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Martedì, 20 Ottobre 2009: Accadde Oggi Michele di Branco, L'Espresso
ECONOMIA
La previdenza privata non è mai riuscita a decollare. Colpa della crisi, dei rendimenti bassi, delle tasse e dei precari con le tasche vuote. L'analisi in un rapporto inedito della Sapienza
Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, non risparmia occasione per promuovere la formula, ancora poco praticata: "È necessario informare i giovani sulla necessità di farsi la previdenza integrativa", ripete appena può, "e un contributo potrebbero darlo i genitori, iscrivendo i figli a carico a un fondo di previdenza complementare", con relativo sgravio fiscale a vantaggio della propria dichiarazione dei redditi. Parole a vuoto: neanche l'appello a costruire un futuro più sicuro per la generazione che ci segue arriva a segno. Gli italiani - forse perché la ghigliottina che decurterà brutalmente le pensioni deve ancora avere il suo impatto - sono restii a investire in previdenza: solo due lavoratori su dieci l'hanno fatto. Così, quella integrativa va male, come ha certificato appena qualche giorno fa anche il presidente di Assogestioni, Marcello Messori, parlando addirittura di "situazione scoraggiante": gli italiani continuano a preferire il Tfr.
E dire che nelle intenzioni della riforma del '92 i lavoratori avrebbero dovuto aderire in massa, e far confluire un fiume di denaro nella casse dei gestori, che poi glielo avrebbero restituito valorizzato nell'età della vecchiaia. Ci hanno provato con gli aiuti fiscali, togliendo ogni agevolazione agli altri prodotti di accantonamento. Per poi passare alla soluzione finale, quella del trasferimento forzoso del Tfr nei fondi, nel 2007. E non sono servite neanche la decisione di trasferire comunque all'Inps il denaro di quelli che preferivano il vecchio Tfr, e l'opzione del silenzio-assenso (occorreva esplicitare la preferenza per il Tfr). La gente non si è fidata. Le risorse catturate dalla previdenza complementare sono esigue: 65 miliardi circa, il 5 per cento del Pil.
"La previdenza integrativa non decolla per colpa del precariato, che colpisce in particolare i giovani", polemizza Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil: "Senza certezze lavorative i giovani non hanno né risorse né tranquillità per farsi la previdenza integrativa. E le famiglie non hanno margini per pagare per loro, perché già li sostengono economicamente su altri fronti. Senza un intervento pubblico", afferma Lapadula, "i tassi di adesione sono destinati a rimanere deludenti".
Certo, la crisi economica. Sicuro, i crac finanziari non incoraggiano. Ma c'è qualcosa di più. "La previdenza integrativa", ragiona l'economista Elsa Fornero, direttore del Cerp, il centro ricerche torinese sul welfare, "è una rivoluzione. E le rivoluzioni vanno preparate e spiegate. In questi anni sono stati diffusi messaggi confusi e contrastanti e si è confidato nella pigrizia degli italiani, che invece si sono informati constatando che, tutto sommato, il Tfr non rende affatto male. Pensare adesso a un rilancio mi pare azzardato", pronostica Fornero: "Dopo la crisi, tende a vincere la paura".
Mentre il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi parla delle necessità di aumentare l'età media effettiva di cessazione del lavoro, pena una riduzione del tasso di copertura assicurato dal pubblico ai futuri pensionati, un'analisi del flop della previdenza integrativa è stata fatta dal Dipartimento di Economia Pubblica dell'Università La Sapienza di Roma, e appare nel 'Rapporto sullo stato sociale', curato da Felice Roberto Pizzuti, che diventerà pubblico a metà novembre. Lo studio rielabora gli ultimi dati della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), e calcola che a giugno scorso erano 2 milioni e 850 mila gli iscritti ai fondi (tra aperti, cioè quelli a cui tutti possono aderire, e chiusi, cioè quelli delle categorie professionali). Più o meno gli stessi che c'erano nel 2007: i fondi hanno attirato nel corso del 2008 meno di 100 mila persone. Un piccolo boom, invece, lo hanno vissuto i Pip (le polizze assicurative individuali con finalità assicurative), a cui hanno aderito ben 200 mila nuovi lavoratori nel 2008 e altri 80 mila nei primi sei mesi di quest'anno. In complesso, considerando anche i vecchi fondi preesistenti alla riforma, a giugno la previdenza integrativa coinvolge meno di cinque milioni di persone. Il 20,7 per cento degli occupati: troppo pochi, visto che l'obiettivo minimo della riforma del 2005 era di raggiungere quota 40 per cento. E solo il 23 per cento degli iscritti ai fondi aveva meno di 35 anni, contro il 34 per cento nel complesso dell'occupazione.
