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Mercoledì, 16 Dicembre 2009 Massimo Gramellini, La Stampa
Per un pugno di bene
La storia dell’ex campione di pugilato Nino Benvenuti che accorre in aiuto di Emile Griffith malato di Alzheimer sembra la favola di Natale perfetta. Per chi era bambino negli Anni 60, Benvenuti-Griffith è il nome di una ditta che aveva sede al Madison Square Garden, è il ricordo di immagini via satellite in bianco e nero, dove il bianco era l’italiano e il nero l’implacabile picchiatore degli States. Il pugilato era una cosa cattiva, quindi sommamente desiderabile, che si poteva vedere solo con papà e di nascosto da mamma. Per risaltare in mezzo a quel furore, l’eleganza di Benvenuti aveva bisogno dell’orco americano. Un orco disgraziato, costretto a ricorrere ai sussidi pubblici che però non bastavano più a pagargli le medicine. Così la sua metà bianca, quella che lo prendeva a cazzotti quarant’anni fa, gli ha pagato il viaggio in Europa, usando ancora una volta il nome della ditta per organizzare un giro di conferenze che garantiranno a Griffith il denaro per le cure.
Benvenuti ha agito per affetto, ma soprattutto perché non poteva fare altrimenti. Ignorare l’antico bersaglio dei suoi pugni sarebbe stato come mandare al tappeto se stesso. Ciascuno di noi ha il suo Griffith che lo ha fatto penare sul ring della vita, obbligandolo a tirare fuori risorse insospettabili. Per qualcuno sarà il fratello con cui faceva a botte da bambino, per altri il professore che ha contestato e poi rimpianto, per tutti il collega col quale si sente, spesso inspiegabilmente, in competizione. Finché un giorno scopriamo che il rivale è la parte di un tutto che senza di lui ci impedirebbe di essere noi, come il buio non esisterebbe senza la luce.














































