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Quella evidente sensazione di paura ed insofferenza
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Quella evidente sensazione di paura ed insofferenza
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Giovedì sera:

l’ipermercato chiudeva alle 22, l’ultimo bus lì vicino tornava alle 21:30, ma io partii tardi, dopo le 20:30. E così, presi un altro bus fino a Chiesanuova, scesi, e col mio carrellino portaspesa mi recai, a tratti correndo, verso Roncadelle tagliando per il sottopasso dell’Ikea ben nascosto subito dopo il ponte-Mella, adiacenze campo nomadi.

- Al ritorno ebbi dei problemi: feci tardi a metter via la roba, e il carrello-borsa portaspesa lo sovraccaricai con 30 chili mentre il carico limite è di 15-20. Ed era già mezzo sfondato e danneggiato da precedenti sforzi e incidenti. Non potevo correre molto, ma tentai ugualmente di raggiungere Chiesanuova in tempo per il bus delle 23:05.

- E il tempo sembrava volermi aiutare, scorrendo più lentamente. Lanciai la sfida, e, quando superai l’Ikea e il ponte-Mella, cominciai a sperare di potercela fare: mancavano alcuni minuti alle 23, il polo fieristico era più in là alla mia destra, e, di fronte, più lontano, l’insegna rossa del Famila la vedevo ingrandirsi.

- Dov’ero io, era una zona di bivio, di svincoli e di ponti. Quasi niente marciapiedi. Ma trovai la diagonale per attraversare in lungo, correndo, approfittando di una pausa del debole flusso d’automobili. Ma accadde qualcosa, saltò via una ruota del carrellino mentre attraversavo correndo. Quindi accostai, e la speranza terminò lì. Il bus delle 23 era perso, mi rimaneva di tentare per l’ultimo, verso mezzanotte. Ma dovevo prima infilare e bloccare la ruota.

- Le automobili mi scorrevano accanto, e alla mia sinistra dall’altra parte della strada c’era il campo nomadi. Non avendo di che arrangiarmi da solo, alla fine decisi di chiedere aiuto, e lo chiesi proprio a loro. Vidi che ai margini si muovevano degli anonimi straccioni dall’aria straniera e sempre in guardia, mentre al centro stavano dei tizi alti ben vestiti e sicuri di sé. Comunque, quegli zingari non sembravano zingari.

- Lo strano aiuto su cui alla fine ripiegai fu un accendino. Mi venne prestato, ma più tardi scoprii che in cambio, di nascosto, mi presero cellulare, soldi, e altre cose. E siccome sull’esito del mio bizzarro tentativo di riparazione della ruota avevo davvero molti dubbi, cominciai a cercare di fermare gli automobilisti in transito, affinché almeno uno di loro chiamasse la polizia.

- Gli automobilisti veloci sul rettilineo, mi ignoravano e passavano via. Ebbi più successo con le automobili lente provenienti da una bretella in curva, mettendomi in mezzo e sbarrando loro la strada. Cercavano di sgusciar via di lato, ma io mi spostavo e li bloccavo di nuovo. Una sola auto, riuscii a fermare per un po’: dentro c’erano marito, moglie, e due figli. - Parlavo a lui, ma non ne voleva sapere di ascoltare ciò che dicevo. E attraverso il parabrezza e i finestrini chiusi era difficile farmi sentire. Appariva sgomento e faceva sempre segno di «no» con la testa. Il suo sguardo, esprimeva paura insofferenza e smarrimento totale. Voleva solo spingermi via col muso dell’auto. Farmi sparire. Come un bambino rivolto a un ente invisibile, pregava e chiedeva una sola cosa: «mandalo via!».

- Se lo avessi messo ancora più sotto pressione si sarebbe messo a piangere, o avrebbe pigiato sull’acceleratore per investirmi. Una sola delle mie parole fu compresa: «polizia». Al che, la moglie, abbandonò lo stato di paralisi e prese il telefonino iniziando a comporre qualcosa. E intanto lui spingeva, e dopo pochi istanti dovetti rassegnarmi a lasciarlo andar via.

- Feci ancora qualche altro tentativo con altri automobilisti, ma nonostante non avessero una famiglia appresso da proteggere esprimevano anche loro quella stessa paura-insofferenza. Arrivò infine un camion dei Vigili del Fuoco. Sarà che il ruolo che impersonavano gli dava forza, sarà che erano in gruppo ed erano forti, sarà che erano là in alto su quel grosso camion rosso.

- Ma interpretarono i miei gesti come una richiesta di aiuto e non come una minaccia, e si fermarono. Mi chiamarono la polizia e aspettarono. Mi davano del tu, come gli zingari, e così quando arrivarono gli agenti e mi diedero del «Lei» mi sentii un po’ a disagio.

- A dire il vero mi sembravano Carabinieri, ed è strano che proprio questo non me lo ricordi bene. Ad ogni modo, finito tutto, li convinsi a chiamarmi un taxi per tornare a casa, poiché la ruota era saltata via di nuovo, e avrei avuto trenta chili da trascinare sull’asfalto nella notte per più di tre chilometri (l’agente in auto pensava uno, io pensavo due, e invece sono circa 3,25). La pattuglia andò via, e dopo pochi minuti per fortuna giunse il taxi.

- A casa per il tassista non avevo moneta e feci cifra tonda, lui ne fu molto sorpreso e contento e mi ringraziò sentitamente.


- STEFANO CORDA - Brescia -
 





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- Horacio Verbitsky
 
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