Pochi soldi a disposizione, violenze in aumento: così le associazioni affrontano l´emergenza
Stupri sempre più frequenti Alla Mangiagalli è allarme
Storie raccontate dalle protagoniste fra le lacrime, con immensa di vergogna. Spezzoni di verità che i medici dei pronto soccorso estrapolano mentre compilano i referti delle ragazze che arrivano col naso spaccato o il labbro da ricucire.
Sono tante le associazioni nonprofit nate negli ultimi 25 anni in città per sostenere le donne abusate. Tante e mai abbastanza, visto che il fenomeno - anche nell´istruita, solidale, colta e facoltosa città di Milano - è in crescita esponenziale. Il "Servizio violenza sessuale", centro della clinica Mangiagalli, fondato dalla ginecologa Alessandra Kustermann e finanziato dalla Regione, nei primi sei mesi dell´anno ha curato le ferite fisiche e psicologiche riportate da 180 donne violentate, oltre 50 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2006. «A noi arrivano i casi più eclatanti - spiega la Kustermann - . Ma nei pronto soccorso degli ospedali arrivano centinaia di donne che non hanno il coraggio di ammettere quel che è successo fra le pareti domestiche e che raccontano di essere cadute dalle scale».
I casi della Mangiagalli sono dunque la punta dell´iceberg di una normalità quotidiana fatta, per tante donne, di vessazioni, umiliazioni, fino alle vere e proprie sevizie. La "Casa delle donne maltrattate" di via Piacenza 14 (telefono 02/55015519) in 18 anni di attività ha assistito, curato, accompagnato quasi 18.000 casi, che coinvolgono anche oltre 10.000 bambini. «Quest´anno - snocciola Marisa Guarneri, presidente della Casa - stiamo seguendo 474 donne, con 254 bambini a carico e 118 figli maggiorenni. Sono donne in maggioranza italiane, di Milano, età molto variabile, anche se il 45 per cento, ha tra i 28 e i 47 anni. Una su tre viene picchiata regolarmente. Tutte subiscono violenze psicologiche, con danni anche più a lungo termine rispetto alle botte».
Le associazioni, dalla Casa delle donne maltrattate al Telefono donna (02/64443043) ospitato all´Ospedale Ca´ Granda di Niguarda, hanno sempre un centralino, il primo filtro che raccoglie le richieste d´aiuto. Ogni caso viene studiato, "preso in carico", come si dice in gergo tecnico. Il che significa, che per ogni donna che chiede aiuto si fa un piano d´azione. Può bastare un sostegno psicologico o il supporto di un legale, ma può essere necessario un nuovo progetto di vita, che può spaziare dalla ricerca di un lavoro per raggiungere l´autonomia fino alla protezione di un rifugio segreto. Le diverse associazioni che si occupano del problema mettono in rete le proprie diverse competenze. C´è chi, come la Cooperativa Cerchi d´acqua di via Verona 9 (telefono 02/58430117), da anni si occupa soprattutto della sofferenza psicologica delle donne maltrattate. «In 5 anni abbiamo visto 3.200 donne - elenca Daniela Lagomarsini - di cui 655 nei primi sei mesi del 2007. Lavoriamo in convenzione col Comune, ma i fondi che arrivano non bastano a coprire il 50 per cento delle spese. Con le donne che vivono questo particolare tipo di situazioni bisogna avere una pluralità di interventi specialistici».
Le associazioni mettono in piedi anche gruppi di auto-aiuto. Ma questo spesso non basta. A volte è necessario fuggire di casa. La Caritas da 13 anni si occupa dell´aspetto accoglienza: «Abbiamo una decina di strutture laiche e religiose dove far riparare le vittime della violenza familiare, comunità protette e appartamenti che hanno accolto già 70 donne», rivela Sabrina Ignazi, stretta collaboratrice di suor Claudia, la responsabile del Servizio disagio donne (Sed) di via della Signora 3 (telefono 02/76037353).
Dietro ogni donna che si rivolge a una di queste sigle, c´è una storia di violenza da superare e una vita da ricostruire. Un lungo, difficile percorso. «Abbiamo un pool di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, pediatri, educatori, avvocati. Oltre la metà del nostro lavoro è su base volontaria - dice Tiziana Catalano, vicepresidente della Casa delle donne maltrattate - . È più facile avere finanziamenti per l´accoglienza a donne con bambini, piuttosto che a donne sole. Quest´anno siamo state in difficoltà economica così pesante, che abbiamo dovuto ridurre da cinque a tre i giorni di apertura del nostro centralino. Ma adesso abbiamo avviato una trattativa col Comune e speriamo che vada a buon fine».
