L’Aquila ricomincia dalle macerie di Beatrice Borromeo e Silvia Truzzi
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Pubblicato in 1 March 2010 22:58
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Duemila cittadini in piazza con le carriole. Tensione con la polizia, ma alla fine i manifestanti riescono a varcare i cancelli che chiudono la zona rossa. E cominciano con pale, secchielli e carriole a portare via le macerie che invadono il centro.
L’Aquila - Un signore di mezza età, l’"elmetto" da cantiere in testa, grida: "Aprite i cancelli". Bestemmia forte, poi si calma. "Avete mandato la Celere da Roma. Lo capite: per noi lo Stato è questo. Ma non vede come siamo ridotti?". Davanti, duemila suoi concittadini premono contro il cordone di polizia, vogliono entrare a piazza Palazzo, il cuore delle macerie. Li hanno ribattezzati "il popolo delle carriole".
Ma sono il popolo della speranza, gente che ha voglia, anzi bisogno, di ripartire. Ritrovare case, memoria, posti dove incontrarsi, una socialità non militarizzata come è stato fin qui. Per farlo però c’è bisogno di rimuovere le macerie. L’Aquila è rotta dappertutto, come un vaso volato da un credenza.
Qui è soprattutto giallo, perché questo è il colore dei berretti obbligatori per entrare nel centro sbriciolato. I volontari hanno firmato una liberatoria per varcare la soglia della zona rossa. Roba da G8, ma non c’è nessun capo di Stato. Non c’è nemmeno la Protezione civile. Ci sono loro, i padroni di una città fantasma che vogliono riprendersi strade e piazze. Il concentramento è fissato a piazza del Duomo. Volantini, megafoni, striscioni. Riti da manifestazione: questa però non è una protesta. E’ una proposta. I presenti sono chiamati a firmare una petizione per l’istituzione di una tassa di scopo: "Un modo per ottenere fondi certi su cui contare".
Di mano in mano gira un manifestino grigio: è la convocazione di un’altra manifestazione. Si chiama "Presidio per la memoria", è fissato per sabato: a tutti è chiesto di portare una fiaccola per illuminare "Legalità, verità e giustizia".
Tra gli organizzatori ci sono il Comitato vittime della Casa dello studente, il comitato Salvatore Borsellino e il popolo delle Agende rosse. E molte adesioni, scritte in piccolo. "I morti dell’Aquila non sono morti di una calamità naturale. Sono morti di illegalità. Davanti a noi c’è solo una scelta. Tacere per stanchezza o mettere ancora una volta le nostre energie al servizio della democrazia e dello spirito delle leggi. Poiché vivere di legalità fa bene".
Gli aquilani si sono organizzati con secchielli, pale, carriole e tutto quanto può servire a portare via detriti. Inizialmente solo 45 persone erano ammesse, a blocchi di 15 per volta. Ma quando il corteo arriva davanti ai cancelli e alla polizia, i cittadini premono. C’è una rabbia consapevole che si sa trattenere: qualche spintone, urla fuori e dentro i megafoni, tutti premuti a ridosso delle cancellate. "Via le reti Mediaset. Vogliamo solo il Tg3. Dov’è Iacona?".
Però se c’è una cosa che non manca è la pazienza: dal terremoto sono passati quasi undici mesi. E’ un tempo in cui la pazienza si esercita e diventa molto più di una virtù. Basta entrare in un modulo abitativo per capire cosa deve significare mettere i giorni in fila senza avere una meta, una data da segnare sul calendario come fine pena. "Vergogna, vergogna". "Fateci entrare". E alla fine la determinazione vince. Fanno passare tutti: senza casa forse, ma non senza cittadinanza. Ci sono vecchi, famiglie, bambini, cani che si arrampicano per i vicoli. E ragazzi con le tute bianche e grossi guanti. Dietro la schiena hanno slogan, uno dice: Alle 3:32 io non ridevo.
Arrivati in piazza Palazzo il sipario si apre su una montagna di esistenze cascate giù con gli edifici. Ora sono un pastone indistinto. Mattoni, ferro, legno, libri, cd rom, canottiere, lavatrici: il flusso delle carriole si fa subito ordinato. Due corsie, una in entrata e un’altra in uscita. Andata e ritorno per il futuro: due bambini di tre anni contribuiscono con una carriola giocattolo. Passano tra le due ali di folla e si prendono un mucchio di applausi: "Siete il nostro futuro".
I volontari mettono le mani dentro quel che resta della loro storia per differenziare il materiale. Spiegano che è importante, importantissimo: così molto si potrà riutilizzare per la ricostruzione. Si forma una catena umana, sembra quasi un film. Invece è la dimostrazione che qualcosa si può fare. Anche con niente, bastano mani e volontà: alla fine, oltre alle macerie, vengono accumulati cinque cassonetti di rifiuti. Altri materiali vengono portati in piazza Duomo, comunque suddivisi per lo smaltimento.
Legambiente oggi ha presentato un dossier sulla situazione dei "cocci": una forbice che solo per il Comune dell'Aquila va da 1,5 a 3 milioni di metri cubi, pari a circa 4,5 milioni di tonnellate. Circa un terzo del totale, un milione di metri cubi, si trova sulle strade, mentre 2 milioni sarebbero quelli accumulati all'interno delle case e nei cortili. Per dare il via alla ristrutturazione degli edifici, spiega il documento, sarebbe sufficiente spostare un terzo delle macerie: così potrebbero partire i lavori sui diecimila edifici danneggiati tra centro storico e frazioni (uniche variabili, i 140 siti sotto sequestro per le inchieste della magistratura sui crolli 'dolosi' e il materiale 'sensibile' proveniente da edifici di pregio storico-architettonico).
Anche sullo smaltimento, Legambiente spiega: “Non è vero che non si conosce la classificazione del rifiuto-maceria e che non si sa come trattarlo. Il 'decreto Abruzzo' del 28 aprile 2009 prevedeva una riclassificazione delle macerie come rifiuti urbani. In quanto tali sono sottoposte al divieto di smaltimento fuori dalla regione e se si deciderà di "esportarle", sarà necessario introdurre una deroga con un decreto ministeriale ad hoc. Preventivamente trattate potrebbero, invece, uscire ed essere ospitate in altri impianti del Paese senza bisogno di deroghe".
http://antefatto.ilcannocchiale.it/g...ia_dalle_macer
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