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Una sfilata asfittica ed anche acefala.
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Una sfilata asfittica ed anche acefala.
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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Parsifal ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Mi fa piacere non essere l'unico...

Il senso del 25 Aprile e della Liberazione

Lettere al Direttore, GdB - 20/04

Avevo dodici anni ed ero un ragazzo pieno di vitalità, di gioia, di amicizie serene. Formia la città in cui vivevo in provincia di Littoria (ora Latina) era composta da persone di modesta condizione. Poche famiglie possedevano la radio e proprio da una di quelle radio udii il discorso del Duce che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia. La piazza era gremita in ogni ordine di posto, dovunque gli altoparlanti diffondevano la voce roboante del capo del Governo. Un’ovazione terrificante. Egli era là, onnipotente, osannato, idolatrato, in ogni angolo d’Italia si acclama la sua scelta. Lui ha deciso per la guerra e lui ha sempre ragione. Dove erano gli anti- fascisti? - La mia città come tante altre, piccole, medie o grandi pagò con lutti, rovine e sacrifici. Tanta gioventù che non ritornò più, tante famiglie che piansero i loro cari congiunti (compreso mio padre) in silenzio e nell’amarezza nata dal disprezzo del presunto vincitore. Forse le donne italiane non hanno la stoica fermezza delle spartane, ma per i loro cari caduti durante le varie fasi della guerra, non meritano l’ignava dimenticanza delle autorità. - Abbiamo perso la guerra... siamo stati sconfitti... la guerra non era sentita; il senno di poi... e se avessimo vinto? Figli, mariti, padri, dimenticati, quasi cancellati, non solo per cinico opportunismo politico (si ricordano solo i partigiani) ma anche per vigliaccheria. Da più di sessant’anni il loro sacrificio è stato quasi demonizzato. Guai a parlare delle vittime civili sotto le macerie dei bombardamenti, guai a parlare dei caduti dell’ultima guerra, hanno combattuto per il fascismo? Allora erano fascisti. Sconfitti ma sempre onorati da un nemico forse cento volte superiore, ignorati vigliaccamente dai fratelli in Patria. - A più di sessant’anni dal loro sacrificio parlarne lascia indifferenti, una indifferenza precostituita con l’ignoranza. Ma il comportamento peggiore lo si trova in molti politici, senza distinzione di sesso e ideologie, eredi più o meno diretti di quel tragico periodo. Quanti italiani sanno effettivamente cosa si commemora il 25 Aprile? - Con il 25 Aprile si va anche oltre; ufficialmente si commemora la liberazione, ma da chi? (gli americani erano già qui) il fascismo era caduto l’8 settembre 1943, forse si commemora la fine di una guerra civile. Di fatto si festeggia la vittoria di una fazione sull’altra. - Altro che partecipazione! Quando si vuole la vera partecipazione, la vera pacificazione, alla cerimonia si invita anche l’altra parte e si commemora insieme. Si continuano a magnificare le gesta di una parte e vituperare quelle dell’altra. Il più elementare tentativo di porsi delle domande a riguardo dell’una e dell’altra parte, scatena virulente quanto scomposte reazioni al grido: «La storia non si tocca!». Come al solito, l’impresa dei Mille e la marcia su Roma non hanno insegnato nulla. La storia è una continua ripetizione di errori, ma noi non impariamo nulla. - Dobbiamo cominciare a renderci conto che il 25 Aprile non è una festa nazionale, se mai la festa di una minoranza. E di fatto quella data non significò neppure la fine della guerra civile che continuò almeno per altri due anni con centinaia di morti ammazzati al grido «Uccidere un fascista non è reato». Quegli eccidi sistematici avvenuti in varie regioni dell’Italia settentrionale non colpirono solo i fascisti, ma anche industriali, agrari, preti, democristiani. Fondamentale per la liberazione dell’Italia fu l’esercito angloamericano e per la successiva libertà del nostro Paese fu essenziale il fatto che esso non cadde nella zona d’occupazione dell’Armata Rossa; la Resistenza svolse un ruolo significativo ma militarmente secondario nella liberazione del Paese, perciò non si discute il valore simbolico e morale della Resistenza, anche se ormai è accertato che a vincere il fascismo furono gli alleati. - EDMONDO DEL PRETE - Brescia -


anche a me:

LUCA MOLINARI ha scritto: 
25 APRILE IN ITALIA - CRONOLOGIA
      un fine guerra oscuro
      un inizio pace non proprio chiaro
       il  25 aprile... e poi il dopo...


  La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della giovane repubblica italiana. E’ l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana.

   Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.
  Alla liberazione dell’Italia dalla dittatura si poté arrivare grazie al sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani; combatterono al fianco di molti soldati provenienti da paesi diversi e lontani (dagli Stati Uniti all’Australia, senza dimenticare Inglesi e Francesi), ma tutti accolti come alleati.
  
  La stessa storia dell’Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Andrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”, elemento base di una nuova religione civile della nascitura giovane democrazia repubblicana. Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari” (S. Pertini).
  Non è intenzione di chi scrive fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografica revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come “guerra civile”.
  Benché la Resistenza non sia stato un fatto coinvolgente la maggioranza degli italiani, ma solo quella relativa degli abitanti delle aree centro-settentrionali, essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli.
  Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici  della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.

  Chi scrive non vuole assolutamente cadere nella retorica resistenziale, ma è fortemente concorde col fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide  di cui furono essi stessi le prime vittime, se di “guerra civile” si vuole parlare la si deve intendere come “per la civiltà” (Dante Livio Bianco), come “una guerra politica, popolare ….. .Una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo ed è democratico il suo ultimo, l’abbattimento di  una dittatura e l’instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere” (Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1973, p. VIII).
  Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate, se non altro per i dolori e le sofferenze che furono costretti a subire. Premesso tale rispetto per tutti i morti mi sembra lecito oppormi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall’amnistia promossa dall’allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storiografica e letteraria da uno dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il compianto senatore Leo Valiani, che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive “A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell’altra”, volendo così separare gli aspetti personali ed umani ( e umanitari?) della questione da quelli politici e storici.

  Ciò che più rammarica è che la Resistenza, lungi dall’essere un momento corale di unità popolare e nazionale, sia divenuta “la resistenza incompiuta o interrotta destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato”(Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, op. cit., p. XI).
  La Resistenza doveva divenire il “mito fondatore” su cui basare la Repubblica democratica scaturita dalle scelte dell’Assemblea costituente figlia della stessa esperienza partigiana, purtroppo ciò non è avvenuto completamente, ma   quei valori di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale, contenuti nella Prima Parte della nostra Costituzione sono sempre validi, attuabili ed a essi ogni democratico deve fare riferimento nella propria azione quotidiana.

