BRASILE, VINCE LOTTERIA CASA A RIO
MA TORNA IN FAVELA
MA TORNA IN FAVELA
di Roberto Cattani
RIO DE JANEIRO - Sei mesi fa Neuza Maria dos Santos ha vinto in una lotteria popolare un appartamento di quattro stanze in un quartiere "bene" di Rio de Janeiro. Dopo due mesi ha venduto l'appartamento ed è tornata con i suoi cinque figli alla casupola di mattoni senza muratura dove viveva nel Morro da Formiga. Come lei, il 65% degli abitanti delle baraccopoli di Rio e di San Paolo preferisce la vita "comunitaria" e popolare delle favelas all'"anonimato ostile" della città. Prendendo lo spunto dalla vicenda esemplare di Neuza Maria, l'antropologa Alba Zaluar, dell'università di San Paolo, ha fatto uno studio tra la gente che vive nelle baraccopoli delle megalopoli di Rio de Janeiro e San Paolo, che superano i due milioni di persone. I risultati sono abbastanza sorprendenti, non solo per la preferenza per la vita in favela, ma anche per i progressi materiali ottenuti dalle comunità di baraccati in questi ultimi anni, che rendono meno drammatiche le condizioni dei "favelados" e meno appetibile l'alternativa dell'"asfalto", come viene caratterizzato il resto della città.
"Le persone nelle favelas sono legatissime una all'altra, il nucleo familiare sussiste in modo molto più forte che tra le famiglie borghesi, e perciò anche i legami di solidarietà, non solo in seno alla famiglia estesa, ma anche nella vicinanza e all'interno dell'area comune. Secondo loro, sull"asfaltò al contrario prevale l'indifferenza, l'insofferenza e spesso anche l'ostilità tra persone che vivono vicine. La classe media e i ricchi vivono solo per se stessi, dicono", spiega Zaluar. "Certo, quasi tutti si lamentano di dover vivere con addosso il narcotraffico e la polizia, due vere e proprie dittature che impongono la violenza e cercano di sostituirsi ai legami considerati 'sani' tra familiari e tra vicini di casa. I giovani sono i più vulnerabili a questo tipo di aggressione, anche a causa della televisione, che ha minato i legami familiari e la solidarietà popolare", aggiunge l'antropologa paulista. "Vengo da una famiglia di undici figli. Sei delle mie sorelle vivono qui intorno, e i loro figli adulti pure, dopo che si sono sposati. Con la famiglia tutt'attorno, la vita è più facile. Tutti si aiutano, in un modo o nell'altro. Quando ho conosciuto mio marito, voleva che andassi a vivere nel suo appartamento alla Tijuca. Ma ho finito per convincerlo a venire a vivere nella favela, e adesso è molto più felice così, ha finito per affittare l'appartamento e ha portato tutti i suoi averi qui", afferma Beronice das Chagas in una delle testimonianze raccolte da Zaluar.
La ricerca dell'antropologa rivela anche che nell'ultimo decennio le condizioni materiali di vita nelle baraccopoli delle grandi città brasiliane sono migliorate sensibilmente. La prima distinzione già superata è proprio quella dell'asfalto. Gran parte delle favelas di Rio hanno ormai le vie asfaltate o lastricate. Corrente elettrica, fognature e acqua corrente sono accessibili all'85% della popolazione "favelada", il 92% delle case ha il frigorifero e il 31% la lavatrice, il 78% delle persone ha il cellulare, e il 15% dei nuclei familiari ha l'auto. La media degli stipendi invece è estremamente variabile, con differenze secondo le zone altrettanto grandi di quelle tra poveri e ricchi del Paese: nella Vila Prudente di Rio, secondo lo studio, la media di reddito è di 174 real (pari a 66 euro), mentre nella favela di Beira-Rio a San Paolo il reddito medio supera i 2.100 real (oltre 800 euro).
"Le persone nelle favelas sono legatissime una all'altra, il nucleo familiare sussiste in modo molto più forte che tra le famiglie borghesi, e perciò anche i legami di solidarietà, non solo in seno alla famiglia estesa, ma anche nella vicinanza e all'interno dell'area comune. Secondo loro, sull"asfaltò al contrario prevale l'indifferenza, l'insofferenza e spesso anche l'ostilità tra persone che vivono vicine. La classe media e i ricchi vivono solo per se stessi, dicono", spiega Zaluar. "Certo, quasi tutti si lamentano di dover vivere con addosso il narcotraffico e la polizia, due vere e proprie dittature che impongono la violenza e cercano di sostituirsi ai legami considerati 'sani' tra familiari e tra vicini di casa. I giovani sono i più vulnerabili a questo tipo di aggressione, anche a causa della televisione, che ha minato i legami familiari e la solidarietà popolare", aggiunge l'antropologa paulista. "Vengo da una famiglia di undici figli. Sei delle mie sorelle vivono qui intorno, e i loro figli adulti pure, dopo che si sono sposati. Con la famiglia tutt'attorno, la vita è più facile. Tutti si aiutano, in un modo o nell'altro. Quando ho conosciuto mio marito, voleva che andassi a vivere nel suo appartamento alla Tijuca. Ma ho finito per convincerlo a venire a vivere nella favela, e adesso è molto più felice così, ha finito per affittare l'appartamento e ha portato tutti i suoi averi qui", afferma Beronice das Chagas in una delle testimonianze raccolte da Zaluar.
La ricerca dell'antropologa rivela anche che nell'ultimo decennio le condizioni materiali di vita nelle baraccopoli delle grandi città brasiliane sono migliorate sensibilmente. La prima distinzione già superata è proprio quella dell'asfalto. Gran parte delle favelas di Rio hanno ormai le vie asfaltate o lastricate. Corrente elettrica, fognature e acqua corrente sono accessibili all'85% della popolazione "favelada", il 92% delle case ha il frigorifero e il 31% la lavatrice, il 78% delle persone ha il cellulare, e il 15% dei nuclei familiari ha l'auto. La media degli stipendi invece è estremamente variabile, con differenze secondo le zone altrettanto grandi di quelle tra poveri e ricchi del Paese: nella Vila Prudente di Rio, secondo lo studio, la media di reddito è di 174 real (pari a 66 euro), mentre nella favela di Beira-Rio a San Paolo il reddito medio supera i 2.100 real (oltre 800 euro).
- Horacio Verbitsky
















