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Domenica, 13 Dicembre 2009 MARIO CALABRESI, La Stampa
Quei fischi non rovineranno
la battaglia della memoria
la battaglia della memoria
Quarant’anni di lavoro tenace, la battaglia di una vita, per tenere in vita il ricordo, per farsi rispettare, per cercare di ottenere giustizia o almeno la verità storica. Poi, nel giorno in cui per la prima volta sentono accanto a loro il Presidente della Repubblica, nell’anno in cui il Paese sembra avere ritrovato la memoria, le loro voci vengono coperte dai fischi. Non riescono a parlare, a raccontare, contestati dall’ignoranza di chi è convinto di stare dalla parte del giusto perché grida contro il palco delle autorità, di volere la verità perché scandisce slogan contro la strage fascista. Chi grida, chi continua a fischiare non è in grado di capire quanta strada hanno dovuto percorrere questi uomini e queste donne, che hanno avuto la vita segnata da una bomba, per rimettere insieme i fili della Storia.
Per avere processi che arrivassero fino in fondo, per sopravvivere alle beffe, per ottenere carte, documenti, testimonianze, per vedere scritto nelle sentenze che la strage era stata sì di mano neofascista, che c’erano complicità nelle Istituzioni, che le vite dei loro padri o mariti erano state cancellate per tentare di cambiare la faccia della democrazia italiana. I familiari dei morti di Piazza Fontana e gli oltre ottanta feriti ci hanno provato di fronte ad un Paese distratto, ad una politica che li viveva con fastidio, che o li usava o cercava di rimuoverli, e ad uno Stato che troppo spesso appariva chiuso e ostile se non nemico. Per quarant’anni hanno viaggiato da un Palazzo di Giustizia ad un altro, provando umiliazione e rabbia, poi hanno testimoniato, non solo nei tribunali, ma nelle scuole, nelle università e ogni anno in Piazza Fontana.
Non tutti i parenti dei 17 morti della strage del 12 dicembre del 1969 ce l’hanno fatta ad arrivare fino ad oggi, solo una decina di famiglie sono ancora presenti, delle altre o non c’è più nessuno in vita o non c’è più la forza per partecipare. Un lungo percorso che trova al suo approdo grida, fischi e altra violenza, nel minuto in cui Milano per la prima volta si ferma. Potremmo allora dire che è stato tutto inutile, che tutto è rovinato, che le contrapposizioni, l’odio ideologico e la bava alla bocca di quarant’anni fa hanno riconquistato il Paese, che mentre si lavorava per ricostruire un dialogo, per ricomporre le memorie, non si vedeva il ritorno delle drammatiche contrapposizioni di allora. Sbaglieremmo a farlo. Concentrarsi sui fischi significherebbe gettare via un patrimonio e un percorso fecondo, significherebbe far vincere l’ignoranza. Sbaglieremmo perché quella piazza che gridava non rappresenta l’Italia, è una foto ingiallita del passato o l’ingrandimento di una curva di tifosi ultrà.
La tristezza per quanto è successo resterà, ma resteranno anche i miracoli di questi ultimi anni: la voce ritrovata dei parenti delle vittime del terrorismo e delle stragi, una diversa sensibilità in televisione e sui giornali, l’istituzione del Giorno della Memoria, l’impegno di Carlo Azeglio Ciampi prima e di Giorgio Napolitano ora («Comprendo il peso che la verità negata rappresenta per ciascuno di voi, un peso che lo Stato - ha ripetuto pochi giorni fa il Presidente - porta su di sé»), l’abbraccio tra le mogli dell’anarchico Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi. C’è un sentire diverso, una solidarietà che non si conosceva: ieri a Milano c’erano anche i familiari di chi è stato ucciso dal terrorismo rosso, dalla figlia di Graziano Giralucci - prima vittima delle Br - a quelle di Walter Tobagi e Luigi Marangoni, dai figli dell’ingegner Carlo Ghiglieno a Manlio Milani che perse la moglie nella strage di Piazza della Loggia a Brescia.
Tutti convinti che sia necessario raccontare e ricordare, non lasciarsi abbattere dalla notizia che solo il cinque per cento degli studenti italiani ha un’idea di cosa sia successo in Piazza Fontana, che la maggior parte pensa la strage sia opera delle Brigate Rosse e non dei neofascisti di Ordine Nuovo. Proprio oggi pubblichiamo un’intervista a Franco Freda, riconosciuto come uno dei responsabili della bomba, è un documento illuminante del delirio ideologico che ha intossicato la società italiana, della convinzione che le idee politiche dovessero trovare compimento nella violenza. La persona che si è battuta di più per tenere viva la memoria e tenere la luce accesa sui processi per le stragi è proprio Manlio Milani, che ieri non ha potuto finire il suo intervento per colpa dei fischi. «Così si rovina tutto», ha commentato preso da un momento di sconforto, poi un attimo dopo aveva già l’agenda aperta per organizzare dibattiti nelle scuole e presentazioni di libri e memorie.
Lui non dimentica che tra il 1969 e l’84 in Italia ci furono 8 stragi con 150 morti e 690 feriti, che negli Anni di Piombo il Paese assistette a quasi 13 mila episodi di violenza grave, che fecero 342 vittime. Viviamo il tempo della testimonianza e della Memoria, di ricomposizioni e ricordi possibili, il tempo in cui una nonna - come racconta Paolo Colonnello in queste pagine - trova il coraggio e la forza di entrare nel salone della Banca dell’Agricoltura per raccontare ai nipoti perché non hanno mai conosciuto il loro nonno. Non vale la pena sciuparlo con i fischi.














