  LA REPUBBLICA

  La Repubblica italiana nasce dal libero e democratico voto del popolo il 2 giugno 1946. Insieme alla scelta relativa alla nuova forma di governo da dare al Paese il corpo elettorale fu chiamato a votare per l’elezione di un’Assemblea Costituente il cui compito fu la stesura e l’approvazione di una nuova Costituzione che vide la confluenza delle principali forze e delle maggiori idee dell’antifascismo e della cultura democratica laica, cattolica e marxista. Questa prima fase della storia repubblicana fu caratterizzata dalla collaborazione al governo dei maggiori partiti politici di massa (DC, PSI,
  PCI) e dei partiti laici minori. Fu compito di questa generazione politica traghettare sulle sicure rive della democrazia e della libertà un Paese in cui erano ancora bene evidenti i segni della dittatura fascista ed i danni della guerra. Per dirla con le parole dell’illustre giurista Piero Calamandrei, La Repubblica italiana fu un “patto fra uomini liberi e forti”  e la Costituzione divenne la più nobile ed alta espressione dei valori democratici ed antifascisti e del rifiuto fermo e perpetuo della violenza e della prevaricazione delle libertà civili e politiche che avevano caratterizzato tutto il ventennio mussoliniano.
  
  Fu la Resistenza partigiana antifascista a riscattare l’onore e la dignità del nostro Paese aprendo una nuova e più proficua era di Pace e di sviluppo. La classe politica dell’immediato dopoguerra aveva, però, ben chiaro in testa che
  le prime vittime del fascismo erano stai tutti coloro (soprattutto le donne) che in buona fede e senza macchiarsi di gravi colpe, avevano appoggiato Mussolini: in quest’ottica va vista la famosa amnistia voluta dal Guardasigilli Palmiro Togliatti (PCI) attraverso la quale si imboccava la via della concordia nazionale e della pacificazione che non venne mai meno neanche negli anni successivi all’esclusione delle sinistre socialcomuniste dal governo (1947) ed all’inizio della lunga egemonia democristiana nella guida del Paese (1948).
  
  Gli anni del centrismo degasperiano, grazie all’opera ed alla figura dello statista democristiano, posero le basi, grazie al lavoro ed al sacrificio del popolo italiano, del futuro progresso civile ed economico dell’Italia repubblicana. Proprio in quegli anni l’Italia è fra le protagoniste dell’avvio di quel processo di unificazione europeo, di carattere economico e politico, di cui oggi stiamo raccogliendo i frutti (EURO ed Unione Europea).
  Un momento molto importante della vita politica e sociale italiana lo si ebbe negli anni ’60 quando, accanto al boom economico che caratterizzò quel decennio, nacque, grazie a Fanfani, Moro e Nenni, una nuova formula di governo: il centro-sinistra, ossia la collaborazione al vertice della guida del Paese tra la DC ed il Partito Socialista che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di riforme strutturali del sistema Italia, ma le più innovative ed incisive furono abbandonate a seguito delle pressioni degli ambienti più reazionari del Paese che minacciarono di ricorrere anche a forme estreme come il colpo di stato (il famoso “rumor di sciabole” di cui parla l’on. Nenni nei suoi diari).
  Un’altra opportunità di rinnovamento e di modernizzazione del Paese la si ebbe a metà degli anni ’70 quando, dopo la bufera del ’68 studentesco, dell’autunno caldo operaio e le lotte per il divorzio, era ormai all’orizzonte l’incontro tra i due massimi partiti popolari di massa, la DC di Moro ed il PCI di Berlinguer. Fu la grande occasione del Compromesso storico, ossia la formazione di governi che prevedevano la partecipazione di personalità appartenenti a tutti i partiti democratici per una modernizzazione ed uno sviluppo sostenibile del Paese in un decennio caratterizzato dalla crisi economica e dalla violenza del terrorismo (nero o rosso che fosse).

  Il rapimento e l’omicidio dell’on. Moro misero fine a questo tentativo innovativo ed aprirono le porte ad un decennio, gli anni ’80, in cui si è svolta una lotta aspra tra due Italie: l’una, quella di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer e Giovanni Spadolini, sottolineava l’importanza decisiva della “questione morale”, metteva in guardia contro la degenerazione del sistema politico e denunciava le trame occulte come la P2.
  L’altra, quella dei nani e delle ballerine, assecondava il rampantismo dilagante, cementificava tutto il cementificabile dimenticando l’insegnamento di Andrè Malraux secondo cui “Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza”.
  La Costituzione del 1948 cominciava a segnare, solo per quanto riguarda la parte tecnica-ingegneristica, il passo, ma ogni tentativo di riforma fallì poiché boicottati e bloccati dai veti da chi vedeva messa in discussione la propria egemonia o il proprio potere di ricatto e di interferenza: la Grande Riforma sognata e declamata dal pentapartito degli anni ’80 divenne il Grande Alibi per non fare alcuna riforma e lasciare incancrenire la situazione per più di un decennio.
  Sono stati molto più efficaci i referendum elettorali dei primi anni ’90 che hanno intaccato alla base le personali posizioni di una parte della fauna politica del nostro Paese ormai sclerotizzata.
  L’azione della magistratura (lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata) dei primi anni ’90 ha avuto il grande merito, nonostante limiti ed errori, di aver permesso la ripresa di un processo di risanamento morale della vita pubblica italiana che, però, è ancora lontano dall’essere risolto.
  Questo risanamento morale si è accompagnato con il processo di risanamento economico avviato dal governo del socialista Giuliano Amato (1992), proseguito dai successivi cosiddetti governi tecnici di Carlo Azeglio Ciampi e di   Lamberto Dini e portati a termine dai governi di centrosinistra presieduti da Romano Prodi e da Massimo D’Alema. L’opera di questi Governi ha permesso all’Italia di entrare da subito nella moneta unica europea (EURO) e di essere protagonista (la Presidenza della Commissione europea a Romano Prodi ne è un segno tangibile) del processo di unificazione politica del Vecchio Continente per realizzare una vasta area geopolitica aperta a tutte quelle nazioni che ne condividano i primari obiettivi di pace e di sviluppo.


«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì O giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.»

 (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)
 





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- Horacio Verbitsky
 
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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Citazione:
come le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, altrettanto correttamente, mi sembra, i meriti del padre non possono essere gratificati alla figlia (o figlio), soprattutto se ci "marcia".


Mi fermo solo su questo perché la dice lunga.

Peccato che il padre sia in carrozzina e che tocchi alla figlia farlo marciare. Ma naturalmente tu, molto democraticamente, preferiresti che se ne stesse a casa.
Peccato che fischiare chi in guerra ha fatto veramente il partigiano (e non comodamente sventolando le bandiere rosse nel 2006) non sia esattamente "gratificare" la figlia.
Peccato che per essere una festa che dovrebbe essere "nazionale" si arrivi a questi punti.

Ma siamo in Italia, quindi va bene così.
 



 
 
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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Citazione:
Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici  della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.



