Tredici chilometri; tredicimila metri; tredicimilioni di millimetri, come lo spazio occorrente a stendere quattrocentottantunmilaquattrocentottantuno monetine da cento lire l'una accanto all'altra... un capitale.
La spia della riserva non lampeggia ancora, la lancetta del tachimetro ha superato abbondantemente la soglia dei centotrenta sotto questa cappa d'afa che mi opprime il cervello e mi crea un vuoto assurdo attorno al volante; scorre, questo nastro d'asfalto rovente sotto di me, scorre; le auto che sorpasso sono macchie di colore sotto il grigio acquoso di questo cielo; ci saranno almeno trentacinque gradi, sono le due del pomeriggio, l’umidità… deve essere prossima al cento per cento.
Tredici chilometri, diceva il cartello, poi c'è ancora un po' di strada, poi comincia la città… Ma che ci sei venuta a fare, a morire così lontano? Ecco il primo lampo giallo della spia della riserva; la prossima macchina che compro, la compro col condizionatore... devo fare attenzione, sono distratto, c'è traffico... lampeggio, mi vedono, si buttano di lato... non tutti! Qualcuno continua a stare sulla mia corsia; sulla mia corsia! neanche se l'avessi comprata, questa corsia! Freno, rallento, sono sotto la soglia dei centoventi; loro non capiscono che io ho fretta... fretta di che? Non capisco neanche io, di che ho fretta! Ora è tutto così inutile, così banale, così assurdo.
Assurdo come la mia corsa sotto questo sole del primo pomeriggio di luglio, sotto la cappa ossessiva dell'afa di questa pianura, sotto il tetto rovente della mia auto... banale come la telefonata che ho ricevuto due ore e dodici minuti fa, nel mio studio... telefonata di circostanza, fredda... distaccata... inutile... inutile come i mie calcoli per contare tutte quelle monetine da cento... per ricordarmi a che ora me l'han detto... che non servono nemmeno a distrarmi, che
non servono neanche ad accorciare tutti questi chilometri.
Assurdo come questo mio precipitarmi, saltare in macchina e correre... vorrei poter tornare indietro. No, non ne sono capace... continuo a correre verso un posto che già conosco; un posto che già sapevo di poter rivedere sotto questo sole, sotto questa afa, intriso di tutti i miei sudori, di tutto il suo marciume.
Il tachimetro segna centosettanta, la lancetta del serbatoio è quasi sulla riserva, la spia non si accende... la spia verde, quella delle frecce, invece, lampeggia di continuo... chissà… dove vanno, tutti questi che io sorpasso, tutti coloro che intravedo scorrere al di là del muro che divide le carreggiate; qualcuno, magari, sta correndo verso il mare, verso le sue vacanze, verso un milione di sorrisi che non riesco più a vedere. E tu sei là... immobile e scarna, stesa sopra un lettino d'alluminio coi lenzuoli bianchi; che ci vengo a fare, al tuo capezzale? E, soprattutto, perché continuo a correre verso qualcosa che non cambia più?
Il rumore incessante dell'aria che entra dal finestrino completamente aperto copre tutta la settima di Beethoven che, imperterrita, continua ad uscire dalle casse dello stereo... questa musica che sembra scritta apposta per riuscire a capire tutta la dinamicità del viaggiare in automobile, non mi trascina, non mi aiuta!
E quando sarò arrivato, che farò? Ti comprerò un fiore... verserò tutte quelle lacrime che non ho ancora avuto il tempo di versare o, più semplicemente, comincerò a capire quel che è successo?
Lampeggia, questa sagoma grossa e scura che c'è dietro di me, lampeggia... vuol passare; metto la freccia a destra, mi sposto; ed ecco che lei passa, velocissima, lucidissima e chiusissima come si addice ad una grossa berlina con otto cilindri scalpitanti sotto il cofano... chissà… se anche lui ha paura degli autovelox... mi rimetto in terza corsia, pigio il piede sul pedale fino a sentirne quasi dolore ma lui, quello con la grossa berlina, è già lontano, lontanissimo.
Se anche io avessi avuto un'auto così, forse sarei già arrivato ma che cosa sarebbe cambiato?
Non te ne faccio certo un torto, sarebbe assurdo, ma chi te l'ha fatto fare, di venire a morire così lontano? Ed ora? Tutto quel nostro andare al cinema, parlare, godere di piccole cose, ridere e scherzare? Che ne farò, ora, io di tutto questo? Lascerò passare il mio tempo fuori dalla porta di casa, ascolterò le voci da dietro le persiane o continuerò a vivermi come ho fatto fino adesso? Non importa, ci penserò domani... ora, adesso, devo soltanto arrivare in quell'ospedale che già conosco, dove t'ho già aspettata a lungo, dove le ore son sempre un po' più lunghe del normale... ma non troppo.
Certo, le altre volte era diverso, eri ancora viva; correre da te, ora che sei morta... ora che non serve più far nulla... mi sembra perfino stupido. S'intensifica il traffico, io sono distratto, vedo a malapena la strada, le macchine, i camion... e gli oleandri in fiore strapazzati dalle folate delle auto; gli oleandri in fiore! Ti piacevano, gli oleandri in fiore.
Ancora un lampo giallo, là in mezzo al nero del cruscotto, sotto il grigio scuro dell'asfalto ed il grigio chiarissimo del cielo! Dovrebbe bastarmi, la benzina... ora non ho voglia di fermarmi a fare il pieno; i moscerini spiaccicati sul vetro mi appannano tutta la visuale.
Che ti dirò, quando arriverò al tuo letto?
Che cosa mi dirà tua madre, seduta accanto a te? Ci guarderemo un po' allibiti, davanti ad un qualcosa a cui c'eravamo tanto preparati... come scolaretti, come soldatini, come fosse stato già e sempre inevitabile... come davanti ad un documentario. Le stringerò la mano, le bacerò una guancia... e tu, lì, immobile e scarna, non ne sorriderai.
Il traffico! Ora è più intenso, c'è pieno di camion; c'è pieno di macchine che sorpassano camion; c'è pieno di macchine che sorpassano camion che sorpassano camion... io sono distratto, non mi posso distrarre... mi devo concentrare, sono stanco, ho caldo, ho sete... mi devo concentrare! Dodici chilometri!
morciano di romagna sedici luglio 1994
lucabalducci



















































