nuovo. Non per parlare di un concerto, ma per descrivere una società. Si parte da un piccolo dramma familiare per raccontare come la forza dell'utopia pacifista e il potere dell'energia sprigionata da quell'evento abbia trasformato la vita delle persone. Cambiano anche i più incalliti conservatori, come Jake e Sonia, i due genitori del protagonista".
LIGABUE: "La storia insegna che non c'è un modello sociale capace di garantire la felicità. Anche il capitalismo, che molti considerano il meno peggio, produce infelicità. Credo che ognuno di noi provi la sensazione di vivere con una specie di tappo; che ci sono tante cose che non ci piacciono o che vorremmo cambiare. Quando ci sono eventi come Woodstock il tappo salta. Questa è la sensazione che provo pensando al film di Ang Lee. Non è detto che questo basti per costruire la felicità per tutti, ma quanto meno ha messo la gente in condizione di sentirsi più liberi di lasciarsi andare e di difendere quello in cui si crede".
Colpisce che in questa celebrazione del potere della giovinezza prevalga il registro della commedia e non dell'epica.
ANG LEE: "L'umorismo l'ho ereditato dal libro. Anche perché il soggetto del racconto era molto ebraico. È a Catskill, nel piccolo hotel El Monaco gestito dai genitori di Elliot, due ebrei fuggiti dall'Europa dell'Est, che gli organizzatori decidono di stabilire il loro quartier generale. Ed è li vicino che piazzano il palcoscenico del concerto. Questa combinazione tra l'allegria e l'energia dei figli dei fiori e la mentalità refrattaria al cambiamento della famiglia di Elliot, è un motore inesauribile di situazioni divertenti".
Come è riuscito a mettere insieme così tanti ragazzi antropologicamente e fisicamente identici agli hippies di allora?
ANG LEE: "Le nostre giovani comparse non le abbiamo trovate a New York, ma in piccoli centri urbani del Vermont e del New Hampshire, le abbiamo scelte con attenzione, corpi asciutti e facce credibili. Non solo, prima delle riprese abbiamo organizzato dei veri e propri hippy camp, due giorni di training a base di letture, preparazione linguistica e gestuale. È stato divertente. La differenza più evidente tra questi ragazzi e quelli di allora, è nello sguardo e nel rapporto con il proprio corpo".
Come spiegate che il rock degli anni '70 è ancora la musica più ascoltata dai ragazzi?
ANG LEE: "Entrambi i miei figli, uno 25 l'altro 19 anni, concordano con me che non c'è stata una musica migliore di quella prodotta alla fine degli anni Sessanta, primi Settanta. Credo che ciò avesse a che fare con il cambio culturale e la crescita dei baby boomers. Ma quella loro energia rimane un mistero per me. Certo, si stavano ribellando contro la generazione dei genitori, i bravi ragazzi che avevano vinto la guerra e fatto promuovere gli Stati Uniti a superpotenza. Poi è arrivato il Vietnam e i figli hanno capito l'ingiustizia, hanno visto l'ipocrisia del capitalismo, l'assurdità della guerra. Il movimento per i diritti civili, il movimento femminista, i poeti della Beat Generation avevano indicato la strada. Penso che la musica di quegli anni sia riuscita a canalizzare quel tipo di energia. Un'energia profonda, giovane, una miscela esplosiva di consapevolezza cosmica, Lsd e cultura pop che ha impregnato sia i testi che la musica".
LIGABUE: "Penso semplicemente che in quegli anni, tra il 1967 e il 1972, sia stata prodotta la migliore musica del dopoguerra. Gruppi come i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, gli Who, i Doors, cantanti come Jimi Hendrix, e si potrebbe andare avanti, in quel quinquennio hanno dato il loro meglio".
A volte si ha la sensazione che i ragazzi oggi si sentano in qualche modo orfani della passione prodotta in quel periodo.
ANG LEE: "I giovani oggi hanno modi diversi di esprimersi e spingere verso il cambiamento. Obama non è Woodstock, ma è un grande segno di cambiamento. Però è vero, rispetto all'utopia, i ragazzi di oggi sono più pragmatici, forse anche più cinici di quelli di allora".
Comunque ancora oggi, la protesta e il disagio giovanile passano ancora attraverso la musica. Le canzoni danno voce alla rabbia, ai sogni e alle speranze della gente. Anche questa generazione ha i suoi grandi testimonial.
LIGABUE: "Tempo fa ho letto in una ricerca scientifica che le canzoni colpiscono una certa zona del cervello per cui rimangono impresse in modo particolare. Ogni volta, durante i concerti, mi sorprende scoprire che il pubblico conosce a memoria le mie canzoni, meglio di me. Proprio perché le canzoni sono potenti, dobbiamo prestare la massima attenzione alle intenzioni e a quello che ci mettiamo dentro. In quel momento il mondo era pronto a farsi cambiare anche attraverso la musica".
ANG LEE: "Anche perché, mi spiace dirlo, la musica allora era più bella di quella di oggi".
La musica oggi ha perso il suo potere?
LIGABUE: "Credo che, 40 anni dopo, sia sempre più difficile arrivare a certi risultati. Primo perché la musica non ci coglie più di sorpresa come una volta. È difficile dire qualcosa che non sia stato detto, trovare giri armonici e un sound che non sia già stato usato. E ancora, a differenza di oggi, la musica di allora metteva ognuno nelle condizioni di prendere un album, portarselo a casa e ascoltarselo per dieci, 20 volte. Passarci i pomeriggi, lasciare alla musica il tempo di sedimentarsi e di produrre i propri effetti. Questo è difficile che accada. Non solo perché la musica si scarica gratis e ne circola forse troppa. Ma le condizioni attuali, anche a causa dei ritmi sempre più compressi della vita che facciamo, impediscono alla musica di sprigionare tutto il suo potenziale".














































