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Domenica, 20 Dicembre 2009 LUCA MERCALLI, La Stampa
> Copenaghen: il vertice sul clima (dossier)
> Il primo confronto Nord-Sud MAURIZIO MOLINARI
Ma almeno il problema ora esiste
Forse avevamo caricato la Conferenza di Copenhagen di troppe aspettative. In fondo si tratta pur sempre del più complesso negoziato internazionale mai intrapreso nella storia dell’umanità.
Mettere d’accordo 193 Paesi, praticamente tutto l’orbe terracqueo, è ovvio che non è impresa semplice. E allora guardiamo non a ciò che Copenhagen non ha partorito - un accordo condiviso legalmente vincolante sulla riduzione delle emissioni climalteranti - bensì a ciò che ha invece raggiunto. Il primo risultato è che i governi di tutto il mondo non mettono in dubbio il problema climatico, la sua importanza e la sua urgenza, anzi aprono così il comunicato ufficiale: «Noi sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide del nostro tempo».
La consapevolezza c’è e la volontà di agire pure. Il fatto stesso che l’accordo politico plenario sia stato inficiato proprio dall’opposizione di uno stato minuscolo come le isole pacifiche di Tuvalu, è sintomatico: non era l’Arabia che difendeva il suo petrolio, ma la quarta più piccola nazione del mondo, ventisei chilometri quadrati e 11.500 abitanti, minacciata dall’aumento del livello marino causato dalla fusione dei ghiacciai e dall’espansione termica delle acque. Un’opposizione affinché il nuovo trattato fosse più incisivo di quanto l’asse Usa-Cina avrebbe voluto. Gli obiettivi sono però ormai accettati da tutti: contenere l’aumento della temperatura mondiale entro un paio di gradi, ridurre significativamente le emissioni di gas serra e ad aumentare i finanziamenti a favore dei paesi in via di sviluppo.
A questo punto l’Accordo di Copenhagen, come ha detto Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici «pur non essendo tutto quello in cui si era sperato, è un primo passo importante; ora la sfida è arrivare ad uno strumento legalmente vincolante tra un anno in Messico». Non si discute dunque sui fini, ma solo sulle modalità. L’importante è che il processo di perfezionamento del trattato prosegua senza sosta, e non ci sono motivi di pensare il contrario. Semmai questa pausa di riflessione può servire a correggere il tiro, anche da parte dell’informazione di massa. Uno dei luoghi comuni che più ostacolano la presa di coscienza collettiva è la questione dei costi. A Copenhagen i paesi sviluppati si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo di trasferire cento miliardi di dollari all’anno entro il 2020 verso i paesi in via di sviluppo, per favorire la riduzione delle emissioni.
C’è la diffusa convinzione che questa voce rappresenti solo un costo, uno spreco, soldi buttati. Ma è vero? Dove vanno questi denari? Non sono forse investimenti per la ricerca scientifica, il trasferimento tecnologico, la difesa delle foreste tropicali e della biodiversità, l’adozione di nuovi cicli produttivi più rispettosi dell’ambiente nel suo complesso e non solo del clima, la riduzione dei rifiuti, l’ottimizzazione dei trasporti? Certo, è vero che per fare investimenti di tale portata bisognerà spostare dei fondi da alcuni settori dell’economia ad altri che stanno emergendo, è vero che toccherà introdurre nuovi meccanismi di tassazione, di incentivi e di sanzioni. Ma alla fine il gioco vale la candela. Chi perderà un po’ dei suoi margini di guadagno attuali, godrà comunque di vantaggi collettivi e avrà pure tutto il tempo per riconvertirsi a una nuova economia più sobria e meno impattante sull’ambiente. E se queste somme, ci auguriamo in crescita, verranno spese bene, forse tra qualche anno avremo case che consumano un decimo dell’energia che usiamo oggi, avremo automobili forse più piccole ma molto più efficienti, avremo prodotti più riciclabili e meno tossici per la salute nostra e della biosfera.
Lo sviluppo delle energie rinnovabili è poi un passaggio cruciale per l’umanità, anche se non ci fosse la grana climatica. Perfino l’International Energy Agency ha riconosciuto che siamo in prossimità del picco di estrazione petrolifera. Se non ci muoviamo ora a progettare un futuro meno dipendente dall’energia fossile, quando dovremmo farlo? Quando saremo in guerra per spartirci l’ultimo barile di petrolio? I soldi di Copenhagen sono ben altro che buttati via.














