E quindi non vi fu guerra civile per questo?
Italiani contro italiani cos'è?
Ah, ma di "qua" c'erano tutti i buoni, di là tutti i cattivi.
Per forza non si può parlare di guerra civile... quelli erano scarafaggi da eliminare per le loro idee, non certo persone, non certo Italiani che per motivi più vari (travisato senso patriottico, fedeltà al Duce, coscritti a forza, aderenti in piena volontà) aderirono alla RSI.

Peccato perché gli antifascisti, quelli onesti o meno "ideologizzati", l'hanno riconosciuto da tanto..

"Gli avvenimenti esterni sono sempre più o meno preveduti dall'artista; ma nel momento in cui essi avvengono cessano, in qualche modo, di essere interessanti. Fra questi avvenimenti che oso dire esterni c'è stato, e preminente per un italiano della mia generazione, il fascismo. Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neppure ho scritto poesie in cui quella pseudo rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime d'allora; ma il fatto è che non mi sarei provato neppure il rischio fosse stato minimo o nullo. Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di al di fuori di questi fenomeni " (E. MONTALE)

Quelli invece che facevano i parà nella RSI ora invece fanno i comunisti e si candidano a Milano.

Ma così gira l'Italia.
 



 
 
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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Parsifal ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Citazione:
come le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, altrettanto correttamente, mi sembra, i meriti del padre non possono essere gratificati alla figlia (o figlio), soprattutto se ci "marcia".


Mi fermo solo su questo perché la dice lunga.

Peccato che il padre sia in carrozzina e che tocchi alla figlia farlo marciare. Ma naturalmente tu, molto democraticamente, preferiresti che se ne stesse a casa.
Peccato che fischiare chi in guerra ha fatto veramente il partigiano (e non comodamente sventolando le bandiere rosse nel 2006) non sia esattamente "gratificare" la figlia.
Peccato che per essere una festa che dovrebbe essere "nazionale" si arrivi a questi punti.

Ma siamo in Italia, quindi va bene così.


........ questo sì. Ma devi ammettere però che TUTTE le altre volte che LEI, da brava figliola porta il papà a passeggio, a prendere un pò d'aria o magari al parco o ... dove ti pare .... nessuno l'ha mai fischiata.

Ma forse è perché nessuno l'ha mai vista.
Forse perché s'è ricordata del papà partigiano solo sotto le elezioni........ forse.

Ma con i forse, sai bene, non si arriva da nessuna parte ma, se vuoi, ne ho tanti altri.
Possiamo continuare fino a quando vuoi.
 





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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Parsifal ha scritto: [Visualizza Messaggio]
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Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici  della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.



E quindi non vi fu guerra civile per questo?
Italiani contro italiani cos'è?
Ah, ma di "qua" c'erano tutti i buoni, di là tutti i cattivi.
Per forza non si può parlare di guerra civile... quelli erano scarafaggi da eliminare per le loro idee, non certo persone, non certo Italiani che per motivi più vari (travisato senso patriottico, fedeltà al Duce, coscritti a forza, aderenti in piena volontà) aderirono alla RSI.

Peccato perché gli antifascisti, quelli onesti o meno "ideologizzati", l'hanno riconosciuto da tanto..

"Gli avvenimenti esterni sono sempre più o meno preveduti dall'artista; ma nel momento in cui essi avvengono cessano, in qualche modo, di essere interessanti. Fra questi avvenimenti che oso dire esterni c'è stato, e preminente per un italiano della mia generazione, il fascismo. Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neppure ho scritto poesie in cui quella pseudo rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime d'allora; ma il fatto è che non mi sarei provato neppure il rischio fosse stato minimo o nullo. Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di al di fuori di questi fenomeni " (E. MONTALE)

Quelli invece che facevano i parà nella RSI ora invece fanno i comunisti e si candidano a Milano.

Ma così gira l'Italia.


Image ...... e meno male che gira. Lasciamola girare quindi, tantopiù che, insieme a lei, girano anche altre cose e, a volerne fermare il vorticoso girare, dovresti stringere ed allora ......... son dolori. Meglio lasciar andare quindi ... e che Dio ce la mandi buona (come si suol dire) e bada che non aggiungo ... "anche disponibile"         (sperarlo però, "vaticano e repubblichini" permettendo ..... si puote! O no?)
 





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Stanislao ha scritto: [Visualizza Messaggio]
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Il senso del 25 Aprile e della Liberazione

Lettere al Direttore, GdB - 20/04

Avevo dodici anni ed ero un ragazzo pieno di vitalità, di gioia, di amicizie serene. Formia la città in cui vivevo in provincia di Littoria (ora Latina) era composta da persone di modesta condizione. Poche famiglie possedevano la radio e proprio da una di quelle radio udii il discorso del Duce che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia. La piazza era gremita in ogni ordine di posto, dovunque gli altoparlanti diffondevano la voce roboante del capo del Governo. Un’ovazione terrificante. Egli era là, onnipotente, osannato, idolatrato, in ogni angolo d’Italia si acclama la sua scelta. Lui ha deciso per la guerra e lui ha sempre ragione. Dove erano gli anti- fascisti? - La mia città come tante altre, piccole, medie o grandi pagò con lutti, rovine e sacrifici. Tanta gioventù che non ritornò più, tante famiglie che piansero i loro cari congiunti (compreso mio padre) in silenzio e nell’amarezza nata dal disprezzo del presunto vincitore. Forse le donne italiane non hanno la stoica fermezza delle spartane, ma per i loro cari caduti durante le varie fasi della guerra, non meritano l’ignava dimenticanza delle autorità. - Abbiamo perso la guerra... siamo stati sconfitti... la guerra non era sentita; il senno di poi... e se avessimo vinto? Figli, mariti, padri, dimenticati, quasi cancellati, non solo per cinico opportunismo politico (si ricordano solo i partigiani) ma anche per vigliaccheria. Da più di sessant’anni il loro sacrificio è stato quasi demonizzato. Guai a parlare delle vittime civili sotto le macerie dei bombardamenti, guai a parlare dei caduti dell’ultima guerra, hanno combattuto per il fascismo? Allora erano fascisti. Sconfitti ma sempre onorati da un nemico forse cento volte superiore, ignorati vigliaccamente dai fratelli in Patria. - A più di sessant’anni dal loro sacrificio parlarne lascia indifferenti, una indifferenza precostituita con l’ignoranza. Ma il comportamento peggiore lo si trova in molti politici, senza distinzione di sesso e ideologie, eredi più o meno diretti di quel tragico periodo. Quanti italiani sanno effettivamente cosa si commemora il 25 Aprile? - Con il 25 Aprile si va anche oltre; ufficialmente si commemora la liberazione, ma da chi? (gli americani erano già qui) il fascismo era caduto l’8 settembre 1943, forse si commemora la fine di una guerra civile. Di fatto si festeggia la vittoria di una fazione sull’altra. - Altro che partecipazione! Quando si vuole la vera partecipazione, la vera pacificazione, alla cerimonia si invita anche l’altra parte e si commemora insieme. Si continuano a magnificare le gesta di una parte e vituperare quelle dell’altra. Il più elementare tentativo di porsi delle domande a riguardo dell’una e dell’altra parte, scatena virulente quanto scomposte reazioni al grido: «La storia non si tocca!». Come al solito, l’impresa dei Mille e la marcia su Roma non hanno insegnato nulla. La storia è una continua ripetizione di errori, ma noi non impariamo nulla. - Dobbiamo cominciare a renderci conto che il 25 Aprile non è una festa nazionale, se mai la festa di una minoranza. E di fatto quella data non significò neppure la fine della guerra civile che continuò almeno per altri due anni con centinaia di morti ammazzati al grido «Uccidere un fascista non è reato». Quegli eccidi sistematici avvenuti in varie regioni dell’Italia settentrionale non colpirono solo i fascisti, ma anche industriali, agrari, preti, democristiani. Fondamentale per la liberazione dell’Italia fu l’esercito angloamericano e per la successiva libertà del nostro Paese fu essenziale il fatto che esso non cadde nella zona d’occupazione dell’Armata Rossa; la Resistenza svolse un ruolo significativo ma militarmente secondario nella liberazione del Paese, perciò non si discute il valore simbolico e morale della Resistenza, anche se ormai è accertato che a vincere il fascismo furono gli alleati. - EDMONDO DEL PRETE - Brescia -


