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Martedì, 15 Dicembre 2009 ARRIGO LEVI, La Stampa
Samuelson un simbolo degli Usa di Jfk
Leggo la notizia della morte di Paul Samuelson, e i ricordi si affollano nella mente. E' morto nella sua casa di Belmont, residenza preferita di molti economisti, a un passo da Cambridge, Massachusetts, e dalle sue due grandi università, Harvard e il Massachusetts Institute of Technology.
A Belmont abitava anche Franco Modigliani, e una sera, insieme a lui, ascoltammo al circolo culturale di Belmont (per me fu la prima e l'ultima volta) Ungaretti che leggeva, vecchissimo, rianimato da una struggente passione, le sue poesie, a un pubblico che si commuoveva anche se non sapeva l'italiano. Modigliani e Samuelson erano vicini di casa, vicini di idee neokeynesiane, avevano anche gli studi uno vicino all'altro al mitico Mit.
Incontrai Samuelson due volte, la prima per una serie televisiva sull'«America del boom», la seconda perché incominciai da lui il mio «Viaggio tra gli economisti», nel 1969. La follia, mia e di Alberto Ronchey che dirigeva allora questo giornale, fece durare il viaggio più di un anno, da Cambridge Massachusetts a Cambridge England, da Oxford a «Akademgorodok», la cittadella accademica sovietica di Novosibirsk.
Del Mit, Samuelson mi aveva detto, nel nostro primo incontro: «Questa non è la più grande università tecnica dell'America, ma del mondo. Tuttavia, essa non appartiene all'America più di quanto Shakespeare appartenesse all'Inghilterra. Noi abbiamo oggi ciò che si può chiamare un'esplosione della conoscenza, un boom dei cervelli». Tra il ’69 e il ’70 anche l'economia era in boom, e la scienza dell’economia sembrava aver risolto per sempre il problema del progresso economico. Quando, un paio d'anni dopo, si pubblicò l'edizione americana e inglese del «Viaggio», era però scoppiata la prima «stagflation», una combinazione di inflazione e stagnazione, che Samuelson aveva previsto, un male oscuro e mal compreso che non si era potuto evitare; e dovetti aggiungere un capitolo di rivisitazione di quanto ci eravamo detti con alcuni dei miei interlocutori, un po' contriti.
Samuelson era allora il più famoso tra gli economisti viventi, l'autore del testo di economia più venduto al mondo, ed ebbe, ma soltanto per secondo, il Premio Nobel dell'economia, allora istituito (il primo ad averlo fu l'olandese Jan Tinbergen, che era stato l'ultimo mio intervistato). Non è vero che fosse, come qualcuno ha scritto, un po' arrogante. Era invece gentile e disponibile, ed era, questo sì, uno dei simboli di quella straordinaria America kennediana, che coltivava allora grandi sogni, e sembrava capace di tradurre i sogni in realtà. Da allora ad oggi, soltanto in Obama l'America ha probabilmente trovato un altro Presidente altrettanto sognatore: ma i suoi sogni si scontrano contro un'assai dura realtà.














































