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Giovedì, 8 Ottobre 2009: Accadde Oggi di FRANCO MANCUSI, Il Mattino
CRONACA / AMBIENTE / CAMPANIA
NAPOLI - Vesuvio, non decollano i piani di fuga dalle zone del rischio. Nessun motivo di allarme, per il momento, ma i programmi della Protezione Civile si sono bloccati.
Lo scenario ambientale non è cambiato (anche se gli abusi edilizi sono leggermente diminuiti), le strade che circondano il cratere sono poche, dissestate e sempre intasate, le infrastrutture carenti, come gli ospedali, le scuole, i servizi sociali in tutti i diciotto Comuni della zona rossa (seicentomila abitanti) addensata intorno al cratere.
Scappare via dal vulcano, in caso d'improvvisa necessità, significherebbe precipitare nel baratro di una trappola fatale. Ben lo sanno i sindaci e gli amministratori comunali, che inutilmente continuano a sollecitare Prefettura, Regione, Protezione Civile a riprendere i fili della paziente tessitura avviata nel '96 con il varo del primo piano nazionale di sicurezza per uno dei comprensori a più alto rischio vulcanico del mondo, perché più densamente abitato.
Il succedersi incalzante delle grandi catastrofi naturali hanno fatto un tantino slittare l'attenzione sui temi della sicurezza nell'area vesuviana, anche se i vertici nazionali della Protezione Civile assicurano di non aver mai mollato di un solo millimetro la guardia sul fronte napoletano.
Di fatto le esercitazioni intercomunali sono ferme dall'ultimo appuntamento, di quattro anni fa, mentre la commissione ministeriale che dovrebbe coordinare i diversi interventi di prevenzione non si riunisce da molto tempo e ancora non è riuscita a varare il piano di sicurezza dei Campi Flegrei, dove bisognerà garantire la sicurezza di quanti abitano (trecentomila persone) delle periferie occidentali di Napoli, oltre che di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Monte di Procida.
Approfondimenti
■ L'intervista: Marcello Martini, direttore dell'osservatorio vesuviano: «Sarà allargata la zona gialla nel piano di sicurezza»
NAPOLI - Stretta nella cintura di fuoco del Vesuvio, dei Campi Flegrei, dell’Epomeo, storicamente attraversata dai più forti terremoti dell’Appennino meridionale, quasi dappertutto segnata dai guasti di un territorio fragile e poco curato, la provincia di Napoli è una delle zone a più alto rischio ambientale del mondo.
Ben lo sapevano gli abitanti del passato, che costruivano poco e bene case e insediamenti produttivi. Non se ne curano i contemporanei, che ormai edificano intere città a poche centinaia di metri dai crateri vulcanici, deviano fiumi e torrenti per far posto a strade e piazze, bruciano boschi e devastano piante per agevolare l’avanzata del cemento selvaggio. L’allarme è stato lanciato dall’Istituto di geofisica. I ricercatori hanno fatto notare che l’area più a rischio è quella del Vesuvio e dei Campi Flegrei: quei vulcani non sono spenti e nell’area esistono troppi insediamenti.
Sui problemi della difesa del suolo si gioca il futuro di Napoli e della Campania, lo sanno tutti. Ma non tutte le comunità locali sembrano attrezzate per fronteggiare i colpi di una possibile, improvvisa emergenza naturale. Siamo all’avanguardia per l'efficienza della Protezione civile, i nostri modelli scientifici sono imitati in tutto il mondo per quanto riguarda la sorveglianza scientifica dei punti più critici della regione. Ma di una vera e propria coscienza del rischio non si può ancora parlare.
Puntualmente, con il ripetersi delle grandi catastrofi ambientali, l’attenzione dell’opinione pubblica torna a concentrarsi sui piani di prevenzione, sulle norme urbanistiche. In realtà le preoccupazioni durano per i pochi giorni dell’emozione provocata da vittime e sfollati. Poi l’incuria torna a prendere il sopravvento, con gli interessi consumistici prevalenti, gli egoismi, le contraddizioni di un fatalismo mai del tutto superato.
Così è stato per le devastanti eruzioni del Vesuvio, il terremoto dell’Irpinia, il bradisismo esasperante dei Campi Flegrei, la tragedia di Sarno, le alluvioni delle periferie napoletane,le frane della costiera sorrentina, gli incendi delle isole, dei parchi archeologici, dei Camaldoli. Gli abusi edilizi, i condoni, e le speculazioni urbanistiche hanno provocato una situazione generalizzata in Campania come in tutte le altre regioni del nostro Mezzogiorno e del Paese. Sbaglia, clamorosamente, chi continua a invocare interventi dall’alto e leggi speciali. Per difendere lo straordinario patrimonio delle risorse ambientali le amministrazioni pubbliche e i cittadini hanno a disposizione strumenti efficaci e funzionali. Ma il rispetto delle leggi resta un’opinione, i controlli sono generici e occasionali, le speculazioni diffuse e strumentali.
Nel 2003 fu varato dalla Regione un piano di profonda trasformazione dell’area vesuviana, la più esposta al rischio vulcanico, con i suoi seicentomila abitanti condensati nei diciotto Comuni più vicini al cratere. Filosofia dell’operazione - apprezzata dagli studiosi di mezzo mondo - doveva essere lo snellimento di duecentomila persone, nel giro di quattro o cinque anni, attraverso incentivi di esodo (trentamila euro di bonus a famiglia) e la riconversione del tessuto industriale, valorizzando le imprese del turismo della ricerca scientifica, delle attività culturali. Tutto inutile: pochi hanno creduto nel valore sottinteso dai provvedimenti, pochissime amministrazioni locali si sono impegnate a realizzare le indicazioni della comunità scientifica. Risultato: meno di diecimila persone, spontaneamente, hanno lasciato la zona rossa, nella quale si continua a costruire in maniera più o meno irrazionale.