anche a me:

LUCA MOLINARI ha scritto: 
25 APRILE IN ITALIA - CRONOLOGIA
      un fine guerra oscuro
      un inizio pace non proprio chiaro
       il  25 aprile... e poi il dopo...


  La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della giovane repubblica italiana. E’ l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana.

   Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.
  Alla liberazione dell’Italia dalla dittatura si poté arrivare grazie al sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani; combatterono al fianco di molti soldati provenienti da paesi diversi e lontani (dagli Stati Uniti all’Australia, senza dimenticare Inglesi e Francesi), ma tutti accolti come alleati.
  
  La stessa storia dell’Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Andrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”, elemento base di una nuova religione civile della nascitura giovane democrazia repubblicana. Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari” (S. Pertini).
  Non è intenzione di chi scrive fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografica revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come “guerra civile”.
  Benché la Resistenza non sia stato un fatto coinvolgente la maggioranza degli italiani, ma solo quella relativa degli abitanti delle aree centro-settentrionali, essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli.
  Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici  della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.

  Chi scrive non vuole assolutamente cadere nella retorica resistenziale, ma è fortemente concorde col fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide  di cui furono essi stessi le prime vittime, se di “guerra civile” si vuole parlare la si deve intendere come “per la civiltà” (Dante Livio Bianco), come “una guerra politica, popolare ….. .Una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo ed è democratico il suo ultimo, l’abbattimento di  una dittatura e l’instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere” (Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1973, p. VIII).
  Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate, se non altro per i dolori e le sofferenze che furono costretti a subire. Premesso tale rispetto per tutti i morti mi sembra lecito oppormi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall’amnistia promossa dall’allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storiografica e letteraria da uno dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il compianto senatore Leo Valiani, che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive “A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell’altra”, volendo così separare gli aspetti personali ed umani ( e umanitari?) della questione da quelli politici e storici.

  Ciò che più rammarica è che la Resistenza, lungi dall’essere un momento corale di unità popolare e nazionale, sia divenuta “la resistenza incompiuta o interrotta destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato”(Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, op. cit., p. XI).
  La Resistenza doveva divenire il “mito fondatore” su cui basare la Repubblica democratica scaturita dalle scelte dell’Assemblea costituente figlia della stessa esperienza partigiana, purtroppo ciò non è avvenuto completamente, ma   quei valori di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale, contenuti nella Prima Parte della nostra Costituzione sono sempre validi, attuabili ed a essi ogni democratico deve fare riferimento nella propria azione quotidiana.

  LA REPUBBLICA

  La Repubblica italiana nasce dal libero e democratico voto del popolo il 2 giugno 1946. Insieme alla scelta relativa alla nuova forma di governo da dare al Paese il corpo elettorale fu chiamato a votare per l’elezione di un’Assemblea Costituente il cui compito fu la stesura e l’approvazione di una nuova Costituzione che vide la confluenza delle principali forze e delle maggiori idee dell’antifascismo e della cultura democratica laica, cattolica e marxista. Questa prima fase della storia repubblicana fu caratterizzata dalla collaborazione al governo dei maggiori partiti politici di massa (DC, PSI,
  PCI) e dei partiti laici minori. Fu compito di questa generazione politica traghettare sulle sicure rive della democrazia e della libertà un Paese in cui erano ancora bene evidenti i segni della dittatura fascista ed i danni della guerra. Per dirla con le parole dell’illustre giurista Piero Calamandrei, La Repubblica italiana fu un “patto fra uomini liberi e forti”  e la Costituzione divenne la più nobile ed alta espressione dei valori democratici ed antifascisti e del rifiuto fermo e perpetuo della violenza e della prevaricazione delle libertà civili e politiche che avevano caratterizzato tutto il ventennio mussoliniano.
  
  Fu la Resistenza partigiana antifascista a riscattare l’onore e la dignità del nostro Paese aprendo una nuova e più proficua era di Pace e di sviluppo. La classe politica dell’immediato dopoguerra aveva, però, ben chiaro in testa che
  le prime vittime del fascismo erano stai tutti coloro (soprattutto le donne) che in buona fede e senza macchiarsi di gravi colpe, avevano appoggiato Mussolini: in quest’ottica va vista la famosa amnistia voluta dal Guardasigilli Palmiro Togliatti (PCI) attraverso la quale si imboccava la via della concordia nazionale e della pacificazione che non venne mai meno neanche negli anni successivi all’esclusione delle sinistre socialcomuniste dal governo (1947) ed all’inizio della lunga egemonia democristiana nella guida del Paese (1948).
  
  Gli anni del centrismo degasperiano, grazie all’opera ed alla figura dello statista democristiano, posero le basi, grazie al lavoro ed al sacrificio del popolo italiano, del futuro progresso civile ed economico dell’Italia repubblicana. Proprio in quegli anni l’Italia è fra le protagoniste dell’avvio di quel processo di unificazione europeo, di carattere economico e politico, di cui oggi stiamo raccogliendo i frutti (EURO ed Unione Europea).
  Un momento molto importante della vita politica e sociale italiana lo si ebbe negli anni ’60 quando, accanto al boom economico che caratterizzò quel decennio, nacque, grazie a Fanfani, Moro e Nenni, una nuova formula di governo: il centro-sinistra, ossia la collaborazione al vertice della guida del Paese tra la DC ed il Partito Socialista che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di riforme strutturali del sistema Italia, ma le più innovative ed incisive furono abbandonate a seguito delle pressioni degli ambienti più reazionari del Paese che minacciarono di ricorrere anche a forme estreme come il colpo di stato (il famoso “rumor di sciabole” di cui parla l’on. Nenni nei suoi diari).
  Un’altra opportunità di rinnovamento e di modernizzazione del Paese la si ebbe a metà degli anni ’70 quando, dopo la bufera del ’68 studentesco, dell’autunno caldo operaio e le lotte per il divorzio, era ormai all’orizzonte l’incontro tra i due massimi partiti popolari di massa, la DC di Moro ed il PCI di Berlinguer. Fu la grande occasione del Compromesso storico, ossia la formazione di governi che prevedevano la partecipazione di personalità appartenenti a tutti i partiti democratici per una modernizzazione ed uno sviluppo sostenibile del Paese in un decennio caratterizzato dalla crisi economica e dalla violenza del terrorismo (nero o rosso che fosse).

