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Mercoledì, 30 Settembre 2009: Accadde Oggi BIANCA SABATINI, La Stampa
LA STORIA
Lo Tsunami Warning Center delle Hawaii monitora di continuo tutti i movimenti tellurici in grado di scatenare fenomeni simili
Un fenomeno di fronte al
quale non ci sono difese
Tsunami: una parola familiare e terrorizzante. Sinonimo di orrore puro, dopo la serie di onde gigantesche che, il 26 dicembre di cinque anni fa, si abbatterono sulle coste dell’Oceano Indiano. Ora l’incubo ritorna, anche se le prime notizie escludono un bis di quel disastro epocale.
Dal giapponese «tsu» (porto) e «nami» (onde), questa parola indica l’effetto disastroso di terremoti sottomarini - come nel caso delle Isole Samoa - oppure in prossimità della costa. Meno di frequente la causa scatenante sono le frane sottomarine e le eruzioni vulcaniche, soprattutto in alcune aree del Pacifico. Le onde possono rapidamente diventare veri e propri «mostri», giganteschi muri d’acqua in grado di viaggiare, in mare aperto, a velocità elevatissime, raggiungendo anche i 700-800 chilometri orari. Non solo. Grazie a queste prodigiose «performances» possono propagarsi per migliaia di chilometri, conservando pressoché inalterata la loro terribile energia distruttiva.
Lo tsunami, così, diventa una sorta di «martello», che si abbatte con straordinaria violenza anche su coste molto lontane dal punto d’origine del sisma. Ma è proprio in prossimità della terraferma che avviene l’ultima metamorfosi: la velocità, infatti, si riduce, dal momento che è direttamente proporzionale alla profondità dell’acqua, e di conseguenza l’altezza dell’onda aumenta, fino a raggiungere anche alcune decine di metri.
Lo tsunami così, di fronte all’uomo, assume varie forme. Si può presentare nella cosiddetta «morta di marea», che solleva il livello generale dell’acqua anche di molti metri, oppure come una specie di lungo «treno di onde», delle quali la prima non è necessariamente la maggiore. Oppure, ancora, come un vero e proprio muro d’acqua e in questi casi l’impatto è devastante, dal punto di vista psicologico e dal punto di vista materiale. Non c’è scampo. Tutto viene spazzato via.
L’unica difesa, perciò, è la fuga. Se oggi è possibile costruire grattacieli che resistono a terremoti devastanti, le onde anomale rappresentano uno dei fenomeni naturali di fronte ai quali l’uomo è più indifeso. E’ vero che oggi un esteso network di boe e di satelliti tiene d’occhio i sismi sottomarini e il propagarsi degli tsunami, ma l’allarme risuona sempre in tempi ristretti. L’unica decisione da prendere, quindi, è - per chi ci riesce - l’immediata evacuazione.
Non è stato così per le aree del Sud-est asiatico colpite nel 2004. Allora l’epicentro del sisma fu misurato al largo dell’isola di Simeulue, lungo la costa occidentale di Sumatra. Durò una decina di minuti, toccando la magnitudo 9.0 della scala Richter. I Paesi colpiti furono 14. Oltre all’Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia, Somalia, Maldive, Malesia, Myanmar, Tanzania, Seychelles, Bangladesh, Sud Africa, Kenya, Yemen. Un calcolo esatto delle vittime non è mai stato possibile, ma le stime variano da 190 mila a 231 mila.
Tsunami, il gigante cattivo
che nasce dagli abissi
che nasce dagli abissi
Lo Tsunami Warning Center delle Hawaii monitora di continuo tutti i movimenti tellurici in grado di scatenare fenomeni simili
Un fenomeno di fronte al
quale non ci sono difese
Dal giapponese «tsu» (porto) e «nami» (onde), questa parola indica l’effetto disastroso di terremoti sottomarini - come nel caso delle Isole Samoa - oppure in prossimità della costa. Meno di frequente la causa scatenante sono le frane sottomarine e le eruzioni vulcaniche, soprattutto in alcune aree del Pacifico. Le onde possono rapidamente diventare veri e propri «mostri», giganteschi muri d’acqua in grado di viaggiare, in mare aperto, a velocità elevatissime, raggiungendo anche i 700-800 chilometri orari. Non solo. Grazie a queste prodigiose «performances» possono propagarsi per migliaia di chilometri, conservando pressoché inalterata la loro terribile energia distruttiva.
Lo tsunami, così, diventa una sorta di «martello», che si abbatte con straordinaria violenza anche su coste molto lontane dal punto d’origine del sisma. Ma è proprio in prossimità della terraferma che avviene l’ultima metamorfosi: la velocità, infatti, si riduce, dal momento che è direttamente proporzionale alla profondità dell’acqua, e di conseguenza l’altezza dell’onda aumenta, fino a raggiungere anche alcune decine di metri.
Lo tsunami così, di fronte all’uomo, assume varie forme. Si può presentare nella cosiddetta «morta di marea», che solleva il livello generale dell’acqua anche di molti metri, oppure come una specie di lungo «treno di onde», delle quali la prima non è necessariamente la maggiore. Oppure, ancora, come un vero e proprio muro d’acqua e in questi casi l’impatto è devastante, dal punto di vista psicologico e dal punto di vista materiale. Non c’è scampo. Tutto viene spazzato via.
L’unica difesa, perciò, è la fuga. Se oggi è possibile costruire grattacieli che resistono a terremoti devastanti, le onde anomale rappresentano uno dei fenomeni naturali di fronte ai quali l’uomo è più indifeso. E’ vero che oggi un esteso network di boe e di satelliti tiene d’occhio i sismi sottomarini e il propagarsi degli tsunami, ma l’allarme risuona sempre in tempi ristretti. L’unica decisione da prendere, quindi, è - per chi ci riesce - l’immediata evacuazione.
Non è stato così per le aree del Sud-est asiatico colpite nel 2004. Allora l’epicentro del sisma fu misurato al largo dell’isola di Simeulue, lungo la costa occidentale di Sumatra. Durò una decina di minuti, toccando la magnitudo 9.0 della scala Richter. I Paesi colpiti furono 14. Oltre all’Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia, Somalia, Maldive, Malesia, Myanmar, Tanzania, Seychelles, Bangladesh, Sud Africa, Kenya, Yemen. Un calcolo esatto delle vittime non è mai stato possibile, ma le stime variano da 190 mila a 231 mila.













































