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Martedì, 22 Luglio : 2008 Il Messaggero
Una ragazza con i jeans a vita bassa (foto Ap)
ROMA (21 luglio) - I jeans non sono "una cintura di castità" che impedisce i tentativi di qualcuno di toccare le parti intime di chi li indossa. Per questo, ha stabilito la sentenza numero 30403 della III Sezione penale della Cassazione, se una persona cerca di infilare la mano negli altrui pantaloni si può configurare il reato di violenza sessuale. I giudici della Suprema Corte si sono pronunciati sul caso di una ragazza di 16 anni della provincia di Padova che aveva più volte subito «atti di libidine» da parte del convivente della madre. L'uomo, R.P., 37 anni, era stato condannato dalla Corte di Appello di Venezia a un anno di carcere (in base all'art. 609 bis con pena sospesa e attenuanti riconosciute) perché più volte «con violenza aveva compiuto atti di libidine nei confronti della 16enne toccandola sul seno, sui fianchi, sul sedere e nelle parti intime, entrando con le mani sotto i pantaloni della donna».
Il 37enne aveva presentato ricorso in Cassazione sottolineando che la ragazza indossava dei jeans e, essendo seduta, era «impossibile» infilare una mano sotto i suoi pantaloni. I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso sostenendo che «il fatto che la ragazza indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento, non essendo questo paragonabile ad una specie di cintura di castità».
Già nel '99 una sentenza sui jeans aveva fatto discutere: nella pronuncia si sollevavano dubbi sulle difficoltà di compiere atti di natura sessuale nel caso in cui la vittima indossasse il famoso capo d'abbigliamento. In quel caso la Cassazione annullò con rinvio la condanna nei confronti di un uomo accusato di stupro motivando che i jeans non possono essere sfilati «nemmeno in parte» se chi li indossa non dà «una fattiva collaborazione».
Telefono Rosa: «Finalmente è fatta giustizia». Maria Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, a proposito della sentenza della Cassazione ha detto: «Questa sentenza non solo restituisce dignità a una ragazza oggetto di vergognosi e insopportabili molestie ma dimostra che quando la società civile, la politica, le associazioni si mobilitano, la giustizia non può che essere al loro fianco. La nostra fiducia nei giudici è grande, ma sappiamo anche che, a volte, come è successo in un caso analogo, la voce della società può correggere situazioni che sono solo figlie di una vecchia cultura. I giudici della Cassazione ricevono il plauso di tutto il Telefono Rosa e vogliamo ricordare l'impegno delle donne della politica italiana che, indipendentemente dal loro schieramento politico, avevano fatto sentire la loro voce: Mussolini, Prestigiacomo, Turco, Rauti, Finocchiaro, Giglia Tedesco, Dato, Cirinnà e tante altre. Ma oggi non è solo una vittoria delle donne: è una vittoria della società civile e per questo chiediamo ancora proprio alle donne in Parlamento che si adoperino per far diventare operativa al più presto la legge sullo stalking».
Mussolini: «Anche la lunghezza dei processi è una violenza». Alessandra Mussolini, presidente della commissione Bicamerale per l'Infanzia, ha commentato la sentenza dicendo: «Siamo dovuti arrivare nel 2008 e avere una sentenza della Cassazione per vedere affermata una ovvietà e cioè che nulla c'entrano gli indumenti delle donne con le violenze che quotidianamente sono costrette a subire. Da un lato possiamo dire: "finalmente". Ma dall'altra è triste pensare al destino processuale di quella donna che oltre alla violenza ha dovuto subire l'oltraggio di una attesa troppo lunga per vedere inflitta una pena, peraltro ridicola, al suo aggressore».
Il 37enne aveva presentato ricorso in Cassazione sottolineando che la ragazza indossava dei jeans e, essendo seduta, era «impossibile» infilare una mano sotto i suoi pantaloni. I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso sostenendo che «il fatto che la ragazza indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento, non essendo questo paragonabile ad una specie di cintura di castità».
Già nel '99 una sentenza sui jeans aveva fatto discutere: nella pronuncia si sollevavano dubbi sulle difficoltà di compiere atti di natura sessuale nel caso in cui la vittima indossasse il famoso capo d'abbigliamento. In quel caso la Cassazione annullò con rinvio la condanna nei confronti di un uomo accusato di stupro motivando che i jeans non possono essere sfilati «nemmeno in parte» se chi li indossa non dà «una fattiva collaborazione».
Telefono Rosa: «Finalmente è fatta giustizia». Maria Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, a proposito della sentenza della Cassazione ha detto: «Questa sentenza non solo restituisce dignità a una ragazza oggetto di vergognosi e insopportabili molestie ma dimostra che quando la società civile, la politica, le associazioni si mobilitano, la giustizia non può che essere al loro fianco. La nostra fiducia nei giudici è grande, ma sappiamo anche che, a volte, come è successo in un caso analogo, la voce della società può correggere situazioni che sono solo figlie di una vecchia cultura. I giudici della Cassazione ricevono il plauso di tutto il Telefono Rosa e vogliamo ricordare l'impegno delle donne della politica italiana che, indipendentemente dal loro schieramento politico, avevano fatto sentire la loro voce: Mussolini, Prestigiacomo, Turco, Rauti, Finocchiaro, Giglia Tedesco, Dato, Cirinnà e tante altre. Ma oggi non è solo una vittoria delle donne: è una vittoria della società civile e per questo chiediamo ancora proprio alle donne in Parlamento che si adoperino per far diventare operativa al più presto la legge sullo stalking».
Mussolini: «Anche la lunghezza dei processi è una violenza». Alessandra Mussolini, presidente della commissione Bicamerale per l'Infanzia, ha commentato la sentenza dicendo: «Siamo dovuti arrivare nel 2008 e avere una sentenza della Cassazione per vedere affermata una ovvietà e cioè che nulla c'entrano gli indumenti delle donne con le violenze che quotidianamente sono costrette a subire. Da un lato possiamo dire: "finalmente". Ma dall'altra è triste pensare al destino processuale di quella donna che oltre alla violenza ha dovuto subire l'oltraggio di una attesa troppo lunga per vedere inflitta una pena, peraltro ridicola, al suo aggressore».
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
