  Il rapimento e l’omicidio dell’on. Moro misero fine a questo tentativo innovativo ed aprirono le porte ad un decennio, gli anni ’80, in cui si è svolta una lotta aspra tra due Italie: l’una, quella di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer e Giovanni Spadolini, sottolineava l’importanza decisiva della “questione morale”, metteva in guardia contro la degenerazione del sistema politico e denunciava le trame occulte come la P2.
  L’altra, quella dei nani e delle ballerine, assecondava il rampantismo dilagante, cementificava tutto il cementificabile dimenticando l’insegnamento di Andrè Malraux secondo cui “Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza”.
  La Costituzione del 1948 cominciava a segnare, solo per quanto riguarda la parte tecnica-ingegneristica, il passo, ma ogni tentativo di riforma fallì poiché boicottati e bloccati dai veti da chi vedeva messa in discussione la propria egemonia o il proprio potere di ricatto e di interferenza: la Grande Riforma sognata e declamata dal pentapartito degli anni ’80 divenne il Grande Alibi per non fare alcuna riforma e lasciare incancrenire la situazione per più di un decennio.
  Sono stati molto più efficaci i referendum elettorali dei primi anni ’90 che hanno intaccato alla base le personali posizioni di una parte della fauna politica del nostro Paese ormai sclerotizzata.
  L’azione della magistratura (lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata) dei primi anni ’90 ha avuto il grande merito, nonostante limiti ed errori, di aver permesso la ripresa di un processo di risanamento morale della vita pubblica italiana che, però, è ancora lontano dall’essere risolto.
  Questo risanamento morale si è accompagnato con il processo di risanamento economico avviato dal governo del socialista Giuliano Amato (1992), proseguito dai successivi cosiddetti governi tecnici di Carlo Azeglio Ciampi e di   Lamberto Dini e portati a termine dai governi di centrosinistra presieduti da Romano Prodi e da Massimo D’Alema. L’opera di questi Governi ha permesso all’Italia di entrare da subito nella moneta unica europea (EURO) e di essere protagonista (la Presidenza della Commissione europea a Romano Prodi ne è un segno tangibile) del processo di unificazione politica del Vecchio Continente per realizzare una vasta area geopolitica aperta a tutte quelle nazioni che ne condividano i primari obiettivi di pace e di sviluppo.


«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì O giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.»

 (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)



Domenica 22 aprile 2007

-Ricorrenze

Ecco perchè il 25 Aprile è festa di tutti



Caro direttore,
anche quest’anno festeggiamo l’anniversario del 25 aprile 1945, data memorabile che ricorda la riconquista della libertà per il nostro popolo, per la nostra patria, ma ci ricorda in particolare quanto grande è stato il prezzo pagato, quanti morti, quante sofferenze, quanto eroismo. E diventa richiamo per ciascuno di noi affinché non venga meno il doveroso impegno di difendere ogni giorno i diritti della persona, a cominciare dalla libertà che è fondamento della umana dignità.

Libertà, giustizia, pace invocavano gli insorti nelle città ed i partigiani che scendevano dalle montagne nei giorni della Liberazione. Il 25 aprile, di cui quest’anno ricorre il 62°, è una data che deve imprimersi nella coscienza di tutti come simbolo dell’unità nazionale. Non è quindi, solo festa dei partigiani, dei deportati, dei militari internati in Germania, dei combattenti dei corpi di liberazione nazionale; cioè dei soli resistenti di allora, ma festa di tutti - uomini e donne, giovani e anziani - che si riconoscono nella Costituzione, frutto della Resistenza. Non una festa dei soli vincitori, ma festa anche dei vinti che, grazie alla liberazione, vivono in una Italia risorta dalle rovine e dalle distruzioni di una terribile guerra e che oggi possono scegliere liberamente e con democratiche elezioni chi li deve governare o amministrare.
Una festa che vuole unire tutti gli italiani che credono nella democrazia, nella libertà e nella pace come bene supremo. Una unità per guardare ad un futuro di libertà, di giustizia sociale, di pace, di migliore qualità della vita.

Guardare il futuro senza dimenticare le tragedie del passato, senza odio ma per spiegare, a coloro che non conoscono le cause delle tragedie vissute dagli italiani, dagli europei.
Per non dimenticare che fascismo e nazismo furono portatori di ideologie totalitarie che hanno imposto le proprie dittature con la violenza, le persecuzioni, e hanno commesso ogni sorta di crimini per esercitare il loro dominio.


Renato Bettinzioli

circolo culturale

"Gina Laini" - Brescia
 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Messaggio Re: Una Sfilata Asfittica Ed Anche Acefala. 
 
....Ricordo che tutto questo ping-pong di dicussione bellissima è iniziato da una fiaccolata partita dalla stazione ed approdata in broletto.....
 



 
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Messaggio Re: Una Sfilata Asfittica Ed Anche Acefala. 
 
ceci1959 ha scritto: [Visualizza Messaggio]
....Ricordo che tutto questo ping-pong di dicussione bellissima è iniziato da una fiaccolata partita dalla stazione ed approdata in broletto.....


........beh sai, questa è la conferma che avevo ed ho ragione io.

A chiacchiere vanno veloci ma poi .... "stazione broletto":

- partenza il 20 Aprile e si è, praticamente, arrivati al 25 Aprile.


Più di così ........ cosa vuoi.
Per fortuna che poi ce ne siamo liberati ..............     
 





Image Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda
- Horacio Verbitsky
 
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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Redazione ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Stanislao ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Parsifal ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Mi fa piacere non essere l'unico...

