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Mercoledì, 28 Ottobre 2009: Accadde Oggi
UN PITTORE POSTMODERNO E IL “BURKA”.
Al Palazzo Reale di Milano, e in seguito a Roma fino al giugno 2010, si presenta al pubblico un’importante Mostra del singolare pittore americano Edward Hopper (1882-1966), ed è la prima a lui dedicata nel nostro paese. Non è un nome conosciuto ai più, almeno per ora: ma a molti è noto quel suo famosissimo quadro, “Nigthawks” (42), (“Sonnambuli”). In cui si vedono attraverso delle vetrate, dalla strada, delle persone al bancone di in tipico bar americano: è una coppia in un angolo e un altro avventore solitario e di spalle, staccato da loro, mentre il barista è affaccendato. Essi sono nell’ombra della piena luce interna, mentre è notte e solitudine sul marciapiede che vi gira attorno. Anche se non è stato direttamente visto, il quadro è “citatissimo” dal cinema americano. Non solo perché è una riflessione iconografica di grande bellezza, ma perché molti registi e direttori della fotografia, hanno esplicitamente dichiarato la loro volontà di ispirarsi al grande pittore nel descrivere alcune atmosfere urbane. Cito tra i tanti, il grande Gordon Willis, Direttore della Fotografia dei primi due film della saga del “Padrino”, nonché dei film di Woody Allen, ambientati a Manhattan; i registi Terrence Malick nei primi film degli anni 70, e Alfred Hitchcock che ha “copiato” da un quadro di E.H. del1925, la casa del suo capolavoro “Psyco” (1960). E’ un pittore considerato “anarchico”, quanto a stili e ad appartenenze a scuole pittoriche. Anche se ha avuto fasi futuriste, e variamente sperimentali, si può definire la sua come un’”Arte Concettuale”. Ove le valenze pittoriche esprimono dei contenuti concettuali, concentrati e sintetici, esprimenti delle intuizioni, delle valutazioni sulla dimensione esistenziale e/o sociale del vivere. E’ indubbio che le esistenze che si aggirano per i quadri di Hopper sono il massimo di metafora della solitudine urbana contemporanea. Individui ai margini, non della condizione sociale, che è, invece, quella della middle-class usa, ma spirituale. Persone che guardano lontano, nel vuoto; se sono in coppia e parlano, ognuna lo fa da sola, inascoltata; per lo più stanno accoste ad altra, ma nel silenzio e nell’ignorarsi reciproco. E’ un’insussistenza collettiva, che le definisce e le isola in una pozza di disperazione. Questa pittura è la più appropriata e fedele illustrazione iconografica della socialità postmoderna. ll Postmoderno è una cultura nata in ambito filosofico, all’interno di quello che fu chiamato, negli anni 80, il “Pensiero Debole”; poi addentratasi molto nelle metodologie e nella critica artistica. Esso si fondava, riprendendo una tesi di Marc Augé, uno dei suoi teorizzatori, sulla negazione, nell’ambito della contemporaneità, di tutto ciò che poteva rapportarsi al futuro. Il Postmoderno ritornava a confrontarsi attivamente col passato, lo “usava”, lo rielaborava in funzione di ciò che dal passato se non dall’antico, lo trasportava, lo rendeva fruibile (o ri-fruibile) nella contemporaneità. E’ una cultura critica sullo sviluppo tecnologico indefinito e senza limiti di sorta, che non si pone il problema del progresso sociale e culturale della società: che anzi, ne farebbe volentieri a meno, come farebbe volentieri a meno della facoltà di ricordare. I quadri di Hopper ci fanno riflettere sull’assenza di avvenire della cotemporaneità. Nel frattempo, con un’accelerazione qualitativa prodottasi in questo secolo, l’oggi è diventato ancora più aggressivamente privo di passato, di memoria. Si pensi al proliferare di quelli che M.Augé chiama i “Nonluoghi”: quei posti fasulli, come i Centri Commerciali dove “c’è tutto”, ovvero non c’è nulla, nessuna attività tranne lo spendere: ogni millimetro di quello spazio è costruito per “rendere”, cioè per farci consumare merci che non servono, che diventa l’unica manifestazione della nostra presenza. E’ una concezione ancora più aggressiva dell’invasività della contemporaneità, perché ci fa quasi divieto di avere memoria, cioè consapevolezza della propria identità, storia: quindi avvenire. A questa funzione, a questo scopo agisce anche la Rete. “Ci sembra”, con Internet, di stare quasi dappertutto:invece non stiamo da nessuna parte, anch’esso è un “Nonluogo”. Perciò Augè è passato a definire questa nuova situazione come “Surmodernità”.In cui il Postmoderno “scoppia” come una bomba a frammentazione, gettando violentemente brani e brandelli di passato, anche lontano, barbaro e arcaico in mezzo a tutto ciò che sembrava averlo bandito per sempre, in questo falso “Presente Continuo” in cui siamo essere irrimediabilmente sommersi, e siamo costretti a subirlo passivamente . Perciò vediamo il ritorno di “grumi” di passato che stridono violentemente con ciò che riteniamo parte del vivere attuale. Ma è lo sviluppo incessante della globalizzazione che rende tutto ravvicinato e confuso. La prassi del “Burka”, un vestimento che copre completamente, compresi gli occhi e il viso, le donne di religione musulmana tradizionalista, annullandone completamente l’identità, è parte integrante, pur col suo carico di anticivile e arcaico costume, dello stesso panorama che vede da noi, le manifestazioni della più spregiudicata libertà sessuale. Essa è una delle tante modalità di copertura della donna islamica, la più escludente. Altre ve ne sono, meno invasive: lo “Hijab”, il più blando, essendo un semplice velo del capo (se con due pezzi si chiama “Al Amira”); la “Shayla” se copre anche le spalle. Poi c’è il “Chador” iraniano che è un unico vestito nero con annesso un velo; il “Niqab” un vestito con velo che lascia scoperti solo gli occhi. Tutto ciò, a vari livelli di tolleranza e di sviluppo, convive, più o meno tranquillamente, con quanto è rivolto, soprattutto nella tecnologia, al futuro. Addirittura è parte dell’avvenire, perché se non riusciamo, con la democrazia, la cultura, l’accrescimento della coscienza civile, pur nel rispetto della loro “memoria” e tradizione, a cambiare quella concezione sottesa della donna, avremo settori della popolazione che vivranno nell’isolamento civile, sottraendo energie al progresso dell’intera società.














































