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Giovedì 23 Luglio : 2009 Nuri Fatolahzadeh, GdB
Piano casa, a Brescia 5mila alloggi in 5 anni
Destinati a famiglie a basso reddito e giovani coppie, anziani e studenti fuori sede, sfrattati e immigrati regolari
Per Brescia si parla di circa 5mila alloggi in cinque anni. Dovrebbe essere questo il riflesso, su scala locale, del via libera del governo sul dibattuto «Piano casa», il pacchetto di interventi (il cui decreto attuativo è stato siglato dal premier, Silvio Berlusconi, lo scorso martedì) nel quale sono previsti finanziamenti pubblici e privati da utilizzare con procedure snelle, incentivi e agevolazioni fiscali e opere diversificate «a seconda delle categorie». Gli alloggi saranno destinati sia in proprietà quali prima casa, sia in locazione a canone sostenibile e a canone sociale. Beneficiari del provvedimento, come si legge nella nota del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, saranno nuclei familiari a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari con basso reddito, residenti da almeno dieci anni in Italia o da cinque nella stessa Regione.
Il progetto nazionale...
Le indicazioni di Palazzo Chigi prevedono la possibilità di allargare le costruzioni esistenti e addirittura di «rottamare» gli edifici vecchi di oltre vent’anni, cioè demolirli e ricostruirli più grandi e secondo i dettami della bioarchitettura. Il provvedimento è pensato per rilanciare l’edilizia, uno dei settori economici più reattivi per ripartire nei momenti di crisi, specie se si guarda all’impiego di manodopera e agli effetti dell’auspicata ripresa, in grado cioè di rilanciare anche molti settori «collaterali», come quello delle tecnologie legate al risparmio energetico. Il governo, secondo quanto scritto nel decreto, da un lato, snellirà le pratiche burocratiche necessarie per aprire i cantieri; dall’altro, parallelamente, inasprirà le pene per chi commetterà abusi. Non solo. Gli interventi non potranno andare in deroga ai vincoli ambientali e paesaggistici esistenti (le costruzioni tutelate, come ville ed edifici storici, non saranno cioè intaccate) né innalzare nuove costruzioni se non dopo aver abbattuto quelle vecchie.
Oltre a ridare ossigeno a un asse portante dell’economia, l’obiettivo del Piano casa è pure quello di «riqualificare periferie e zone industriali eliminando edifici fatiscenti e non in regola con le più recenti normative su sicurezza e risparmio energetico».
Infine, il capitolo fondi. Il nuovo disegno di edilizia sociale partirà con uno stanziamento di 350 milioni di euro: 200 per i piani regionali d’emergenza e 150 per il cosiddetto sistema dei fondi immobiliari, imperniato su un maxifondo da almeno un miliardo destinato alla realizzazione di nuovi alloggi ad affitto moderato. Il che, tradotto in chiave locale, fa pensare per la Leonessa ad una cifra che si avvicina ai 17.500.000 euro.
...e quello regionale
Riassumendo: il Piano casa consiste in un insieme di interventi di edilizia residenziale pubblica, «project financing», agevolazioni alle cooperative edilizie e un sistema integrato di fondi immobiliari, cui è devoluto uno stanziamento di 150 milioni di euro, che a regime si stima attrarrà investimenti che sfioreranno i 3 miliardi di euro. Tutt’altra cosa è invece la legge 13 già varata dalla Regione e denominata «Azioni straordinarie per lo sviluppo e la qualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico della Lombardia». A ricordarlo è l’assessore regionale alla Casa, Mario Scotti, che incalza: «È importante non fare confusione». Se cioè il piano casa parla di «fondi per la costruzione di edilizia economico popolare», il piano regionale si basa invece su una deroga alla legge urbanistica «per poter procedere con l’ampliamento delle abitazioni ed è rivolto sia a privati sia a enti pubblici». In quanto deroga, però, c’è una scadenza: diciotto mesi per i primi, ventiquattro per i secondi. Insomma, i cittadini potranno presentare in Comune le proprie domande a partire dal 16 ottobre.