Il senso del 25 Aprile e della Liberazione

Lettere al Direttore, GdB - 20/04

Avevo dodici anni ed ero un ragazzo pieno di vitalità, di gioia, di amicizie serene. Formia la città in cui vivevo in provincia di Littoria (ora Latina) era composta da persone di modesta condizione. Poche famiglie possedevano la radio e proprio da una di quelle radio udii il discorso del Duce che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia. La piazza era gremita in ogni ordine di posto, dovunque gli altoparlanti diffondevano la voce roboante del capo del Governo. Un’ovazione terrificante. Egli era là, onnipotente, osannato, idolatrato, in ogni angolo d’Italia si acclama la sua scelta. Lui ha deciso per la guerra e lui ha sempre ragione. Dove erano gli anti- fascisti? - La mia città come tante altre, piccole, medie o grandi pagò con lutti, rovine e sacrifici. Tanta gioventù che non ritornò più, tante famiglie che piansero i loro cari congiunti (compreso mio padre) in silenzio e nell’amarezza nata dal disprezzo del presunto vincitore. Forse le donne italiane non hanno la stoica fermezza delle spartane, ma per i loro cari caduti durante le varie fasi della guerra, non meritano l’ignava dimenticanza delle autorità. - Abbiamo perso la guerra... siamo stati sconfitti... la guerra non era sentita; il senno di poi... e se avessimo vinto? Figli, mariti, padri, dimenticati, quasi cancellati, non solo per cinico opportunismo politico (si ricordano solo i partigiani) ma anche per vigliaccheria. Da più di sessant’anni il loro sacrificio è stato quasi demonizzato. Guai a parlare delle vittime civili sotto le macerie dei bombardamenti, guai a parlare dei caduti dell’ultima guerra, hanno combattuto per il fascismo? Allora erano fascisti. Sconfitti ma sempre onorati da un nemico forse cento volte superiore, ignorati vigliaccamente dai fratelli in Patria. - A più di sessant’anni dal loro sacrificio parlarne lascia indifferenti, una indifferenza precostituita con l’ignoranza. Ma il comportamento peggiore lo si trova in molti politici, senza distinzione di sesso e ideologie, eredi più o meno diretti di quel tragico periodo. Quanti italiani sanno effettivamente cosa si commemora il 25 Aprile? - Con il 25 Aprile si va anche oltre; ufficialmente si commemora la liberazione, ma da chi? (gli americani erano già qui) il fascismo era caduto l’8 settembre 1943, forse si commemora la fine di una guerra civile. Di fatto si festeggia la vittoria di una fazione sull’altra. - Altro che partecipazione! Quando si vuole la vera partecipazione, la vera pacificazione, alla cerimonia si invita anche l’altra parte e si commemora insieme. Si continuano a magnificare le gesta di una parte e vituperare quelle dell’altra. Il più elementare tentativo di porsi delle domande a riguardo dell’una e dell’altra parte, scatena virulente quanto scomposte reazioni al grido: «La storia non si tocca!». Come al solito, l’impresa dei Mille e la marcia su Roma non hanno insegnato nulla. La storia è una continua ripetizione di errori, ma noi non impariamo nulla. - Dobbiamo cominciare a renderci conto che il 25 Aprile non è una festa nazionale, se mai la festa di una minoranza. E di fatto quella data non significò neppure la fine della guerra civile che continuò almeno per altri due anni con centinaia di morti ammazzati al grido «Uccidere un fascista non è reato». Quegli eccidi sistematici avvenuti in varie regioni dell’Italia settentrionale non colpirono solo i fascisti, ma anche industriali, agrari, preti, democristiani. Fondamentale per la liberazione dell’Italia fu l’esercito angloamericano e per la successiva libertà del nostro Paese fu essenziale il fatto che esso non cadde nella zona d’occupazione dell’Armata Rossa; la Resistenza svolse un ruolo significativo ma militarmente secondario nella liberazione del Paese, perciò non si discute il valore simbolico e morale della Resistenza, anche se ormai è accertato che a vincere il fascismo furono gli alleati. - EDMONDO DEL PRETE - Brescia -


anche a me:

LUCA MOLINARI ha scritto: 
25 APRILE IN ITALIA - CRONOLOGIA
      un fine guerra oscuro
      un inizio pace non proprio chiaro
       il  25 aprile... e poi il dopo...


  La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della giovane repubblica italiana. E’ l’anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana.

   Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.
  Alla liberazione dell’Italia dalla dittatura si poté arrivare grazie al sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani; combatterono al fianco di molti soldati provenienti da paesi diversi e lontani (dagli Stati Uniti all’Australia, senza dimenticare Inglesi e Francesi), ma tutti accolti come alleati.
  
  La stessa storia dell’Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Andrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza”, elemento base di una nuova religione civile della nascitura giovane democrazia repubblicana. Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari” (S. Pertini).
  Non è intenzione di chi scrive fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografica revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come “guerra civile”.
  Benché la Resistenza non sia stato un fatto coinvolgente la maggioranza degli italiani, ma solo quella relativa degli abitanti delle aree centro-settentrionali, essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli.
  Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi ed i collaboratori repubblichini, i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici  della necessità di conquistare uno “spazio vitale” per la Germania nazista.

  Chi scrive non vuole assolutamente cadere nella retorica resistenziale, ma è fortemente concorde col fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide  di cui furono essi stessi le prime vittime, se di “guerra civile” si vuole parlare la si deve intendere come “per la civiltà” (Dante Livio Bianco), come “una guerra politica, popolare ….. .Una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo ed è democratico il suo ultimo, l’abbattimento di  una dittatura e l’instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere” (Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino 1973, p. VIII).
  Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate, se non altro per i dolori e le sofferenze che furono costretti a subire. Premesso tale rispetto per tutti i morti mi sembra lecito oppormi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall’amnistia promossa dall’allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storiografica e letteraria da uno dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il compianto senatore Leo Valiani, che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive “A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell’altra”, volendo così separare gli aspetti personali ed umani ( e umanitari?) della questione da quelli politici e storici.

  Ciò che più rammarica è che la Resistenza, lungi dall’essere un momento corale di unità popolare e nazionale, sia divenuta “la resistenza incompiuta o interrotta destinata, come tutti i conati, a indicare una meta ideale più che non a prescrivere un risultato”(Norberto Bobbio, ora in D. L. Bianco, Guerra partigiana, op. cit., p. XI).
  La Resistenza doveva divenire il “mito fondatore” su cui basare la Repubblica democratica scaturita dalle scelte dell’Assemblea costituente figlia della stessa esperienza partigiana, purtroppo ciò non è avvenuto completamente, ma   quei valori di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale, contenuti nella Prima Parte della nostra Costituzione sono sempre validi, attuabili ed a essi ogni democratico deve fare riferimento nella propria azione quotidiana.

  LA REPUBBLICA

  La Repubblica italiana nasce dal libero e democratico voto del popolo il 2 giugno 1946. Insieme alla scelta relativa alla nuova forma di governo da dare al Paese il corpo elettorale fu chiamato a votare per l’elezione di un’Assemblea Costituente il cui compito fu la stesura e l’approvazione di una nuova Costituzione che vide la confluenza delle principali forze e delle maggiori idee dell’antifascismo e della cultura democratica laica, cattolica e marxista. Questa prima fase della storia repubblicana fu caratterizzata dalla collaborazione al governo dei maggiori partiti politici di massa (DC, PSI,
  PCI) e dei partiti laici minori. Fu compito di questa generazione politica traghettare sulle sicure rive della democrazia e della libertà un Paese in cui erano ancora bene evidenti i segni della dittatura fascista ed i danni della guerra. Per dirla con le parole dell’illustre giurista Piero Calamandrei, La Repubblica italiana fu un “patto fra uomini liberi e forti”  e la Costituzione divenne la più nobile ed alta espressione dei valori democratici ed antifascisti e del rifiuto fermo e perpetuo della violenza e della prevaricazione delle libertà civili e politiche che avevano caratterizzato tutto il ventennio mussoliniano.
  