Nuovo allarme Vesuvio, anno zero
sui progetti delle vie di fuga
sui progetti delle vie di fuga
Lo scenario ambientale non è cambiato (anche se gli abusi edilizi sono leggermente diminuiti), le strade che circondano il cratere sono poche, dissestate e sempre intasate, le infrastrutture carenti, come gli ospedali, le scuole, i servizi sociali in tutti i diciotto Comuni della zona rossa (seicentomila abitanti) addensata intorno al cratere.
Scappare via dal vulcano, in caso d'improvvisa necessità, significherebbe precipitare nel baratro di una trappola fatale. Ben lo sanno i sindaci e gli amministratori comunali, che inutilmente continuano a sollecitare Prefettura, Regione, Protezione Civile a riprendere i fili della paziente tessitura avviata nel '96 con il varo del primo piano nazionale di sicurezza per uno dei comprensori a più alto rischio vulcanico del mondo, perché più densamente abitato.
Il succedersi incalzante delle grandi catastrofi naturali hanno fatto un tantino slittare l'attenzione sui temi della sicurezza nell'area vesuviana, anche se i vertici nazionali della Protezione Civile assicurano di non aver mai mollato di un solo millimetro la guardia sul fronte napoletano.
Di fatto le esercitazioni intercomunali sono ferme dall'ultimo appuntamento, di quattro anni fa, mentre la commissione ministeriale che dovrebbe coordinare i diversi interventi di prevenzione non si riunisce da molto tempo e ancora non è riuscita a varare il piano di sicurezza dei Campi Flegrei, dove bisognerà garantire la sicurezza di quanti abitano (trecentomila persone) delle periferie occidentali di Napoli, oltre che di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Monte di Procida.
Vesuvio e Solfatara, nuovo allarme
«Troppi rischi, piano fuga inapplicato»
«Troppi rischi, piano fuga inapplicato»
Approfondimenti
■ L'intervista: Marcello Martini, direttore dell'osservatorio vesuviano: «Sarà allargata la zona gialla nel piano di sicurezza»
Ben lo sapevano gli abitanti del passato, che costruivano poco e bene case e insediamenti produttivi. Non se ne curano i contemporanei, che ormai edificano intere città a poche centinaia di metri dai crateri vulcanici, deviano fiumi e torrenti per far posto a strade e piazze, bruciano boschi e devastano piante per agevolare l’avanzata del cemento selvaggio. L’allarme è stato lanciato dall’Istituto di geofisica. I ricercatori hanno fatto notare che l’area più a rischio è quella del Vesuvio e dei Campi Flegrei: quei vulcani non sono spenti e nell’area esistono troppi insediamenti.
Sui problemi della difesa del suolo si gioca il futuro di Napoli e della Campania, lo sanno tutti. Ma non tutte le comunità locali sembrano attrezzate per fronteggiare i colpi di una possibile, improvvisa emergenza naturale. Siamo all’avanguardia per l'efficienza della Protezione civile, i nostri modelli scientifici sono imitati in tutto il mondo per quanto riguarda la sorveglianza scientifica dei punti più critici della regione. Ma di una vera e propria coscienza del rischio non si può ancora parlare.
Puntualmente, con il ripetersi delle grandi catastrofi ambientali, l’attenzione dell’opinione pubblica torna a concentrarsi sui piani di prevenzione, sulle norme urbanistiche. In realtà le preoccupazioni durano per i pochi giorni dell’emozione provocata da vittime e sfollati. Poi l’incuria torna a prendere il sopravvento, con gli interessi consumistici prevalenti, gli egoismi, le contraddizioni di un fatalismo mai del tutto superato.
Così è stato per le devastanti eruzioni del Vesuvio, il terremoto dell’Irpinia, il bradisismo esasperante dei Campi Flegrei, la tragedia di Sarno, le alluvioni delle periferie napoletane,le frane della costiera sorrentina, gli incendi delle isole, dei parchi archeologici, dei Camaldoli. Gli abusi edilizi, i condoni, e le speculazioni urbanistiche hanno provocato una situazione generalizzata in Campania come in tutte le altre regioni del nostro Mezzogiorno e del Paese. Sbaglia, clamorosamente, chi continua a invocare interventi dall’alto e leggi speciali. Per difendere lo straordinario patrimonio delle risorse ambientali le amministrazioni pubbliche e i cittadini hanno a disposizione strumenti efficaci e funzionali. Ma il rispetto delle leggi resta un’opinione, i controlli sono generici e occasionali, le speculazioni diffuse e strumentali.
Nel 2003 fu varato dalla Regione un piano di profonda trasformazione dell’area vesuviana, la più esposta al rischio vulcanico, con i suoi seicentomila abitanti condensati nei diciotto Comuni più vicini al cratere. Filosofia dell’operazione - apprezzata dagli studiosi di mezzo mondo - doveva essere lo snellimento di duecentomila persone, nel giro di quattro o cinque anni, attraverso incentivi di esodo (trentamila euro di bonus a famiglia) e la riconversione del tessuto industriale, valorizzando le imprese del turismo della ricerca scientifica, delle attività culturali. Tutto inutile: pochi hanno creduto nel valore sottinteso dai provvedimenti, pochissime amministrazioni locali si sono impegnate a realizzare le indicazioni della comunità scientifica. Risultato: meno di diecimila persone, spontaneamente, hanno lasciato la zona rossa, nella quale si continua a costruire in maniera più o meno irrazionale.














































