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Vesuvio, terremoto e frane: la Campania resta regione a risc
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  Lunedì, 23 Novembre 2009    metropolis


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Vesuvio, terremoto e frane:
la Campania resta regione a rischio

NAPOLI - Terremoti, frane e rischio Vesuvio, parola d’ordine: prevenzione. Dopo l’apocalisse abruzzese, dopo la tragedia sicialiana e anche dopo la frana di Casamicciola, si sono aperte riflessioni profonde in Campania. Una regione a rischio. Ad alto rischio. E il problema è sempre lo stesso: le lacune della prevenzione, sulle quali ci si rende conto dell’arretratezza progettuale di una regione nella quale si convive con il rischio, spesso in maniera incosciente, spesso in maniera complice.

IL RISCHIO SISMICO
La Campania viene definita “area vulnerabile” e non solo per l’esperienza dell’Irpinia (2.570 morti). Le relazioni degli esperti dividono la regione in tre aree, ognuna delle quali con un coefficiente di rischio differente: la “zona tirrenica”, le “aree vulcaniche” e la “dorsale appenninica”. Il 24% dei Comuni (129) è classificato nella categoria a più alto pericolo, il 65% (360, tra cui la maggior parte delle città della provincia di Napoli e Salerno) rientra nella fascia intermedia, mentre 62 comuni (11%) sono collocati nella terza categoria, dove il rischio è meno sensibile. In tutti i Comuni, però, c’è l’obbligo delle costruzioni e delle ristrutturazioni secondo le norme antisismiche.

Un recente studio sulla provincia di Napoli, dice che nelle zone vulcaniche del vesuviano incidono i terremoti che interessano l’area del Beneventano, e che da queste parti la pericolosità sismica è più complessa delle aree tettoniche attive, anche perché potrebbero interferire intrusioni magmatiche o esplosioni di gas, che tradotto significa: il sisma può precedere o essere preceduto dall’eruzione del Vesuvio.

Se da una parte l’energia sprigionata dal sottosuolo è fisicamente minore, vista la composizione morfologica delle rocce di natula lavica, dall’altra, secondo gli studiosi, gli effetti potrebbero essere drammatici perché l’ipocentro (il punto sotto la crosta terrestre corrispondente all’epicentro) potrebbe essere molto superficiale. I sismi, infatti, statisticamente si sono sempre registrati all’interno dell’area “calderica” del Monte Somma, a profondità non superiore ai 5 chilometri.

La massima magnitudo registrata dal 1944 (data in cui è iniziato il “riposo” del Vesuvio) è stata quella rilevata il 9 ottobre del 1999, ovvero 3,6. Tuttavia, le strutture vulcano-tettoniche, secondo gli studiosi, potrebbero provocare scosse con magnitudo fino a 5.0, così come avvenne nel 62 d.C. nella zona pompeiana, quando la magnitudo registrata fu di 5.8.
E’ in base a queste statistiche che si è proceduto alla mappatura del rischio nella provincia di Napoli, accelerata dagli eventi sismici del 1968, 1976 e 1980.

Dopo il terremoto dell’Irpinia, fu delimitata una zona di “Terza categoria” che racchiude tutti i comuni campani sulla dorsale appenninica e quelli al confine con la Basilicata, la Puglia e il Molise. L’area Vesuviana fu sezionata in “Seconda e Prima categoria”, ma la nuova ridefinizione del rischio (dicembre 2007) ha accorpato tutti i comuni della provincia di Napoli nella lista dei comuni a “sismicità media”, ovvero il secondo livello di allerta. Anche se, considerando l’elevata densità abitativa, l’area viene considerata tra le più esposte della Campania e del Mezzogiorno. In ogni caso, nella nostra regione, secondo le stime del 2007, 428mila abitanti risiedono nelle area ad alto rischio, circa 5milioni in quelle a medio rischio, il resto divisi tra aree a “basso” e “minimo” rischio.

IL RISCHIO VESUVIO
Dal 1944 il cratere del Monte Somma è oggetto di studi e rilevamenti continui. L’intera area, quella Vesuviana e quella Flegrea, è monitorata 24 ore su 24. Per ora, il Vesuvio “riposa”, ma sulla sua furia devastatrice, puntualmente, vengono pubblicate ricerche, ipotesi e previsioni. L’ultima, dagli Stati Uniti, annuncia l’ipotesi di un’apocalisse senza precedenti. La realtà, invece, dice che per ora non esistono rischi, ed è il convincimento dei vulcanologi che studiano i dati raccolti dall’Osservatorio Vesuviano.

