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EDITORIALI :: Ma non siamo agli Anni Settanta CESARE MARTINETTI
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  Giovedì, 17 Dicembre 2009     CESARE MARTINETTI, La Stampa


Ma non siamo agli Anni Settanta

    L’attentato anarchico alla Bocconi, per quanto - fortunatamente - incruento, attraversa come una scossa l’atmosfera surriscaldata di Milano e dell’Italia. I teorici del ritorno agli Anni Settanta (che curiosamente abitano soprattutto a destra) aggiungeranno benzina ai loro surriscaldati argomenti. Ma non hanno ragione, ed è bene rifletterci un momento.

L’esercizio di voler leggere a tutti i costi il presente sfogliando il catalogo dei fatti passati appare comodo e semplicistico. A che serve evocare l’escalation che portò l’Italia di quarant’anni fa nel turbine delle stragi nere e nella spirale degli omicidi rossi? A leggere certi editorialisti sembra che più che analisi vendano oroscopi funesti. La Storia non si ripete sempre uguale. E allora, piuttosto dobbiamo chiederci quali sono i pericoli di oggi in una situazione di degrado economico e sociale evidente. Gli ammortizzatori sociali per fortuna funzionano, ma la fascia degli esclusi e di quelli che sentono minacciata la propria sicurezza, personale ed economica, è crescente. E tutto questo crea preoccupazione di tenuta sociale, ma è molto diverso dalla realtà degli Anni Settanta.

Allora c’era una società che viveva per idee forti e movimenti di massa, il Sessantotto aveva depositato fiori e fucili, il boom postbellico aveva esaurito la sua spinta propulsiva, la crisi incombente cominciava a mordere le fabbriche, il modello spensierato della società dei consumi si stava rivelando fragile. Il movimento operaio era forte e compatto, il sindacato - per la prima volta unitario nella storia del Paese - sembrava unire come non era mai accaduto gli operai del Nord con le masse del Sud. La rivoluzione sociale incompiuta dalla Resistenza sembrava possibile. L’utopia egualitaria si realizzava nelle fabbriche e nelle scuole innescando un diffuso riscatto sociale e promuovendo insieme l’esasperazione di quell’inclinazione anticompetitiva che è oggi uno dei nostri vizi nazionali.

La politica era forte, le idee anche, i partiti strutturati, la lotta politica dura, le grandi ideologie del Novecento con il loro carico di drammi e di ideali costituivano la rete su cui la società era organizzata. La profondità della ferocia che si espresse prima nelle stragi fasciste (a cominciare da piazza Fontana, naturalmente) poi nella serialità di omicidi e ferimenti realizzati dai terroristi rossi era pari alla dimensione storica di quelle divisioni. Dietro gli assassini di allora c’era una vera realtà politica e sociale.

E ora? Per quanto sciagurato il gesto di Massimo Tartaglia contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è il sequestro Moro. Per quanto estremi gli slogan dei contestatori di oggi hanno un impatto infinitamente meno forte dei cortei operai di allora. Nella nostra società liquida e post-industriale gli unici movimenti di massa si possono trovare in quella dimensione virtuale che si chiama Internet, social network di uomini e donne sole che si cercano per condividere idee, conoscersi, lavorare, giocare, delirare, dire sciocchezze. È una dimensione importante di libertà, specie per i giovani, che vive di autoregolazione: i fan club di Tartaglia sono durati poche ore (esattamente come quelli di Berlusconi...). Immaginare di entrarci con le manette è velleitario e anche sbagliato.

La bomba di Milano non va certo archiviata come irrilevante. La scelta simbolica della Bocconi, scuola d’élite per una società che tende al meglio e vuole competere, è una scelta in linea con una logica terroristica. Dunque attenzione: qualcuno può sempre prendere una pistola e usarla. Il disagio sociale c’è ed è forte, le persone si sentono sole e non protette perché non esiste più un movimento sindacale né una cultura di rivendicazione collettiva. I poteri pubblici devono saper offrire una difesa a chi non si sente difeso. In questa realtà i gesti isolati sono possibili e ugualmente temibili. Ma i veri terroristi non si sono mai mossi per bisogno. Piuttosto per un’ideologia che oggi non si vede e che rende così diversi i nostri da quegli anni. Quello che si vede invece è un’insopportabile e autoreferenziale guerra civile a parole tra i politici e nel discorso pubblico italiano. Siamo convinti che la società civile nella gran maggioranza sia oggi meglio della società politica, più consensuale, meno isterica, più pragmatica. In una parola più seria. È dovere di tutti rappresentarla meglio.

 





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