OMICIDIO E STUPRO IN IRAQ, 110 ANNI A SOLDATO USA
WASHINGTON
- "Uccidere persone è come schiacciare una formica: tu uccidi uno e poi dici 'Bene, adesso andiamo a mangiare una pizza' ".
Così aveva raccontato a un giornalista Steven Green, uno dei cinque militari Usa che il 12 marzo 2006 a Mahmudiya, in Iraq, stuprarono una ragazzina di 14 anni e poi la uccisero dopo averle sterminato la famiglia. Green - già congedato al momento dell'incriminazione - sarà processato da un tribunale federale (non militare) nel Kentucky, e rischia la pena di morte; mentre gli altri quattro, che sono ancora nell'esercito, uno dopo l'altro stanno affrontando il verdetto dei tribunali militari.
In serata è stata pronunciata la terza sentenza da una Corte marziale a Fort Campbell, in Kentucky. Il soldato Jesse Spielman, 22 anni, è stato condannato a 110 anni di reclusione, con possibilità di liberazione condizionata. Venerdì era stato riconosciuto colpevole di aver pianificato a sangue freddo con gli altri membri della sua unità lo stupro della ragazza, lo sterminio della sua famiglia e il successivo incendio con il quale avevano cercato di nascondere il crimine. Due suoi commilitoni erano già stati condannati, uno nel novembre 2006 e uno nel febbraio di quest'anno: a 90 anni di carcere il 24enne James Barker; a 100 anni Paul Cortez, sergente, anche lui di 24 anni. Bryan Howard, 19 anni, deve ancora comparire di fronte a una Corte marziale.
La vicenda - una delle pagine più nere scritte dai soldati americani in Iraq - risale al 12 marzo 2006 a Mahmudiya, un villaggio a circa 30 chilometri a sud di Baghdad. Le accuse più gravi riguardano l'ex soldato Steven Green: fu lui a uccidere il padre, la madre e la sorellina della 14/enne, mentre gli altri soldati la violentavano a turno. Sarebbe stato sempre Green, alla fine, a uccidere anche la ragazzina, sparandole alla testa dopo l'ennesimo stupro. Poi, tutti insieme, i soldati diedero fuoco ai cadaveri con il cherosene, prima di darsi alla fuga. La strage, attribuita in un primo momento a miliziani iracheni, ha provocato indignazione in Iraq e negli Usa.
Nessuno dei crimini di guerra di cui sono stati accusati i soldati americani in questi anni, compresi gli abusi di Abu Ghraib, è stato accolto con altrettanto sconcerto nell'ambiente militare Usa come la folle spedizione di Spielman e di altri quattro compagni d'armi della 101/a divisione aviotrasportata. Gli eventi di quel giorno, ricostruiti finora nelle aule dei tribunali militari, sono raccapriccianti: la maggiore delle figlie degli Al Janabi, Abeer Qassim, 14 anni, fu scelta come bersaglio dai cinque militari dopo una giornata di partite a carte e molto whisky. A guidare il gruppo, l'ex soldato Steven Green, ora in attesa di un processo federale in Kentucky. Il quintetto raggiunse la casa degli Al Janabi con l'intento di violentare la ragazzina, poi i militari uccisero uno dopo l'altro gli altri membri della famiglia, abusarono di Abeer Qassim e infine le spararono alla testa.
A compiere materialmente gli omicidi sarebbe stato Green. I soldati tentarono anche di far sparire i cadaveri dando loro fuoco, bruciarono i loro indumenti e gettarono in un canale l'arma del delitto, un fucile mitragliatore AK-47 Kalashnikov. Altri soldati della 101/a e psicologi militari hanno testimoniato in qualche modo a favore degli accusati, descrivendo un clima bellico che avrebbe provocato seri problemi mentali a molti soldati. Ma i procuratori militari di Fort Campbell finora hanno sottolineato che non ci possono essere scuse o attenuanti per la spedizione di Mahmudiya. Venerdì un'altra Corte marziale, a Camp Pendleton (California), aveva emesso un'altra sentenza di condanna in relazione a un altro dei tanti episodi di violenza perpetrati ai danni di civili iracheni da elementi del contingente americano in Iraq. Per l'assassinio a sangue freddo, il 26 aprile 2006 ad Hamdania, di Hashem Ibrahim Awad, 52 anni, padre di una famiglia numerosa, è stato condannato - a 15 anni - il sergente dei Marines Lawrence Hutchins, il sesto degli otto militari coinvolti.