  Fu la Resistenza partigiana antifascista a riscattare l’onore e la dignità del nostro Paese aprendo una nuova e più proficua era di Pace e di sviluppo. La classe politica dell’immediato dopoguerra aveva, però, ben chiaro in testa che
  le prime vittime del fascismo erano stai tutti coloro (soprattutto le donne) che in buona fede e senza macchiarsi di gravi colpe, avevano appoggiato Mussolini: in quest’ottica va vista la famosa amnistia voluta dal Guardasigilli Palmiro Togliatti (PCI) attraverso la quale si imboccava la via della concordia nazionale e della pacificazione che non venne mai meno neanche negli anni successivi all’esclusione delle sinistre socialcomuniste dal governo (1947) ed all’inizio della lunga egemonia democristiana nella guida del Paese (1948).
  
  Gli anni del centrismo degasperiano, grazie all’opera ed alla figura dello statista democristiano, posero le basi, grazie al lavoro ed al sacrificio del popolo italiano, del futuro progresso civile ed economico dell’Italia repubblicana. Proprio in quegli anni l’Italia è fra le protagoniste dell’avvio di quel processo di unificazione europeo, di carattere economico e politico, di cui oggi stiamo raccogliendo i frutti (EURO ed Unione Europea).
  Un momento molto importante della vita politica e sociale italiana lo si ebbe negli anni ’60 quando, accanto al boom economico che caratterizzò quel decennio, nacque, grazie a Fanfani, Moro e Nenni, una nuova formula di governo: il centro-sinistra, ossia la collaborazione al vertice della guida del Paese tra la DC ed il Partito Socialista che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di riforme strutturali del sistema Italia, ma le più innovative ed incisive furono abbandonate a seguito delle pressioni degli ambienti più reazionari del Paese che minacciarono di ricorrere anche a forme estreme come il colpo di stato (il famoso “rumor di sciabole” di cui parla l’on. Nenni nei suoi diari).
  Un’altra opportunità di rinnovamento e di modernizzazione del Paese la si ebbe a metà degli anni ’70 quando, dopo la bufera del ’68 studentesco, dell’autunno caldo operaio e le lotte per il divorzio, era ormai all’orizzonte l’incontro tra i due massimi partiti popolari di massa, la DC di Moro ed il PCI di Berlinguer. Fu la grande occasione del Compromesso storico, ossia la formazione di governi che prevedevano la partecipazione di personalità appartenenti a tutti i partiti democratici per una modernizzazione ed uno sviluppo sostenibile del Paese in un decennio caratterizzato dalla crisi economica e dalla violenza del terrorismo (nero o rosso che fosse).

  Il rapimento e l’omicidio dell’on. Moro misero fine a questo tentativo innovativo ed aprirono le porte ad un decennio, gli anni ’80, in cui si è svolta una lotta aspra tra due Italie: l’una, quella di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer e Giovanni Spadolini, sottolineava l’importanza decisiva della “questione morale”, metteva in guardia contro la degenerazione del sistema politico e denunciava le trame occulte come la P2.
  L’altra, quella dei nani e delle ballerine, assecondava il rampantismo dilagante, cementificava tutto il cementificabile dimenticando l’insegnamento di Andrè Malraux secondo cui “Non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza”.
  La Costituzione del 1948 cominciava a segnare, solo per quanto riguarda la parte tecnica-ingegneristica, il passo, ma ogni tentativo di riforma fallì poiché boicottati e bloccati dai veti da chi vedeva messa in discussione la propria egemonia o il proprio potere di ricatto e di interferenza: la Grande Riforma sognata e declamata dal pentapartito degli anni ’80 divenne il Grande Alibi per non fare alcuna riforma e lasciare incancrenire la situazione per più di un decennio.
  Sono stati molto più efficaci i referendum elettorali dei primi anni ’90 che hanno intaccato alla base le personali posizioni di una parte della fauna politica del nostro Paese ormai sclerotizzata.
  L’azione della magistratura (lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata) dei primi anni ’90 ha avuto il grande merito, nonostante limiti ed errori, di aver permesso la ripresa di un processo di risanamento morale della vita pubblica italiana che, però, è ancora lontano dall’essere risolto.
  Questo risanamento morale si è accompagnato con il processo di risanamento economico avviato dal governo del socialista Giuliano Amato (1992), proseguito dai successivi cosiddetti governi tecnici di Carlo Azeglio Ciampi e di   Lamberto Dini e portati a termine dai governi di centrosinistra presieduti da Romano Prodi e da Massimo D’Alema. L’opera di questi Governi ha permesso all’Italia di entrare da subito nella moneta unica europea (EURO) e di essere protagonista (la Presidenza della Commissione europea a Romano Prodi ne è un segno tangibile) del processo di unificazione politica del Vecchio Continente per realizzare una vasta area geopolitica aperta a tutte quelle nazioni che ne condividano i primari obiettivi di pace e di sviluppo.


«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì O giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.»

 (Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)



Domenica 22 aprile 2007

-Ricorrenze

Ecco perchè il 25 Aprile è festa di tutti



Caro direttore,
anche quest’anno festeggiamo l’anniversario del 25 aprile 1945, data memorabile che ricorda la riconquista della libertà per il nostro popolo, per la nostra patria, ma ci ricorda in particolare quanto grande è stato il prezzo pagato, quanti morti, quante sofferenze, quanto eroismo. E diventa richiamo per ciascuno di noi affinché non venga meno il doveroso impegno di difendere ogni giorno i diritti della persona, a cominciare dalla libertà che è fondamento della umana dignità.

Libertà, giustizia, pace invocavano gli insorti nelle città ed i partigiani che scendevano dalle montagne nei giorni della Liberazione. Il 25 aprile, di cui quest’anno ricorre il 62°, è una data che deve imprimersi nella coscienza di tutti come simbolo dell’unità nazionale. Non è quindi, solo festa dei partigiani, dei deportati, dei militari internati in Germania, dei combattenti dei corpi di liberazione nazionale; cioè dei soli resistenti di allora, ma festa di tutti - uomini e donne, giovani e anziani - che si riconoscono nella Costituzione, frutto della Resistenza. Non una festa dei soli vincitori, ma festa anche dei vinti che, grazie alla liberazione, vivono in una Italia risorta dalle rovine e dalle distruzioni di una terribile guerra e che oggi possono scegliere liberamente e con democratiche elezioni chi li deve governare o amministrare.
Una festa che vuole unire tutti gli italiani che credono nella democrazia, nella libertà e nella pace come bene supremo. Una unità per guardare ad un futuro di libertà, di giustizia sociale, di pace, di migliore qualità della vita.