L’iter prevede la consegna della dichiarazione di inizio lavori (Dia) per ampliare casa e, trascorsi 30 giorni di attesa, in assenza di una risposta, il via ai lavori. Una scelta, quella regionale, che «parte da un preciso accordo tra stato e regioni - precisa Scotti - un modo cioè per ben chiarire che si tratta di due ambiti distinti tra loro».
L’Aler interverrà per aiutare il ceto medio
È la proposta del presidente Ettore Isacchini. Dal 16 ottobre il via alle domande dei privati
Per quanto riguarda poi il lato pratico del decreto legge, annunzia: «Noi come Aler avevamo già presentato lo scorso anno vari progetti e questi stanziamenti rappresentano una vera e propria opportunità per portarli a compimento. L’intenzione che vorremmo concretizzare - conclude il presidente - è quella di destinare i fondi immobiliari etici per l’abitazione sociale al ceto medio in difficoltà».
A livello regionale, invece, l’iter sta procedendo per tappe: «Ho incontrato il sindaco Paroli - spiega Isacchini - e il prossimo lunedì affronteremo la questione con gli assessori Massimo Bianchini (alla Casa) e Paola Vilardi (all’Edilizia)».
Ed è proprio Paola Vilardi, alla cui cabina di regia è affidata anche la partita Urbanistica, a scandire i tempi di questo percorso: «Bisogna procedere con una valutazione attenta su come comportarci con l’applicazione della legge, anche perché in essa sono inclusi i vincoli ambientali».
E ancora: «È questo un lavoro da affrontare in maniera minuziosa, ma da esaurire entro settembre, anche perché il 16 ottobre si dà il via alla presentazione delle domande da parte dei privati».
Infine, un’ultima considerazione: «Certamente saranno più favorite le piccole e medie imprese e questo basandosi proprio sui parametri previsti dalla legge varata dalla Regione»
Insieme di «micromondi» purchè di qualità
In Italia poco meno di un milione di famiglie paga un affitto che arriva a pesare oltre il 40% del proprio bilancio familiare.
E non si tratta di nuclei disagiati, ma di famiglie appartenenti alla cosiddetta fascia media, con un reddito compreso tra i 20 e i 30mila euro netti l’anno. Questo il quadro che emerge dalla ricerca Ance-Makno, presentata nel corso di un convegno cui ha partecipato una delegazione del Collegio costruttori di Brescia.
«In casa insieme ma sempre più soli» evidenzia poi lo studio. Cresce cioè il desiderio di privacy all’interno delle abitazioni, la voglia di ritagliarsi uno spazio tutto per sé. In qualche modo si assiste quasi al formarsi di «case nella casa» che, nel 2009, diventa sempre più piccola. Dagli oltre 93 metri quadrati del 1990 si passa, quasi vent’anni dopo, a sfiorare quasi gli 80, «perdendo» così una stanza. A ciò non è certo estraneo il macroscopico fenomeno dei single che ormai costituiscono, tra giovani e meno giovani, un quarto della popolazione italiana. Non è tutto.
La nuova domanda di qualità e benessere si riflette anche nella scelta del contesto in cui è inserita l’abitazione. Luoghi che tradizionalmente rappresentavano uno status, come ad esempio le zone centrali della città, stanno perdendo vivibilità e conseguentemente «appeal». Per questo si fa via via «sempre più necessario lavorare sui quartieri, renderli più vivibili».
Sempre più flessibile, permeabile tra interno ed esterno, meno tecnologia di quanto previsto, ma più piccola, composta appunto di tre stanze rispetto alle quattro medie per famiglia degli anni Novanta, al cui interno si sta oggi un po’ più soli, come in piccoli micromondi.
Ecco, in poche righe, la casa del terzo millennio disegnata secondo le nuove esigenze, emblema di una perpetua ricerca di qualità.
A cominciare dal contesto esterno.














































