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ECONOMIA & FINANZA :: Re dollaro non comanda più di P. Pontoniere da San Francisco
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Re dollaro non comanda più di P. Pontoniere da San Francisco
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  Mercoledì, 28 Ottobre 2009: Accadde Oggi    di Paolo Pontoniere da San Francisco, Lespresso


  ECONOMIA

Re dollaro non comanda più
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Scontenta i cinesi, spaventa i giapponesi, ma aiuta le imprese americane all'estero e i consumi interni. Mentre la valuta americana perde terreno, c'è chi prevede il tramonto della sua leadership
 
Image Negli ambienti monetari internazionali circola un nuovo neologismo: 'dollar declinism', il declinismo del dollaro. Lo hanno coniato gli esperti valutari per descrivere la tendenza al ribasso della moneta statunitense dall'inizio della ripresa. Valuta di riferimento indiscussa a livello internazionale, e giusto qualche mese fa rifugio prediletto di coloro che cercavano di sfuggire alle incertezze della Grande Recessione, il 'greenback' è diventato il paria dei mercati valutari internazionali. In meno di sei mesi si è deprezzato del 12 per cento, scendendo del 40 per cento rispetto ai valori che esprimeva nel 2002, anno in cui registrò il massimo storico contro l'euro. Oggi un euro vale quasi un dollaro e 50 centesimi, e secondo Steve Englanders, stratega monetario della Barcalys Capital, entro la fine dell'anno ne varrà uno e 55. E questo a dispetto delle dichiarazioni a favore di un dollaro forte proferite dalla Casa Bianca.

La velocità con la quale sono mutate le fortune della valuta statunitense spinge alcuni economisti a pronosticare una prossima destabilizzazione degli equilibri monetari internazionali. C'è anche chi, come il Nobel per l'economia Paul Samuelson, teme che ci si trovi di fronte ad una manovra speculativa diretta a causare l'abbandono precipitoso e sregolato della moneta statunitense da parte dei maggiori operatori finanziari mondiali. "Potrebbe trattarsi di un assalto al dollaro", sintetizza Samuelson. E a osservare i dati, ci sarebbe quasi da dargli ragione. Il greenback, che ormai rappresenta il 63 per cento delle riserve valutarie mondiali, sembra aver perso il lustro di moneta di riserva per antonomasia che deteneva dalla fine della Prima guerra mondiale. "Allora il dollaro era preferito all'oro", ricorda Samuelson: "Non solo era più richiesto, ma pagava anche gli interessi".


Secondo Gary Schlossberg, manager dei Wells Capital Fund, uno dei principali fondi di investimento Usa, il problema del greenback è proprio quello: non paga praticamente interessi. Come se non bastasse poi l'amministrazione Usa continua a stamparne a miliardi per finanziare il suo piano di rilancio economico, incrementando così le tendenze inflazionistiche del mercato e spingendo paesi come la Cina, che tra le sue riserve annovera oltre 800 miliardi di valuta statunitense, e le altre economie emergenti a rivedere la loro relazione con la moneta americana.

"La fuga dal dollaro è un effetto diretto della politica economica americana", spiega Schlossberg: "Tassi di interesse inesistenti e un crescente disavanzo della spesa pubblica non creano certamente un clima di fiducia nei confornti della nostra moneta. I partner commerciali non sono disposti a sostenere all'infinito il nostro deficit mettendo a rischio le loro esportazioni e il valore delle loro riserve, e così hanno cominciato a diversificare. Stanno acquistando più euro, più yen e anche più dollari australiani".

Nell'ultimo trimestre la quota delle riserve valutarie denominate in dollari è diminuita del 2,2 per cento, il calo più significativo dal 2002, quando scesero per la prima volta al di sotto della soglia del 70 per cento. Oggi un mero 37 per cento delle nuove riserve monetarie via via accantonate è in dollari (nel 1999 la quota superava il 63 per cento).

Secondo dati resi noti dalla Merrill Lynch, da marzo di quest'anno i paesi emergenti hanno trasformato una media mensile di 30 miliardi di dollari in euro e yen. "Siamo di fronte a una compressione valutaria di lunga durata, determinata soprattutto dall'enormità del deficit pubblico statunitense", afferma Stephen Roach, numero uno della Morgan Stanley Asia: "Per finanziare la ripresa, gli Usa dovranno continuare a stampare denaro, e così il dollaro rimarrà debole per anni a venire".

Un'eventualità questa che preoccupa non poco paesi come il Giappone, la Germania e le altre nazioni europee i cui prodotti perdono terreno nei confronti di quelli americani che, grazie al deprezzamento del dollaro, adesso sono meno costosi.

