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Venerdì 17 Aprile : 2009

"TUTTA COLPA DI GIUDA”

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di DAVIDE FERRARIO; ITA,09.

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In un reparto soft del carcere delle Vallette di Torino, una regista teatrale è ingaggiata per mettere su un musical sulla Passione con i detenuti: ma nessuno vuole fare Giuda.  Il regista  è un autore completo: si è scritto la sceneggiatura e ha pure prodotto il film. Il suo è uno sperimentalismo irriducibile che personalmente apprezzo molto, anche sul piano tecnico, come con l’uso, qui, dell’innovativa e flessibilissima Mdp digitale Genesis Panvision. Egli affronta la realtà, e “usa” il cinema per investigarvi otre che con serietà, con spregiudicata sincerità. Ma la sua attenzione è sempre rivolte al lato umano. Con questa parola non intendo quella fittizia corrività  tivvì; ma solide, polpose, incistazioni d’umanità difficili da decifrare. Com’è il carcere. In più ci costruisce una “commedia con musica”. Più ambizioso di così…Eppure, l’operazione può dirsi riuscita. Non credo che attrarrà folle, ma lo spettacolo è gradevole e convincente. Il suo intento è profondamente pasoliniano: non nel senso del realismo adottato (benché lui stesso si prende con autoironia), ma perchè è assolutamente alieno da ogni moralismo, pur riuscendo ad essere pienamente morale.  Annullando il ruolo di Giuda, che è invece fondamentale ai fini della scrittura narrativa (diegetica) della Passione, di fatto rovescia la stessa significanza di mistero, immaginando così un Cristo che “scende” dalla Croce, senza Risorgere, perché “si rifiuta” di morire. Questo ribaltamento, dal pur progressista cappellano del carcere è rifiutato, perché blasfemo. Però, con allegra noncuranza icnoclasta, lo spettacolo è sostenuto dalla regista, e dal direttore: lei vede la soluzione per rendere alla portata dei galeotti una visione che faccia perno su loro stessi, sulla loro “semplice” voglia d i essere liberi: un’utopia antistituzionale? Certamente; tant’è che il film ha un finale sostanzialmente beffardo. Ma non importa. Essi hanno edificato in loro stessi una tenda di libertà, che resterà e resisterà ai continui sbalzi del clima. Del resto, come si vede, il film affronta tematiche anche complesse, prese dal regista con piglio deciso; ma le connette alla simpatia collettiva degli ospiti del carcere, alla loro dignità, ed anche a quelle dei guardiani. Soprattutto si serve della musica trascinante, che ha una funzione fondamentale,  e di attori assolutamente all’altezza. In primis la Smutniak, la regista. La sua presenza, a dispetto della su fragilità fisica, è traboccante di energia, di generosità; è perfettamente integrata a quegli uomini: li accetta ed è da essi accettata, rispettata e anche protetta. La Litizzetto nella sua smunta bigotteria è terribile.
TUTTA COLPA DI GIUDA” di DAVIDE FERRARIO; ITA,09. In un reparto soft del carcere delle Vallette di Torino, una regista teatrale è ingaggiata per mettere su un musical sulla Passione con i detenuti: ma nessuno vuole fare Giuda.  Il regista  è un autore completo: si è scritto la sceneggiatura e ha pure prodotto il film. Il suo è uno sperimentalismo irriducibile che personalmente apprezzo molto, anche sul piano tecnico, come con l’uso, qui, dell’innovativa e flessibilissima Mdp digitale Genesis Panvision. Egli affronta la realtà, e “usa” il cinema per investigarvi otre che con serietà, con spregiudicata sincerità. Ma la sua attenzione è sempre rivolte al lato umano. Con questa parola non intendo quella fittizia corrività  tivvì; ma solide, polpose, incistazioni d’umanità difficili da decifrare. Com’è il carcere. In più ci costruisce una “commedia con musica”. Più ambizioso di così…Eppure, l’operazione può dirsi riuscita. Non credo che attrarrà folle, ma lo spettacolo è gradevole e convincente. Il suo intento è profondamente pasoliniano: non nel senso del realismo adottato (benché lui stesso si prende con autoironia), ma perchè è assolutamente alieno da ogni moralismo, pur riuscendo ad essere pienamente morale.  Annullando il ruolo di Giuda, che è invece fondamentale ai fini della scrittura narrativa (diegetica) della Passione, di fatto rovescia la stessa significanza di mistero, immaginando così un Cristo che “scende” dalla Croce, senza Risorgere, perché “si rifiuta” di morire. Questo ribaltamento, dal pur progressista cappellano del carcere è rifiutato, perché blasfemo. Però, con allegra noncuranza icnoclasta, lo spettacolo è sostenuto dalla regista, e dal direttore: lei vede la soluzione per rendere alla portata dei galeotti una visione che faccia perno su loro stessi, sulla loro “semplice” voglia d i essere liberi: un’utopia antistituzionale? Certamente; tant’è che il film ha un finale sostanzialmente beffardo. Ma non importa. Essi hanno edificato in loro stessi una tenda di libertà, che resterà e resisterà ai continui sbalzi del clima. Del resto, come si vede, il film affronta tematiche anche complesse, prese dal regista con piglio deciso; ma le connette alla simpatia collettiva degli ospiti del carcere, alla loro dignità, ed anche a quelle dei guardiani. Soprattutto si serve della musica trascinante, che ha una funzione fondamentale,  e di attori assolutamente all’altezza. In primis la Smutniak, la regista. La sua presenza, a dispetto della su fragilità fisica, è traboccante di energia, di generosità; è perfettamente integrata a quegli uomini: li accetta ed è da essi accettata, rispettata e anche protetta. La Litizzetto nella sua smunta bigotteria è terribile.

 



 
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