Insomma, la corsa alla previdenza integrativa non c'è stata. E lo studio della Sapienza una spiegazione, anzi due, le dà. Primo: spaventa il fatto che l'ingresso nei fondi sia un percorso senza ritorno. Una volta messi lì i propri soldi, non ci sono ripensamenti che tengano; si può invece in ogni momento decidere di affidare il proprio Tfr a un piano pensionistico. Secondo: la deludente performance dei fondi, unita ai loro costi un po' esosi (vedere tabella a pagina 148), hanno fatto il resto. "Al di là del fatto che Tfr e fondi pensioni non costituiscono affatto due tipologie di investimento finanziario perfettamente sostitutive, sia dal punto di vista dei rendimenti attesi sia delle possibilità di riscatto delle somme accumulate, una preferenza dei lavoratori verso il Tfr può essere legata sia alla performance molto scarsa dei mercati finanziari nel biennio 2007-2008, sia al fatto che la scelta a favore della previdenza privata è irreversibile, mentre in qualsiasi momento il lavoratore può scegliere di destinare ai fondi il Tfr maturando", si legge nel rapporto.
Il ministro Sacconi
Chi si è tenuto lontano dalla previdenza integrativa, infatti, ha fatto una mossa azzeccata. Nel 2008 i rendimenti dei fondi pensione hanno registrato, per quanto riguarda fondi chiusi, fondi aperti e forme individuali, rendimenti medi annui negativi pari a meno 6,3 per cento, meno 14 e meno 25 per cento. Colpa della crisi? Certo. Ma se si allarga il periodo del confronto, le cose non vanno meglio (vedere la tabella a pag. 144). Mentre il tasso di rivalutazione del Tfr è sostanzialmente stabile, i rendimenti medi annui dei fondi sono stati molto volatili, passando da un più 24 per cento a un meno 14. Il risultato, in quasi dieci anni di attività, è sorprendente: il Tfr vince sempre. In pratica, in qualsiasi anno d'ingresso dei lavoratori, accumulare il Tfr è stato più conveniente che investire nel settore previdenziale privato. Il grafico a pagina 145 lo dimostra chiaramente: fatta cento la rivalutazione del Tfr, i fondi chiusi rendono in media il 5 per cento in meno e quelli aperti stanno anche del 15 per cento sotto.
Fallimento, dunque? La parola viene respinta da Gianni Ferrante di Cometa: "La riforma non ha centrato le aspettative, ma ci sono fondi che rendono benissimo". Il problema, secondo Ferrante, "è che l'Italia è fatta di piccole imprese e il Tfr è oggetto di politica di scambio tra il datore di lavoro e il lavoratore. Se non mi fai sciopero - questo è il patto - io te lo do quando vuoi". Ferrante invoca un intervento sulle tasse: "La previdenza integrativa non ha carattere speculativo, ma ha una logica previdenziale. L'imposizione sui rendimenti, che oggi è all'11 per cento (quella sui Bot è al 12,50, nd.), andrebbe almeno dimezzata". Come ha ammesso Messori: "Il generoso trattamento fiscale si è dimostrato inefficace".
