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Venerdì, 25 Dicembre 2009 MICHELE BRAMBILLA, La Stampa
Milano, non è Natale
se non c'è il panettone
se non c'è il panettone
Viaggio nei templi del dolce più amato dagli italiani
Il panettone è diventato un simbolo del Natale
«Ci deve essere stato un errore - dice Haber -: il giornale ha regalato a tutti quanti un panettone e uno spumante. Io non l’ho avuto». «Cosa?» «Il panettone e lo spumante». «L’ufficio personale evidentemente ci ha passato un elenco e lei non c’era. Ma lei non è quello che è rimasto senza anche l’anno scorso?» «Esattamente». «Vede?», taglia corto il caporedattore, come dire: non l’ha avuto l’anno scorso e non ce l’ha anche quest’anno, quindi è giusto così. Finzione cinematografica fino a un certo punto. Al Corriere della Sera molti ricordano una scena altrettanto esilarante e altrettanto tristissima di una ventina di anni fa, quando un direttore del personale rincorse nei corridoi il corrispondente da Melegnano per strappargli di mano il panettone aziendale: in quanto corrispondente e non redattore, non ne aveva diritto. Ma non avere il panettone a Milano è una sciagura. All’inizio di ogni campionato di calcio, quando si dubita dell’allenatore dell’Inter o del Milan, si ipotizza che «non mangerà il panettone», come il corrispondente da Melegnano.
Perché il panettone è milanese milanesissimo. Qui nacque ai tempi di Ludovico il Moro. Tra le tante ricostruzioni-leggende, due sono le più accreditate. La prima vuole che sia frutto di una storia d’amore: quella fra il nobile Ugo degli Atellani - falconiere di Ludovico il Moro - e Adalgisa, figlia del panettiere Toni di corso Magenta, che allora era una contrada di povera gente. Per aiutare Toni, Ugo degli Atellani rubò una coppia di splendidi falchi al Moro e li vendette per comprare burro, uova, pezzetti di cedro candito e uva sultanina. Nacque così il «pan del Toni». L’altra leggenda fa risalire l’invenzione a uno sguattero di Ludovico il Moro, che si chiamava pure lui Toni. Oggi i panettoni artigianali sono preziosi come gemme. Il più caro - 33 euro al chilo - lo fa Sant’Ambroeus, un tempio della milanesità. Anche se il pasticciere che lo confeziona, pensate un po’, è siciliano. Ma vive a Milano da 46 anni e il suo destino era scritto all’anagrafe: si chiama infatti Antonio Di Natale. «Per fare un grande panettone - spiega - occorrono ingredienti di qualità superiore e molta cura: ognuno sta in forno 36 ore, non ne produciamo più di cento chili al giorno». Ogni panettone va da uno a cinque chili. «Di più non si può: l’anno scorso me ne hanno fatto fare uno da sette chili ma all’interno non è cotto bene».
Solo un euro di meno - 32 al chilo - costa quello di Cova, via Montenapoleone, altro storico bar-pasticceria. Da Peck, la celeberrima gastronomia, 29 euro al chilo: curiosamente il prezzo non cresce in modo proporzionale, quello da due chili costa 62 euro, quello da cinque 150. Da Marchesi, rinomatissima pasticceria dal 1824, il prezzo è più contenuto: 23 euro al chilo. Questi sono i panettoni «dei sciuri». Per dare un’idea della differenza con i panettoni industriali, al supermercato il più caro è quello delle Tre Marie (10,90 euro al Kg); quelli di Motta, Bauli e Melegatti sono in vendita a 3,20 euro al chilo; quello de Le Grazie 2,20. Chi volesse un’alternativa «biologica» può andare al Centro Botanico di via Cesare Correnti: c’è un panettone artigianale fatto da un piccolo fornaio della provincia di Milano che si chiama «La torta fatta in casa»: 11 euro quello da 450 grammi; 14,50 euro da 700 grammi; 19,50 da 950 grammi. I detrattori del panettone dicono che è «stopposo» e ricordano che i nostri vecchi lo spalmavano di burro per farlo scivolare nell’esofago, intasandosi le coronarie. Non sanno quel che dicono. Dovrebbero provare come lo servono alla Trattoria Milanese di via Santa Marta 11: insieme con lo zabaione. Non fa passare il mal di gola come il panettone «posso» che si mangia a San Biagio, il 3 febbraio: ma è altrettanto miracoloso.














































