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Lunedì 2 Marzo : 2009
UN ROMANZO SULLA CRISI.
Massimo Lolli è un cinquantenne porticese. Si è laureato in Scienze Politiche a Napoli con una tesi di Diritto Internazionale, perché forse avrebbe voluto fare il Diplomatico. Ma, persona colta, gran comunicatore, uomo charmant e provvisto di carisma, ha lavorato, invece, sempre nel settore delle Risorse Umane, con esiti brillanti, prima alla Nokia Italia, poi alla Marzotto dove lavora ancora oggi. Ha all’attivo già tre libri. Il primo è “Innamorarsi di una
Milanese” (1995, Archinto editore), l’altro “Volevo solo dormirle addosso”
(1998, Limina editore). Da questo testo nel 2004 il regista Eugenio Cappuccio trasse l’omonimo film con Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi. L’editore Mondatori ha in questi giorni pubblicato un altro libro suo: “Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio” (pp. 216; €18). Questo volume, con quel suo stile tipico scanzonato, ironico, irriverente, affronta in realtà il dramma del licenziamento di un manager cinquantenne. In un qualche modo, lo scrittore porta a conclusione il percorso esemplare di un manager che ha fatto tutta la carriera possibile: dal primo ambientarsi, passando per un’importate esperienza professionale, fino alla fine della corsa. Perché, come egli ci dice, nessuno è garantito: e soprattutto in un momento di grave acuirsi di una crisi che non risparmia nessuno. A buon diritto si può far entrare tutta l’attività letteraria di Lolli in quella che negli anni 60 fu chiamata “Letteratura Industriale”, ovvero quella scrittura che coglieva le trasformazioni in atto in Italia, da agricola-industriale a industriale-agricola. Per cui agli ambienti rurali o di provincia si sostituivano quelli metropolitani; alle storie in cui l’aspetto produttivo stava sulla sfondo, si avvicendano storie in cui questo è al centro della storia. Non è propriamente una “letteratura sociale”, cioè fondata sull’acquisizione di una coscienza soggettiva ispirata a ideali politici, volta al cambiamento e alla trasformazione; bensì legata alla necessità di comprendere i fenomeni nuovi di aggregazione sociale, descrivendone tutte le storture, ma “dall’interno”, con cura e obiettività. Esponente di questa fu soprattutto Paolo Volponi; però taluni momenti di Italo Calvino e anche di Carlo Emilio Gadda sono, secondo alcuni critici, ascrivibili a questo approccio. Ebbene, Massimo fin dal primo romanzo credo che possa rientrare in questa categoria. Nonostante che quel suo umorismo talvolta faccia pensare, non solo alla sua formazione di “intellettuale della Magna Grecia”, ma anche a Totò e agli innesti tratti dalla cinematografica “Commedia all’Italiana”, di cui si è sempre definito un cultore. Come quegli scrittori ai loro tempi, egli oggi coglie quelle nuove trasformazioni che stanno avvenendo dell’area produttiva post-industriale, in cui protagonisti non sono più né operai, né i tradizionali ingegneri, portatori, all’epoca, di un’aperta mentalità illuminista, ma nuove élites intellettuali: figure inedite, perfino non di formazione scientifica (come lui e tanti altri manager), che hanno accompagnato la crescita della società italiana e non solo, nella fase dello sviluppo dei sevizi ad alto valore aggiunto, tipico degli anni 90 e primi del 2000. Il primo romanzo del 95, parlava di lui, anche se mediato dalla finzione letteraria, alle prese con l’adattamento nella realtà produttiva del nord, in cui era capitato da emigrante: certamente non la meroliana “carn’ e’ maciello”; ma affrontando difficoltà di ordine psicologico e ambientale. Anche se l’approccio era divertente e a tratti esilarante, si faceva strada la percezione della necessità di dotarsi, nelle moderne relazioni industriali ad un livello di responsabilità manageriale, di un’attrezzatura intellettuale e culturale, che richiedeva, insieme ad un’estrema flessibilità, la capacità d’interagire in modi attivi. Insomma, richiedeva di applicare alla realtà delle visioni filosofiche, in grado di comprenderla e di, nei limiti del possibile, trasformarla a proprio vantaggio: soprattutto nelle relazioni interpersonali, nelle quali era richiesto un plus di finezza psicologica. Il libro del 98, e il bel film trattone, parla dell’esplicarsi dell’attività più ingrata di un addetto alle “Risorse Umane”, riscrittura ipocrita della parola “Personale”, ovvero i licenziamenti. La felicità del libro è che coniuga capacità osservative di tipo fine sulle singole persone, alla comprensione intelligente dei meccanismi “sociali” dell’industria, dei suoi statuti comportamentali, della componente spesso conflittuale delle psicologie interne ai gruppi di manager. La stessa “cattiveria” collettiva, interna ai gruppi di dirigenti, è ritratta, anche qui in modi grotteschi, in un corto dal titolo “No Smoking Company-Vietato fumare in azienda” del 98, diretto da Edo Tagliavini, e da lui sceneggiato. Ma è il terzo titolo che sta mostrando la ricchezza del talento di Lolli. Il manager cinquantenne messo alla porta senza tanti riguardi, reagisce pianificando con un’esperta di “strutture di sostegno” la sua ricerca di un nuovo impiego. Ma qui all’inganno segue al beffa: perché questa dottoressa, pretenziosa e supponente, si rivela inutile; le strade che gli si aprono sono alcune più tradizionali, tipo: farsi mantenere da una bellona appassita , ma ricca; conosciuta dopo che, giustamente, ha pensato di espatriare. Ma la Cina, si rivela un’altra trappola, e gli dà il senso materico della globalità della crisi. Anche qui l’umorismo e la presa in giro, talvolta micidiale e comica, diventa uno schermo che però ci fa comprendere perfettamente la complessità della crisi attuale, di cui, en passant, sono date delle definizioni giuste e chiare. Anche qui, perfettamente padroneggiate e inglobate nel testo vi sono citazioni nella costruzione di alcune situazioni, sia cinematografiche, soprattutto francesi (L.Cantet, N.Garcia) che letterarie (Calvino, DeCrescenzo). Ma emerge una capacità spregiudicata, ma ricca d’intelligenza e di umanità, di dare vita ad un ritratto collettivo di una società industriale in crisi e in cerca di nuove identità e modelli, non solo produttivi, ma culturali..














































