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EDITORIALI :: Parole vuote e un po' ipocrite - Ernesto Galli Della Loggia
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Parole vuote e un po' ipocrite - Ernesto Galli Della Loggia
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  Giovedì, 24 Dicembre 2009    Ernesto Galli Della Loggia, corriere della sera


FILM, TRENI, RIFLESSI DI UN PAESE

Parole vuote e un po' ipocrite

            E’ uno strano Paese l’Italia: sarà banale dirlo ma è quasi impossibile non farlo. Un Paese per vocazione schizofrenico: dove è la regola fare d’ogni erba un fascio e dove però l’arte cavillosa del distinguo raggiunge vette sublimi; la patria del qui lo dico e qui lo nego (o perlomeno lo smentisco), delle apparenze che ingannano. Un Paese schizofrenico, appunto. E di conseguenza votato all’ipocrisia. Ipocrisia che si manifesta tra tanti altri ambiti anche nell’atteggiamento rispetto alla lingua, all’uso delle parole. E al tempo stesso nel modo di reagire alle parole altrui, al linguaggio che ci tocca ascoltare. Ovvero, di non reagire. Come ad esempio nessuno ha fin qui reagito pubblicamente, salvo un paio di critici cinematografici — all’ondata di doppi sensi osceni e di turpiloquio che in questi giorni si rovescia ad ogni scena sugli spettatori di «Natale a Beverly Hills». Mi domando se esistano altri Paesi in cui, non un filmetto qualsiasi, ma la pellicola che si prevede come la più vista dell’anno, consista in pratica in una serie ininterrotta di volgarità condite di parolacce: una specie di lunga scritta oscena sulla parete del cesso d’una stazione. Ma l’Italia è evidentemente fatta così. Anche questo è il Paese reale, la sua cultura, le sue pulsioni profonde. Ancor più la dice lunga il fatto che un simile film abbia incredibilmente ottenuto dalle competenti autorità ministeriali (come ha raccontato Paolo Mereghetti sul Corriere) la qualifica di film «d’interesse culturale e nazionale», e dunque il diritto ai relativi benefici economici. Alla suddetta cultura nazionale, bisogna credere, il linguaggio crudo non dispiace.

Il parlare diretto, anche a costo di cadere nello scurrile, lo sente congeniale. Non sempre, però. Infatti, se a parlare fuori dai denti è per caso qualcuno che lo fa contro l’opinione in quel momento prevalente, osando rompere la glassa capziosa dell’eloquio ufficiale, allora apriti cielo. Allora, invece, tutti a dire «ma questo come si permette? », «ma che linguaggio è questo?». Come sta per l’appunto capitando in queste ore all’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, l’ingegnere Mauro Moretti. Una persona che s’indovina competente. Che al pari di tanti uomini e donne dell’industria, dell’intraprendere, del fare, conosce ciò di cui parla e non è abituato a indorare la pillola. E quindi, per esempio, non esita a dire al governatore del Piemonte che se vuole fare viaggiare meglio i pendolari farebbe meglio a investire in nuovi vagoni anziché spendere soldi per una nuova sede della Regione; che una bella nevicata non costituisce proprio il clima più adatto per inaugurare una linea ad alta velocità, o che nelle condizioni di forte maltempo le ferrovie italiane dopotutto non se la sono cavata peggio delle altre. Che addirittura si permette di osservare che, se viene meno l’elettricità, i treni inevitabilmente si fermano e restano al gelo, sicché conviene portarsi dietro un bel maglione e qualcosa da mangiare. Lo farà anche per difendersi, forse un po’ aggiustando le cose, non discuto, perché disagi ci sono stati e non indifferenti, ma tra le parolacce da un lato, e dall’altro le parole vuote di tanti personaggi passati e presenti della scena pubblica italiana, il parlare chiaro dell’ingegner Moretti, lasciatemelo dire, mi suona come una melodia.

 





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