L’immagine che domani pomeriggio ci restituirà il palco di piazza del Popolo sarà una fotografia che parla di politica. Della politica di tutto il centrosinistra italiano, dalle sue correnti più moderate a quelle più radicali. Lo potete chiamare Ulivo, la potete definire Unione, potete ironizzare sulla grande ammucchiata o sul mucchio selvaggio, ma il messaggio che quell’immagine contiene è molto chiaro e in un certo senso anche disperato.
Dopo sedici anni dall’avvento di Berlusconi, al quale si contrappose «la gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, la scena si ripete sempre uguale a se stessa, il copione viene rispettato e recitato a memoria dai protagonisti che si alternano sul palcoscenico, più o meno sempre gli stessi, a destra e a sinistra. Così come sempre gli stessi sono coloro che parteciperanno alla manifestazione - qualche anziano in meno, qualche giovane in più - che poi sono i «delegati» degli stessi elettori che dal 1994 votano per la sinistra. Anzi, votano contro Berlusconi.
Se la prima Repubblica è stata definita una democrazia bloccata, vista l’impossibilità per l’opposizione di allora (il Pci) di arrivare al governo, anche la seconda non scherza in quanto a paralisi. E non perché non si siano verificate alternanze di governo, in fondo Berlusconi è stato a Palazzo Chigi otto anni e il centrosinistra sette, ma perché è proprio la dinamica della politica a non essere in grado di muovere il suo stagno, di sparigliare il gioco, di proporre uno spettacolo diverso, magari con qualche idea nuova. Invece niente. La commedia, o se volete la tragedia, si replica all’infinito. E’ colpa di Berlusconi? E’ colpa dei suoi avversari? E’ colpa di entrambi?
Forse non è colpa di nessuno. Nel senso che finché sarà Berlusconi il protagonista del centrodestra italiano, gli altri non potranno che cercare di batterlo nell’unico modo possibile. Nonostante, infatti, abbiano provato diverse volte a esplorare nuove strade per sconfiggerlo, ribaltoni parlamentari, nuove alleanze, idee originali e suggestive tipo la veltroniana «vocazione maggioritaria», alla fine il gioco si riduce sempre allo stesso schema. Solo se si mette tutto insieme, da Rifondazione a Di Pietro, dai Verdi al Pd, da Vendola al popolo viola, dai pacifisti alle associazioni, dai no-global (se ancora esistono), dalla Cgil fino a chiunque si organizza in qualche maniera, in qualsiasi città o paese, circolo culturale, sindacato di base, Cobas, disoccupati organizzati... il centrosinistra può sperare (sperare) di vincere.
Prima obiezione: ma se pure dovessero riuscirci, poi non sarebbero in grado di governare, come hanno già ampiamente dimostrato. Seconda obiezione: ma qui si tratta di puro e semplice antiberlusconismo, uno stato d’animo più che un progetto politico.
La prima obiezione è ovviamente accolta, anche se, chissà, mai dire mai. La seconda invece è respinta per la semplice ragione che se esiste il berlusconismo, che è molto di più di uno stato d’animo, è una filosofia, un’ideologia, una pratica politica e di governo, un modo di pensare e di agire, allora ha diritto di esistere anche il suo opposto. Ossia un’altra filosofia, un’altra ideologia, un’altra pratica politica, un altro modo di pensare e di agire. Dunque, mettiamoci d’accordo: o si aboliscono entrambi, persino dal vocabolario, oppure si lascia a entrambi la loro dignità.
Il problema semmai è che in sedici anni il centrosinistra - al contrario del suo avversario - non è stato capace di tradurre in un progetto coerente e unificante questo suo antiberlusconismo, neanche quando ha vinto le elezioni, tanto meno quando ha governato. Sarebbe inutile ricordare le divisioni, le spaccature, i conflitti anche aspri che hanno reso impossibile la vita dei governi di Prodi, sarebbe invece molto utile se i sei o sette leader che domani pomeriggio saliranno sul palco di piazza del Popolo ci spiegassero cosa intendono fare per evitare che quella fotografia sia solo l’ennesimo scatto di una grande ma sterile ammucchiata.



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