Sono tante le associazioni nonprofit nate negli ultimi 25 anni in città per sostenere le donne abusate. Tante e mai abbastanza, visto che il fenomeno - anche nell´istruita, solidale, colta e facoltosa città di Milano - è in crescita esponenziale. Il "Servizio violenza sessuale", centro della clinica Mangiagalli, fondato dalla ginecologa Alessandra Kustermann e finanziato dalla Regione, nei primi sei mesi dell´anno ha curato le ferite fisiche e psicologiche riportate da 180 donne violentate, oltre 50 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2006. «A noi arrivano i casi più eclatanti - spiega la Kustermann - . Ma nei pronto soccorso degli ospedali arrivano centinaia di donne che non hanno il coraggio di ammettere quel che è successo fra le pareti domestiche e che raccontano di essere cadute dalle scale».
I casi della Mangiagalli sono dunque la punta dell´iceberg di una normalità quotidiana fatta, per tante donne, di vessazioni, umiliazioni, fino alle vere e proprie sevizie. La "Casa delle donne maltrattate" di via Piacenza 14 (telefono 02/55015519) in 18 anni di attività ha assistito, curato, accompagnato quasi 18.000 casi, che coinvolgono anche oltre 10.000 bambini. «Quest´anno - snocciola Marisa Guarneri, presidente della Casa - stiamo seguendo 474 donne, con 254 bambini a carico e 118 figli maggiorenni. Sono donne in maggioranza italiane, di Milano, età molto variabile, anche se il 45 per cento, ha tra i 28 e i 47 anni. Una su tre viene picchiata regolarmente. Tutte subiscono violenze psicologiche, con danni anche più a lungo termine rispetto alle botte».
Le associazioni, dalla Casa delle donne maltrattate al Telefono donna (02/64443043) ospitato all´Ospedale Ca´ Granda di Niguarda, hanno sempre un centralino, il primo filtro che raccoglie le richieste d´aiuto. Ogni caso viene studiato, "preso in carico", come si dice in gergo tecnico. Il che significa, che per ogni donna che chiede aiuto si fa un piano d´azione. Può bastare un sostegno psicologico o il supporto di un legale, ma può essere necessario un nuovo progetto di vita, che può spaziare dalla ricerca di un lavoro per raggiungere l´autonomia fino alla protezione di un rifugio segreto. Le diverse associazioni che si occupano del problema mettono in rete le proprie diverse competenze. C´è chi, come la Cooperativa Cerchi d´acqua di via Verona 9 (telefono 02/58430117), da anni si occupa soprattutto della sofferenza psicologica delle donne maltrattate. «In 5 anni abbiamo visto 3.200 donne - elenca Daniela Lagomarsini - di cui 655 nei primi sei mesi del 2007. Lavoriamo in convenzione col Comune, ma i fondi che arrivano non bastano a coprire il 50 per cento delle spese. Con le donne che vivono questo particolare tipo di situazioni bisogna avere una pluralità di interventi specialistici».
Le associazioni mettono in piedi anche gruppi di auto-aiuto. Ma questo spesso non basta. A volte è necessario fuggire di casa. La Caritas da 13 anni si occupa dell´aspetto accoglienza: «Abbiamo una decina di strutture laiche e religiose dove far riparare le vittime della violenza familiare, comunità protette e appartamenti che hanno accolto già 70 donne», rivela Sabrina Ignazi, stretta collaboratrice di suor Claudia, la responsabile del Servizio disagio donne (Sed) di via della Signora 3 (telefono 02/76037353).
Dietro ogni donna che si rivolge a una di queste sigle, c´è una storia di violenza da superare e una vita da ricostruire. Un lungo, difficile percorso. «Abbiamo un pool di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, pediatri, educatori, avvocati. Oltre la metà del nostro lavoro è su base volontaria - dice Tiziana Catalano, vicepresidente della Casa delle donne maltrattate - . È più facile avere finanziamenti per l´accoglienza a donne con bambini, piuttosto che a donne sole. Quest´anno siamo state in difficoltà economica così pesante, che abbiamo dovuto ridurre da cinque a tre i giorni di apertura del nostro centralino. Ma adesso abbiamo avviato una trattativa col Comune e speriamo che vada a buon fine».














