Ne sanno qualcosa per esempio aziende come la Toyota e la Airbus, i cui prodotti dallo scorso aprile costano in media un 11 per cento in più. "L'apprezzamento dello yen è un evento doloroso", ha dichiarato di recente Yukitoshi Funo, amministratore delegato della compagnia giapponese, mentre Fabrice Bregier, che guida la società aeronautica europea, ha definito 'difficoltoso' il clima commerciale creato dall'apprezzamento dell'euro.

ImageAnche i cinesi, che sono tra i maggiori finanziatori del deficit Usa, non hanno mancato di rimarcare la loro scontentezza con la politica di grandi spese pubbliche e di tassi di interesse inesistenti promossa dall'amministrazione Obama. "I paesi che emettono le valute di maggior peso internazionale dovrebbero cosiderare le implicazioni della loro politica monetaria, sia sul piano interno che su quello internazionale", ha ammonito il presidente cinese Hu Jintao al recente G20 di Pittsburg. "Dovrebbero tenere conto della necessità di stabilizzare i mercati finanziari internazionali", ha concluso Jintao, accusando implicitamente gli Usa di perseguire solo il proprio tornaconto.

E infatti, sostenuto dal rafforzamento delle esportazioni, il disavanzo della bilancia commerciale statunitense si è ridotto nell'ultimo trimestre del 2,9 per cento. Anche il recente rally di Wall Street, con l'indice Dow Jones che ha superato la soglia dei 10 mila punti, e il rilancio dell'industria manifatturiera americana, possono essere fatti risalire all'indebolimento del dollaro.

"Basta guardarsi attorno nei centri commerciali per capire che ai negozianti americani il deprezzamento del dollaro fa bene", dichiara Colin Healy, analista della HighTower Advisors, un fondo di investimento dal valore di 15 miliardi di dollari: "Sono pieni di canadesi ed europei che spendono a man bassa". Healy nota inoltre che, dal momento che le più grandi imprese Usa realizzano oltre il 40 per cento dei loro fatturati all'estero, il crescente divario che corre tra il valore del dollaro e le principali monete internazionali si trasforma in un moltiplicatore di guadagni. Una volta riportati negli Stati Uniti, i ricavi realizzati all'estero sono infatti automaticamente incrementati dalla conversione in dollari. Così, dalla Caterpillar alla Trw Automotive Holdings, dalla Intel alla Walt Disney - tutte aziende con una forte presenza estera - le grandi multinazionali stanno superando le aspettative degli analisti proprio grazie alle rimesse estere.

Tutto questo fa ingrossare le fila di coloro che vogliono trovare un'alternativa al dollaro. A marzo il premier cinese Wen Jiabao aveva suggerito di sostituire il dollaro con gli 'Sdr', gli special drawing rights, l'unità valutaria nella quale sono denominate le obbligazioni emesse dal Fondo monetario internazionale. Un misto di dollaro, euro, sterlina e yen, gli Sdr sono più un escamotage amministrativo che una moneta vera e propria. All'inizio di ottobre aveva poi fatto scalpore la notizia (smentita dagli interessati), che arabi, cinesi, russi, giapponesi e francesi avevano approntato un piano segreto per sostituire il dollaro nelle transazioni petrolifere con un paniere di monete che oltre all'euro e allo yen avrebbe incluso anche lo yuan, l'oro e infine una futura moneta unica degli Stati del Golfo Persico.

Di recente anche il presidente della Banca mondiale, lo statunitense Robert Zoellick, ha espresso una certa impazienza verso la politica monetaria Usa. "Gli Stati Uniti fanno male a comportarsi come se il predominio del dollaro fosse un fatto inevitabile", ha ammonito Zoellick.

Ma la caduta della valuta americana non presenta solo aspetti negativi. Anzi, alcuni sostengono che si tratti di un fattore positivo per l'economia internazionale. Tra questi figura George Koo, consigliere della Las Vegas Sands Corp, multinazionale da 10 miliardi di dollari di fatturato e sostanziosi investimenti in Asia. "Il declino del dollaro costringe l'economia globale a riallinearsi e spinge quella statunitense verso la produzione di beni per l'export e per la riduzione delle importazioni", afferma Koo: "Del resto, dalla recessione internazionale non si esce cambiando semplicemente moneta di riferimento".

Una massima popolare americana sostiene che bisogna badare a quello che si desidera, perché c'è il rischio che lo si possa ottenere. Il declino del dollaro sembra appartenere a questo genere di eventi. Favoleggiato a lungo da detrattori e speculatori adesso è alle porte, ma il mondo non dispone di un'alternativa credibile.

 





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