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Lunedì 29 Giugno : 2009

MICHAEL JACKSON,

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“L’ICONA DAL VOLTO TRISTE”.

Image Si è spento Michael Jackson, all’età di 50 anni. Un grande della musica pop-rock: anzi, un grande della musica, e basta. Tanto è difficile catalogare questo maestro. Egli fin da giovanissimo, ma proprio preadolescente, con i “Jackson Five”, la band di famiglia, si caratterizzò con i toni squillanti della sua voce, ma con excursus acuti da soprano leggero, che gli sono rimasti pur oltre quell’età, ma anche con una capacità di “tenere scena” che lo individuarono subito come il più talentoso e completo della famiglia. E si dice che fin da piccolo collaborasse con il padre-imprenditore  a scrivere i testi sia musicali che verbali: un genio  mozartiano. Anche se “uscì” con una serie di hits nella sua carriera solista,  l’evento artistico che trasformò la sua carriera tutto sommato nazionale, in una string di successi di rilevanza planetaria fu un video, in realtà un piccolo film: “Thryller” (83).  Esso nacque come supporto video di lancio all’Album omonimo, ancora oggi considerato il suo più bello e completo. Ma divenne, grazie soprattutto alla volontà ideatrice di Jacko, un’opera che si divincolò dall’uso funzionale di supporto e illustrazione sui generis, spesso anche di buon valore visivo intrinseco, alle varie canzoni che gli artisti intendevano promuovere, per divenire espressione della creatività di un genio- Fu realizzato un piccolo grande film di grande efficacia. Segnò profondamente la storia della video cultura musicale e dello stile relativi a questo tipo di espressioni artistiche. Per me, inoltre, è sempre stata, non solo la sua  performance più convincente, ma anche quella che più di tutte le altre ha prefigurato il suo destino futuro. Voglio dire: non so se fu un caso, ma esso fece uscire qualcosa di fortemente presente nella sua personalità, la sua capacità, il suo desiderio profondo di trasformare il suo corpo in una specie di meraviglia ambulante, in un mostro vivente e “ordinario” in un universo zombesco. Ciò che nel  video in oggetto fu mostrato in modi misteriosamente profetici, è stata la metafora della sua vita…Il film fu diretto dal regista anch’egli di talento John Landis, da poco reduce dal meritato successo di critica e di pubblico di “Un Lupo mannaro americano a Londra” (81). Era una commedia dark, in cui sotto le iniziali spoglie di una teen-ager comedy, sviluppa non solo un ineccepibile e ben funzionale film dell’orrore, ma dava nuova linfa al sub genere del Licantropo; grazie soprattutto ad  una buona dose di dissacrante ironia. Del resto il genio cinicamente ironico e irriverente del regista era stato messo in luce da “The Blues Brothers” (80) e “Animal House” (78), tutti e due caratterizzati dall’indimenticabile, debordante, sregolato John Belushi, nel cinema e purtroppo anche nella vita. Il cantante, che già allora si autoproduceva i suoi dischi, rimase impressionato come tutti (tranne i miopi critici italiani che la snobbavano), dalla qualità non solo registica ma anche tecnico-artistica del film. Cioè della qualità dei suoi “trucchi” e degli effetti speciali delle figure dei Lupi Mannari, la cui configurazione fisico-articolativa era di un realismo da paura, allo stesso tempo magico e inquietantemente fedele, in particolare nelle sue trasformazioni dall’umano al mannaro e viceversa. Fu messa in luce la bravura tecnico-creativa  del “Makeup creator” e “Makeup designer”, che era il grande Rick Baker. Colui che aveva disegnato e coordinato il lavoro di applicazione e di resa dinamica in chiave narrativa delle varie protesi trasformative agli attori: un lavoro di notevole qualità plastico-scultorea; non di grafica digitale, per intenderci, che allora appena appena esisteva sperimentalmente. Quindi il cantante scritturò l’intera squadra del film di Landis, oltre al regista stesso: il direttore della fotografia (Robert Paynter), i montatori (Malcom Campbell, Robert Folsey jr, che divenne anche coproduttore insieme a Jackson e a Landis) , le responsabili dei costumi, Baker, ecc. Tra l’altro molti loro hanno collaborato anche in seguito con Jacko, compreso il regista. Mich. Jack. scrisse il testo della canzone e della  sceneggiatura, ecc.: insomma fu un laboratorio collettivo di ardente, instancabile creatività. Il suo apporto creativo fu  notevole, anche sul livello filmico: ma, oltre alle musiche,  furono le sue coreografie che fecero strabuzzare gli occhi degli spettatori, e lasciarli a bocca aperta.  Esse furono innovative, d’immediata presa, perfette, di grande impatto gestuale e immerse in un’atmosfera visuale-dinamica millimetrica, calibrata nei singoli effetti e quelli in campo totale. S’intuiva il suo rifarsi alla New York break-dance, da poco portata al successo mondiale in “Flashdance” (83): ma essa veniva rivoltata, perché dava spazio alla “sua”  creatività, con una serie numerosissima di movenze da lui inventate, poi restate leggendarie, come il tipico suo “passo lunare”. “Thryller” fu un immediato, sconvolgente successo: e ancora oggi è il clip più visionato in assoluto. Eppure ogni volta che lo vedo mi assale sempre una densa malinconia:. Come giustamente dice  il Presidente Obama, ”E’ un’ icona della musica dal volto triste”. Quella figurina leggera, dal volto mai felice di un bambino che non è mai stato fatto uscire affettivamente dall’infanzia e ricca di uno sterminato talento, ha realmente percorso quell’iter di trasformazione, che nel film era puramente, ma fin troppo realisticamente, fantastico. Si è talmente negato a se stesso di “abitare entro sé”, che voleva che il suo corpo fosse lo specchio inesistente, di un nulla: perché il suo ostinato, pervicace, violento “correggersi” nelle forme esteriori, mostrava solo il dolore intenso di chi non “ha anima”, perché non riesce ad aver un “corpo”, ovvero un corpo accettato.

 



 
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