La previdenza integrativa ha ancora un futuro? Il curatore del Rapporto della Sapienza ne è convinto. A patto che si cambi rapidamente rotta: "I fondi pensione", afferma Pizzuti, "hanno senz'altro un ruolo da svolgere, ma diverso da quello che si è cercato di attribuirgli negli ultimi anni. Ogni lavoratore che ha la volontà e la possibilità di finanziare una pensione integrativa dovrebbe essere libero di impiegare ulteriori risorse (come gli accantonamenti per il Tfr e i contributi aziendali) non solo nei fondi privati, oggi unica possibilità, ma anche aumentando la copertura del sistema pubblico, cioè all'Inps, opzione al momento esclusa". Inoltre - spiega lo studioso - in un momento in cui si riducono le prestazioni del sistema pensionistico pubblico, i fondi pensione usufruiscono di un trattamento fiscale di favore che va cambiato: oggi avvantaggia esclusivamente chi ha la possibilità di aderirvi, ma essendo commisurato all'aliquota fiscale marginale, premia gli aderenti con redditi i più elevati. Un meccanismo da Robin Hood alla rovescia. n
La previdenza privata non è mai riuscita a decollare. Colpa della crisi, dei rendimenti bassi, delle tasse e dei precari con le tasche vuote. L'analisi in un rapporto inedito della Sapienza
E dire che nelle intenzioni della riforma del '92 i lavoratori avrebbero dovuto aderire in massa, e far confluire un fiume di denaro nella casse dei gestori, che poi glielo avrebbero restituito valorizzato nell'età della vecchiaia. Ci hanno provato con gli aiuti fiscali, togliendo ogni agevolazione agli altri prodotti di accantonamento. Per poi passare alla soluzione finale, quella del trasferimento forzoso del Tfr nei fondi, nel 2007. E non sono servite neanche la decisione di trasferire comunque all'Inps il denaro di quelli che preferivano il vecchio Tfr, e l'opzione del silenzio-assenso (occorreva esplicitare la preferenza per il Tfr). La gente non si è fidata. Le risorse catturate dalla previdenza complementare sono esigue: 65 miliardi circa, il 5 per cento del Pil.
"La previdenza integrativa non decolla per colpa del precariato, che colpisce in particolare i giovani", polemizza Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil: "Senza certezze lavorative i giovani non hanno né risorse né tranquillità per farsi la previdenza integrativa. E le famiglie non hanno margini per pagare per loro, perché già li sostengono economicamente su altri fronti. Senza un intervento pubblico", afferma Lapadula, "i tassi di adesione sono destinati a rimanere deludenti".
Certo, la crisi economica. Sicuro, i crac finanziari non incoraggiano. Ma c'è qualcosa di più. "La previdenza integrativa", ragiona l'economista Elsa Fornero, direttore del Cerp, il centro ricerche torinese sul welfare, "è una rivoluzione. E le rivoluzioni vanno preparate e spiegate. In questi anni sono stati diffusi messaggi confusi e contrastanti e si è confidato nella pigrizia degli italiani, che invece si sono informati constatando che, tutto sommato, il Tfr non rende affatto male. Pensare adesso a un rilancio mi pare azzardato", pronostica Fornero: "Dopo la crisi, tende a vincere la paura".
Mentre il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi parla delle necessità di aumentare l'età media effettiva di cessazione del lavoro, pena una riduzione del tasso di copertura assicurato dal pubblico ai futuri pensionati, un'analisi del flop della previdenza integrativa è stata fatta dal Dipartimento di Economia Pubblica dell'Università La Sapienza di Roma, e appare nel 'Rapporto sullo stato sociale', curato da Felice Roberto Pizzuti, che diventerà pubblico a metà novembre. Lo studio rielabora gli ultimi dati della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), e calcola che a giugno scorso erano 2 milioni e 850 mila gli iscritti ai fondi (tra aperti, cioè quelli a cui tutti possono aderire, e chiusi, cioè quelli delle categorie professionali). Più o meno gli stessi che c'erano nel 2007: i fondi hanno attirato nel corso del 2008 meno di 100 mila persone. Un piccolo boom, invece, lo hanno vissuto i Pip (le polizze assicurative individuali con finalità assicurative), a cui hanno aderito ben 200 mila nuovi lavoratori nel 2008 e altri 80 mila nei primi sei mesi di quest'anno. In complesso, considerando anche i vecchi fondi preesistenti alla riforma, a giugno la previdenza integrativa coinvolge meno di cinque milioni di persone. Il 20,7 per cento degli occupati: troppo pochi, visto che l'obiettivo minimo della riforma del 2005 era di raggiungere quota 40 per cento. E solo il 23 per cento degli iscritti ai fondi aveva meno di 35 anni, contro il 34 per cento nel complesso dell'occupazione.