Guardare il futuro senza dimenticare le tragedie del passato, senza odio ma per spiegare, a coloro che non conoscono le cause delle tragedie vissute dagli italiani, dagli europei.
Per non dimenticare che fascismo e nazismo furono portatori di ideologie totalitarie che hanno imposto le proprie dittature con la violenza, le persecuzioni, e hanno commesso ogni sorta di crimini per esercitare il loro dominio.


Renato Bettinzioli

circolo culturale

"Gina Laini" - Brescia



.......... tanto per non tralasciare altri pareri apparsi sulla stampa di oggi (Il Brescia).

Magari poi mi si dice anche che "censuro" le notizie   :


25 aprile: quando la memoria è d’obbligo


Fulvio Abbate (scrittore)

Cominciamo dalle aste, come se fossimo in prima elementare. Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Dal fascismo.
Era il 1945, c’era stata una guerra d’aggressione contro le democrazie occidentali e contro l’Unione Sovietica, voluta, appunto, dai nazifascisti. Manca però ancora un dettaglio, essenziale: occorre citare la Resistenza, ovvero quel movimento spontaneo che ha visto i partigiani in armi.

Era il 25 aprile del 1945 quando i partigiani entrarono a Milano e cacciarono i tedeschi e i fascisti che li sostenevano, nasce proprio da quella circostanza la nostra ricorrenza.

Ho voluto cominciare dalle nozoni di base, perché nulla può essere dato per scontato in un Paese, l’Italia, che ignora pr contratto o talvolta malafede la memoria. Partiamo dall’ultimo punto, il più scabroso, soprattutto in tempi di revisionismo storico, se è vero che sono sati proprio i comunisti (i dati statistici stanno a confermarlo) a dare il principale contributo in vite umane alla guerra di Liberazione, è altrettanto doveroso sapere che al movimento partigiano parteciparono socialisti, giustizia e libertà, repubblicani, anarchici, liberali, cattolivi e perfino monarchici.

La Resistenza, continuando con l’ABC della coscienza civile, purtroppo qui da noi nient’affatto condivisa, ha rappresentato un movimento di popolo, composto cioè in primo luogo da contadini e operai, una lotta generosa senza quartiere che ha restituito al Paese la libertà, aprendo la stata alla democrazia, alla legalità repubblicana.

Si può anche ritenere che la libertà sia una cosa che gli italiani “non meritavano” in quanto “impreparati”, resta però che dall’altro lato della barricata c’erano i fascisti di Mussolini, gli stessi che, insieme ai nazisti loro alleati, avevano sottoscritto le leggi razziali, legittimando di fatto lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Domanda: si può dire che i valori della Resistenza siano ormai vecchi e superati, una data che non tiene conto delle ragioni dei “vinti”? In democrazia ogni opinione è benvenuta, resta comunque una verità di fondo: nella Resistenza dimora generosamente un sogno di giustizia, di uguaglianza e perfino di laicità, e in questo senso il 25 aprile, c’è poco da fare, trova i suoi oppositori in una endemica miscela di qualunquismo che segna da sempre certa sottocultura nazionale. Perché diversamente da quello che riteneva Benedetto Croce, il fascismo non è stata una “parentesi”, semmai un bene di famiglia, un’invenzione, un brevetto nazionale. Talvolta la memoria è d’obbligo, citando infatti Pasolini, resta infine una sola semplice verità storica: il 25 Aprile, con il canto dei suoi partigiani, e i suoi fazzoletti rossi, ha rappresentato un moto di speranza, anzi, “una luce morale”. Credeteci, è così. Ora e sempre Resistenza!.
 





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Messaggio Re: Una sfilata asfittica ed anche acefala. 
 
Con la sfilata si era partiti, con la sfilata chiudiamo (spero)


-Fiaccolata

«Adesso basta!»
...con la politica fatta solo di insulti


Caro direttore,

“La moglie di Corsini... (con la mamma dell’imam) ...in vetrina ad Amsterdam”. La fantasiosa battuta è stata scandita e offerta alla cittadinanza bresciana in una manifestazione pubblica: nella fiaccolata sulla sicurezza organizzata venerdì sera dalla Casa delle libertà. Surreali, farneticanti parole in libertà, pesanti insulti contro “la moglie” del primo cittadino.

Per chi conosce la realtà - per chi, da molto o poco tempo, conosce sindaco e signora - la prima, istintiva, reazione potrebbe essere un moto di fastidio e pena per l’ignorante volgarità dei contestatori. Chi farnetica insensate frasi confuse merita la nostra attenzione? “Non ragioniam di lor... ma guarda e passa” verrebbe da commentare. Eppure...
Eppure, questa non è la patetica battuta di chi - avendo bevuto un bicchiere di troppo - deve consolare le sue povere tristezze con sfoghi verbali, meglio se duri e cattivi. No, il contesto è diverso: la battuta entrava nel ricco repertorio degli slogan di una manifestazione politica ufficiale. Per questo è il caso di leggerla in modo diverso. Anzi, per l’occasione è il caso di concordare con quel ricorrente slogan tanto caro a chi marcia per la sicurezza: “Adesso basta!”.

Sì, “Adesso basta!”. Senza il tono di rabbiosa minaccia che troppo spesso assume; con pacata chiarezza “Adesso basta!”: esiste un limite “oltre” il quale non si può e non si deve andare. Oltraggi, insulti, menzogne non possono e non devono abitare lo spazio della politica. “Adesso basta!” con chi - a corto di idee, proposte, progetti - usa le parole per offendere e ferire l’avversario politico sul piano personale.

E - anche - “Adesso basta!” con la misoginia di chi - per colpire - si diverte ad offendere le “mogli di” o le “madri di”. Basta “usare” la donna, e la sua immagine, come “oggetto” di scherno o strumento di offesa; basta con questo modo vecchio e penosamente maschilista di parlare e di pensare.


Piera Maculotti
Presidente Commissione Pari opportunità
del Comune di Brescia


NOTA.

Ha dimenticato i riferimenti, ingiuriosi ovviamente, al ragazzo ucciso al G8 di Genova.
Forse meritava di essere citato nella protesta. O forse no. Bah!

 





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Messaggio Re: Una Sfilata Asfittica Ed Anche Acefala. 
 
........Già!
Adesso basta!... anche ai "100 1000 Nassirya!"e compagnia cantando.
Sono parecchi i deficenti che albergano il pianeta.
 



 
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Messaggio Re: Una Sfilata Asfittica Ed Anche Acefala. 
 
ceci1959 ha scritto: [Visualizza Messaggio]
........Già!
Adesso basta!... anche ai "100 1000 Nassirya!" e compagnia cantando.
Sono parecchi i deficenti che albergano il pianeta.


......... non per niente si dice che la loro "mamma" è sempre incinta. E non c'è "colore" che tenga!

Io li raggrupperei tutti insieme, in un luogo isolato, e lì li lascerei a "socializzare tra di loro" tutti da soli.

Magari proprio a Nassirya o dintorni. Ideale (credo) per entrambi.
 





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