- "Uccidere persone è come schiacciare una formica: tu uccidi uno e poi dici 'Bene, adesso andiamo a mangiare una pizza' ".
Così aveva raccontato a un giornalista Steven Green, uno dei cinque militari Usa che il 12 marzo 2006 a Mahmudiya, in Iraq, stuprarono una ragazzina di 14 anni e poi la uccisero dopo averle sterminato la famiglia. Green - già congedato al momento dell'incriminazione - sarà processato da un tribunale federale (non militare) nel Kentucky, e rischia la pena di morte; mentre gli altri quattro, che sono ancora nell'esercito, uno dopo l'altro stanno affrontando il verdetto dei tribunali militari.
In serata è stata pronunciata la terza sentenza da una Corte marziale a Fort Campbell, in Kentucky. Il soldato Jesse Spielman, 22 anni, è stato condannato a 110 anni di reclusione, con possibilità di liberazione condizionata. Venerdì era stato riconosciuto colpevole di aver pianificato a sangue freddo con gli altri membri della sua unità lo stupro della ragazza, lo sterminio della sua famiglia e il successivo incendio con il quale avevano cercato di nascondere il crimine. Due suoi commilitoni erano già stati condannati, uno nel novembre 2006 e uno nel febbraio di quest'anno: a 90 anni di carcere il 24enne James Barker; a 100 anni Paul Cortez, sergente, anche lui di 24 anni. Bryan Howard, 19 anni, deve ancora comparire di fronte a una Corte marziale.
La vicenda - una delle pagine più nere scritte dai soldati americani in Iraq - risale al 12 marzo 2006 a Mahmudiya, un villaggio a circa 30 chilometri a sud di Baghdad. Le accuse più gravi riguardano l'ex soldato Steven Green: fu lui a uccidere il padre, la madre e la sorellina della 14/enne, mentre gli altri soldati la violentavano a turno. Sarebbe stato sempre Green, alla fine, a uccidere anche la ragazzina, sparandole alla testa dopo l'ennesimo stupro. Poi, tutti insieme, i soldati diedero fuoco ai cadaveri con il cherosene, prima di darsi alla fuga. La strage, attribuita in un primo momento a miliziani iracheni, ha provocato indignazione in Iraq e negli Usa.
Nessuno dei crimini di guerra di cui sono stati accusati i soldati americani in questi anni, compresi gli abusi di Abu Ghraib, è stato accolto con altrettanto sconcerto nell'ambiente militare Usa come la folle spedizione di Spielman e di altri quattro compagni d'armi della 101/a divisione aviotrasportata. Gli eventi di quel giorno, ricostruiti finora nelle aule dei tribunali militari, sono raccapriccianti: la maggiore delle figlie degli Al Janabi, Abeer Qassim, 14 anni, fu scelta come bersaglio dai cinque militari dopo una giornata di partite a carte e molto whisky. A guidare il gruppo, l'ex soldato Steven Green, ora in attesa di un processo federale in Kentucky. Il quintetto raggiunse la casa degli Al Janabi con l'intento di violentare la ragazzina, poi i militari uccisero uno dopo l'altro gli altri membri della famiglia, abusarono di Abeer Qassim e infine le spararono alla testa.
A compiere materialmente gli omicidi sarebbe stato Green. I soldati tentarono anche di far sparire i cadaveri dando loro fuoco, bruciarono i loro indumenti e gettarono in un canale l'arma del delitto, un fucile mitragliatore AK-47 Kalashnikov. Altri soldati della 101/a e psicologi militari hanno testimoniato in qualche modo a favore degli accusati, descrivendo un clima bellico che avrebbe provocato seri problemi mentali a molti soldati. Ma i procuratori militari di Fort Campbell finora hanno sottolineato che non ci possono essere scuse o attenuanti per la spedizione di Mahmudiya. Venerdì un'altra Corte marziale, a Camp Pendleton (California), aveva emesso un'altra sentenza di condanna in relazione a un altro dei tanti episodi di violenza perpetrati ai danni di civili iracheni da elementi del contingente americano in Iraq. Per l'assassinio a sangue freddo, il 26 aprile 2006 ad Hamdania, di Hashem Ibrahim Awad, 52 anni, padre di una famiglia numerosa, è stato condannato - a 15 anni - il sergente dei Marines Lawrence Hutchins, il sesto degli otto militari coinvolti.














