Di certo, scientificamente “il Vesuvio si trova in uno stato di quiescenza caratterizzato da bassa sismicità”, con assenza di significative deformazioni del suolo, variazioni del campo gravimetrico e caratteristiche fisico chimiche delle fumarole. Però considerata l’elevata urbanizzazione sviluppatasi negli ultimi decenni, il Vesuvio resta uno dei vulcani a rischio più elevato al mondo. Alle sue falde, all’interno della “zona rossa”, che comprende 18 Comuni, vinono oltre 600mila persone, nonostante il forte fenomeno dell’emigrazione a causa della crisi occupazionale che negli anni Ottanta e Novanta ha colpito la provincia di Napoli. Negli anni scorsi si è pensato di ridurre il confine della zona a rischio, ma su questo tema ci sono ancora pareri discordanti.

Dal 1631 al 1944 le eruzioni si sono susseguite intervallate da periodi di riposo di pochi anni. Lo scenario dei fenomeni attesi prevede in tal caso la formazione di una colonna eruttiva sostenuta alta diversi chilometri, la caduta di “bombe” vulcaniche e blocchi nell’immediato intorno del cratere e di particelle di dimensioni minori (ceneri e lapilli) anche a diverse decine di chilometri di distanza, nonché la formazione di flussi piroclastici che scorrerebbero lungo le pendici del vulcano per alcuni chilometri. Secondo il piano di emergenza, al verificarsi di variazioni significative dei parametri fisico-chimici del vulcano, l’Osservatorio Vesuviano informerà la Protezione Civile che stabilirà l’eventuale passaggio allo stato di attenzione. In questa fase non è detto però che l’eruzione sia imminente, e quindi non è previsto alcun coinvolgimento diretto della popolazione.

Nella fase di “Preallarme”, inevce, le forze dell’ordine e i soccorritori si posizioneranno sul territorio secondo piani prestabiliti. In questa fase, coloro che vogliono allontanarsi con mezzi propri possono farlo, comunicando lo spostamento e utilizzando le vie di fuga stabilite (molte delle quali però risultano ancora oggi inadeguate). C’è poi la fase di “Allarme”, attivata se gli esperti riterranno quasi certa l’eruzione nell’arco di alcune settimane. Sul territorio saranno già attivi i Centri Operativi Misti previsti dal piano nazionale d’emergenza, per coordinare le attività a livello locale. In questa fase si provvederà all’allontanamento di tutta la popolazione dalla zona rossa.

Il piano prevede che, nel tempo massimo di 7 giorni, i 600 mila abitanti della zona rossa vengano allontanati, secondo le indicazioni specifiche contenute nei singoli piani d’emergenza comunali, che contemplano lo spostamento non solo con le auto private, ma anche con treni, pullman o navi a seconda dei casi, verso le regioni gemellate (nelle zone oggi terremotate dovrebbero essere trasferiti i residenti di Somma Vesuviana). Tuttavia, il piano di emergenza, redatto nel 1995, e spesso finito nell’occhio del ciclone per le falle che gli esperti hanno evidenziato, è in fase di aggiornamento.

E comunque si basa sulla certezza che l’eruzione potrebbe essere prevista almeno con un paio di settimana di anticipo. In caso contrario sarebbe una catastrofe. Le istituzioni hanno anche tentato di prevenire il rischio del sovraffollamento della popolazione, ma finora tutte le politiche di incentivazione a lasciare la zona rossa per trasferirsi in altre regioni d’Italia, o comunque in comuni considerati non a rischio, non ha incontrato il favore della popolazione. Anzi, nella zona rossa si è intensificato il fenomeno dell’abusivismo edilizio che ha cementificato anche aree sottoposte a vincoli paesaggistici.

IL RISCHIO IDROGEOLOGICO
Oltre ai terremoti e al Vesuvio, in Campania pesa come un macigno il rischio del dissesto idrogeologico, quello che si sintetizza nelle tragedie di Sarno (137 morti) e di Pozzano a Castellammare (8 morti). Secondo i dossier redatti anche dalla protezione civile, l’80% dei comuni campani sono in pericolo. In molti casi inoltre sono proprio i centri abitati quelli più esposti a eventuali calamità, come frane o alluvioni. L’allarme viene puntualmente rilanciato da Legambiente per il progetto “ecosistema rischio”.

La Regione stanzia ogni anno fondi per la messa in sicurezza, ma l’emergenza resta, anche a causa dell’incoscienza dell’uomo che continua a sbancare le coste e a disboscare o bruciare le pendici delle montagne. Tra le aree più a rischio, oltre a quelle di Sarno, Quindici e Bracigliano devastate del 1998, ci sono quelle della Penisola Sorrentina, uno dei tanti paradisi del turismo campano. Qui, come in Costiera Amalfitana, le rocce sono sempre a rischio smottamento e puntualmente scatta un’allarme inascoltato.

 



 
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