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Betori è il nuovo arcivescovo di Firenze
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Lunedì, 8 Settembre : 2008

la sua prima volta nel capoluogo toscano come «angelo del fango» nel 1966

Betori è il nuovo arcivescovo di Firenze
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Una foto d'archivio di monsignor Giuseppe Betori (Ansa)


Il segretario della Cei succede al cardinale Antonelli, nuovo presidente del Pontificio consiglio per la famiglia.

CITTÀ DEL VATICANO - Monsignor Giuseppe Betori, dal 2001 segretario generale della Conferenza episcopale italiana, è il nuovo arcivescovo di Firenze. Nominato da Benedetto XVI, Betori succederà al cardinale Ennio Antonelli, designato nei mesi scorsi presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Non è stato ancora annunciato il nome del successore di Betori alla segreteria della Cei.

«ANGELO DEL FANGO» NEL '66 - Nato il 25 febbraio 1947 a Foligno, Betori è stato ordinato sacerdote il 26 settembre 1970. Papa Wojtyla lo ha indicato come segretario della Cei il 5 aprile 2001. È stato consacrato vescovo il 6 maggio 2001. Prima di approdare alla segreteria della Cei, - dove ha lavorato in perfetta sintonia con il cardinale Ruini che, si dice, lo avrebbe voluto come successore alla presidenza dei vescovi, - mons. Betori ha ricoperto numerosi incarichi. La sua prima volta a Firenze ad appena 19 anni da «Angelo del fango» all'indomani dell'alluvione del 4 novembre 1966. Lo ha raccontato lui stesso nel suo messaggio alla chiesa e alla città. «Avevo poco più di 19 anni - ha scritto il nuovo arcivescovo Betori - quando, all'indomani del 4 novembre 1966, insieme ad alcuni amici del Seminario Lombardo di Roma decidemmo di partire notte tempo alla volta di Firenze. Ricordo ancora, non senza emozione, l'impatto devastante dell'acqua e del fango che invadevano la città, e lo sguardo attonito di tanti, specie bambini e anziani, di fronte a ciò che li circondava. Furono momenti di paura e di fatica, ma anche di solidarietà e di speranza. Su tutto alla fine sembrò prevalere un senso di liberazione: ogni oggetto che veniva tratto in salvo, ogni casa restituita alla vita era un dono che ridonava luminosità allo sguardo di qualcuno. Quei giorni mi svelarono una cosa che non avrei più dimenticato: la bellezza ferita eppure composta e al dunque inviolabile di questa città, delle sue pietre e della sua gente».


  





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