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  Giovedì, 26 Novembre 2009   


UN UOMO DEL RISORGIMENTO,
OGGI: GABRIELE PEPE.

    Nel 2011 sarà il 150enario dell’Unità d’Italia: un paese con una classe dirigente appena decente dovrebbe porsi il problema di come affrontare questa ricorrenza in modi seri. Che non siano, voglio dire, acriticamente e beceramente trionfalistici e nazionalisti; ma nemmeno negazionistici. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra la festa, il legittimo orgoglio della ricorrenza, e un serrato bilancio critico e storiografico sull’intera fase storica che ha portato all’Unità d’Italia; e di come le luci e le ombre del Risorgimento siano alla radice degli squilibri attuali. L’aver affidato al Presidente della Repubblica Emerito, Carlo D’Azeglio Ciampi, la presidenza del Comitato di organizzazione delle iniziative da svolgere per la ricorrenza, dava sufficienti garanzie perché questo equilibrio fosse rispettato. Ma è lo stesso Presidente ad essersi lamentato più volte e pubblicamente  che questo Comitato non si è mai potuto riunire; non esistono finanziamenti ad hoc: praticamente è messo in condizione di non poter lavorare. Il sospetto che la Lega metta bastoni tra le ruote è forte. Voglio qui invece parlare, più modestamente, di una figura a suo modo tipica di quella fase complessa e ricca di problemi e contraddizioni che fu alla base della prima parte del Risorgimento, la più eroica. Anche se la più élitaria, perché riassumibile in singole personalità di pura esemplarità individuale. Mi riferisco al Colonnello Gabriele Pepe, al quale un Convegno a Campobasso e la pubblicazione dei suoi scritti, permetterà di emergere dall’ingiusto oblio storico. In realtà i Pepe presenti nel Risorgimento sono più d’uno: e difatti sono cugini; e tutti operanti nel Regno di Napoli, poi divenuto Delle Due Sicilie. Il più famoso è Guglielmo, calabrese di Squillace: insieme al fratello,  Florestano, fu tra i protagonisti dei Moti del 1820-21, cui partecipò lo stesso Gabriele, che era  militare in Sicilia. Partita da Nola, una sommossa militare della Carboneria e di ex-ufficiali di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e Re di Napoli per una breve fase, mise in crisi la dinastia dei Borboni. Re Ferdinando, spergiuro, nonostante avesse promesso sulla Bibbia fedeltà alla Costituzione del nuovo regno, fuggì, e ritornò al potere con le armi della Santa Alleanza. Anche se non compì gli eccessi omicidi del 1799, quando mandò al patibolo, su istigazione della Regina e degli Inglesi, il fior fiore dell’intellettualità meridionale, la reazione fu feroce. E tutti i Pepe furono esiliati. Anche Gabriele. Questi, di famiglia Giacobina, di Civitacampomarano, giovanissimo, aveva partecipato alla Repubblica Partenopea; acchiappato, poté sfuggire al patibolo, perché di minore età. Esiliato, continuò la sua milizia con Napoleone. Agli ordini dei suoi generali combatté con onore, diventando Ufficiale. Spirito libero e autonomo culturalmente, si rese conto, come il grande poeta Ugo Foscolo, che questo Napoleone, pur portatore del messaggio egualitario della Rivoluzione Francese, in nome della stessa, era di fatto un oppressore. Perché asserviva quegli ideali alle esigenze politiche aggressive e guerrafondaie della nuova classe borghese, che si era liberata della tutela economica e sociale della vecchia feudalità, e voleva, attraverso la guerra, l’affermazione totale nella società francese. Scopo comunque raggiunto. Pur mantenendo nel suo programma alcune fondamentali istanze di quella rivoluzione, in realtà il regime napoleonico ne era una degenerazione. Gabriele ne divenne lucidamente consapevole. Fu proprio la sua esperienza militare in Spagna, dal 1808 al 1811 ad aprirgli gli occhi. Lasciò l’esercito e scrisse di Napoleone, nei suoi diari spagnoli chiamati “Galimatias”, poi da lui stesso pubblicati nel libro “Dal Molise alla Catalogna”, come colui che “ha spinto al grado massimo la tirannia”. A me questo passaggio sembra oltremodo attuale. Potremmo paragonare l’entusiasmo suscitato da Napoleone “liberatore”, a quello che venne nel1968 dall’insieme delle grandi esperienze collettive di “democrazia dal basso”. Nelle piazze, nelle Università, nelle scuole e anche nelle fabbriche del nostro paese ci fu, di pari passo con le esperienze di gran parte dell’Europa, compresi i paesi dell’Est sotto tutela dell’allora URSS, una ventata: che dico? uno tsunami libertario. Perfino la Cina Popolare sembrava dare vita ad una grande rivoluzione culturale, in cui le masse giovanili sembravano volere e poter “rovesciare il cielo”, mettendo al bando le vecchie mummie del potere socialista. Mi sembra di vedere Gabriele all’età di 18-20 anni, è nato nel 1787, che pieno di passione e di entusiasmo, pur fuggito per un pelo alla morte, continua a “spendere”, incurante del rischio, il fiore della sua gioventù appresso ai francesi, combattendo e sfidando la morte: è la personificazione di un Fabrizio del Dongo della stendaliana “Certosa di Parma” o del protagonista di “L’Ussaro sul tetto” di Jean Giono: è decisamente uno di quei ragazzi che negli anni 60-70 “osano” pensare, parlare e agire. Però, la maturità gli porta la chiarezza politica: ma non l’abbandono delle idee progressiste. Il suo rifiuto di Napoleone non si estende alle idee di cui il còrso fu portatore: egli, con vivo senso politico, le “aggiorna” ai mutati scenari. Diventa un patriota democratico, in odore di mazzinianesimo. Non rinnega; non si getta nella disperazione politica “cambiando fronte”, per così dire. Addirittura arriverà al famoso duello, nel 1826, col celebrato poeta francese Alphonse La Martine che, pur essendo simpatizzante napoleonico, aveva offeso il valore dell’italianità. Parteciperà ai moti del 48-49, sempre portando la sua identità politica e la sua carica personale; e solo la morte lo salverà dal processo e dalla prigione nel 49. Ma oggi è proprio questa la difficoltà: in questa colossale caduta di valori, dove dirigere gli sforzi e la ricerca degli orizzonti del progressivismo?

 



 
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