Insomma, la corsa alla previdenza integrativa non c'è stata. E lo studio della Sapienza una spiegazione, anzi due, le dà. Primo: spaventa il fatto che l'ingresso nei fondi sia un percorso senza ritorno. Una volta messi lì i propri soldi, non ci sono ripensamenti che tengano; si può invece in ogni momento decidere di affidare il proprio Tfr a un piano pensionistico. Secondo: la deludente performance dei fondi, unita ai loro costi un po' esosi (vedere tabella a pagina 148), hanno fatto il resto. "Al di là del fatto che Tfr e fondi pensioni non costituiscono affatto due tipologie di investimento finanziario perfettamente sostitutive, sia dal punto di vista dei rendimenti attesi sia delle possibilità di riscatto delle somme accumulate, una preferenza dei lavoratori verso il Tfr può essere legata sia alla performance molto scarsa dei mercati finanziari nel biennio 2007-2008, sia al fatto che la scelta a favore della previdenza privata è irreversibile, mentre in qualsiasi momento il lavoratore può scegliere di destinare ai fondi il Tfr maturando", si legge nel rapporto.
Il ministro Sacconi
Fallimento, dunque? La parola viene respinta da Gianni Ferrante di Cometa: "La riforma non ha centrato le aspettative, ma ci sono fondi che rendono benissimo". Il problema, secondo Ferrante, "è che l'Italia è fatta di piccole imprese e il Tfr è oggetto di politica di scambio tra il datore di lavoro e il lavoratore. Se non mi fai sciopero - questo è il patto - io te lo do quando vuoi". Ferrante invoca un intervento sulle tasse: "La previdenza integrativa non ha carattere speculativo, ma ha una logica previdenziale. L'imposizione sui rendimenti, che oggi è all'11 per cento (quella sui Bot è al 12,50, nd.), andrebbe almeno dimezzata". Come ha ammesso Messori: "Il generoso trattamento fiscale si è dimostrato inefficace".
La previdenza integrativa ha ancora un futuro? Il curatore del Rapporto della Sapienza ne è convinto. A patto che si cambi rapidamente rotta: "I fondi pensione", afferma Pizzuti, "hanno senz'altro un ruolo da svolgere, ma diverso da quello che si è cercato di attribuirgli negli ultimi anni. Ogni lavoratore che ha la volontà e la possibilità di finanziare una pensione integrativa dovrebbe essere libero di impiegare ulteriori risorse (come gli accantonamenti per il Tfr e i contributi aziendali) non solo nei fondi privati, oggi unica possibilità, ma anche aumentando la copertura del sistema pubblico, cioè all'Inps, opzione al momento esclusa". Inoltre - spiega lo studioso - in un momento in cui si riducono le prestazioni del sistema pensionistico pubblico, i fondi pensione usufruiscono di un trattamento fiscale di favore che va cambiato: oggi avvantaggia esclusivamente chi ha la possibilità di aderirvi, ma essendo commisurato all'aliquota fiscale marginale, premia gli aderenti con redditi i più elevati. Un meccanismo da Robin Hood alla rovescia. n














































