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  • I TETRI TEATRI DELL’AGOSTO POLITICO 2010 - Francesco Capozzi

    Quello che doveva essere il botto dell’estate politica, giunta al suo acme di tensione, cioè le elezioni anticipate addirittura a Novembre prox venturo, si è trasformato in una pernacchiosa fetecchia senile. Cerchiamo di ricapitolare. Gianfranco Fini ha perfettamente compreso che il suo destino politico, stante la tenaglia ferrea tra il PDL berlusconiano e la Lega, era morto, se non si dava una mossa. Berlusconi avrebbe usato il “suo” partito per i “suoi” interessi e problemi giudiziari, al fine di ottenere strumenti di salvaguardia personale, dal Parlamento supino esecutore delle sue volontà; strumenti molti dei quali al di fuori del presente ordine costituzionale. Ciò avveniva contando sulla piena complicità della Lega. In cambio quest’ultima avrebbe avuto una specie di Federalismo, che è il mot-d’ordre politico (parola d’ordine) che più l’allappa strategicamente. E quelle componenti politiche che avevano aderito in buona fede al “progetto” del partito unico dei moderati, quale sarebbe dovuto essere il PDL, che ruolo avevano? Di stare zitti, e, politicamente, morire “usi a obbedir tacendo”, in grazia del Capo. Ecco quindi che per Fini, e quanti vogliano continuare a fare politica “dopo” il Berluska, era esiziale smarcarsi da questa foresta avviluppatrice di consenso precostituito ai desiderata del Presidente (escort, papi girls e plurinquisiti comitati d’affari compresi). Ma l’ex segretario di AN non ha fatto fare un salto di grande portata storica al postfascismo dell’ex Msi, portandolo con coerenza e sincerità nell’alveo costituzionale, per fare un piacere al Berluska, per dargli “ascari” senza voce alle sue esigenze personali. Ecco quindi che, semplicemente difendendo con buon senso conservatore, ma democratico, alcune elementari istanze di buon vivere civile, nel rifiutare la “Legge Bavaglio” contro le intercettazioni, e prendere le parti della Magistratura contro i forsennati attacchi degli sherpa del PDL, si è trovato lui e suoi 30 deputati e 10 senatori, di fronte all’ira di B. e dei suoi. Un’ira davvero schiumante di rabbia, come si è visto dalle foto preagostane di un B. invecchiato, inkiattato e dagli occhi spiritati, nonostante il generoso trucco scenico di cui si cosparge nelle sue giornaliere uscite “in pubblico”. Perché non gli è mai capitato di avere a che fare con un osso duro, uno che gli resiste. Anzi bisogna dire che l’immagine comunicazionale di Silvio Nostro che ne è derivata, per la prima volta, non è stata all’altezza della natura del messaggio di sé, che egli quotidianamente si sforza di smerciare, perché non è “da vincente”. E ad Agosto, si sarebbero dovute riunire le istanze appropriate del partito berlusconiano che avrebbero dovuto espellere questi reprobi, con grave onta e rumore mediatico. Mentre già da prima sono partite le bordate ad alzo zero dei suoi fogli di famiglia contro il Presidente delle Camera: un “trattamento Boffo 2”, così è stato definito da Feltri (il Direttore del “Giornale” di proprietà della Famiglia). Volendo ripetere quell’odiosa campagna denigratoria con cui, sulla base di documenti poi, ma solo “dopo”, riconosciuti falsi, si costrinse Boffo, il Direttore di “Avvenire” a lasciare la direzione della testata, ”reo” di aver attaccato l’incontenibile pendant (lato) femminaiuolo del premier. E ciò al fine di preparare lo scenario di un’apertura delle urne elettorali “a’ mmort’e’subito”, contando l’astutissimo Silvio Nostro, sull’assoluta disorganizzazione dell’opposizione e quella relativa dei finiani. Elezioni anticipate, si badi, “utili” solo al premier: al quale frega un beneamato nulla della grave recessione deflazionistica dell’economia del nostro paese, con chiusure di fabbriche, licenziamenti connessi e impoverimento collettivo; del default di fiducia internazionale che ne potrebbe scaturire presso le istituzioni bancarie e finanziarie del mondo a fronte di un rinnovo colossale di Titoli del nostro Debito Pubblico a scadenza proprio a novembre. Se non si fanno le Leggi che blocchino i tre processi penali (in particolare quello che vede Mills già condannato in Cassazione principale imputato e lui complice) che più lo angustiano, tanto vale andare tutti a casa. Anche perché è convinto di rivincere: per poter diventare, finalmente, a scadenza naturale (2013) del mandato di Napolitano, Presidente della Repubblica: l’unica carica che lo metterebbe definitivamente a riparo dai suoi guai con la giustizia. Poi però la macchina si è inceppata…Primo dato: nel nostro ordinamento, non è il Premier che scioglie le Camere e indice nuove elezioni, ma il Presidente della Repubblica. Non solo: egli è tenuto ad esperire tutti tentativi possibili per assicurare alla Legislatura il suo corso temporale naturale (5 anni). E potrebbe verificarsi benissimo che si faccia un Governo, anche se limitato nel tempo, senza B. Infatti per questo, con disprezzo populista-golpista li chiama “formalismi costituzionali”: ma sono invece sostanza democratica, al fine di non permettere il predominio assoluto e senza limiti di una figura istituzionale sull’insieme. Poi: facendo gli opportuni sondaggi, B. ha visto che, al Senato, grazie al “Porcellum”, l’attuale legge elettorale da lui voluta, si sarebbe potuta creare una risicatissima maggioranza, come per il Governo Prodi. Infine, ben l’85% è contrario alle elezioni e Fini è dato da solo, elettoralmente, al 6% di base. Tutto ciò gli fatto “acalare le scelle…”. E perfino il PD ha “dato un colpo”, parlando di “Nuovo Ulivo”: finalmente uno straccio di idea…Ma la partita si gioca sul sistema elettorale da adottare. Alle destre ora al governo conviene il Porcellum, perché prevede un congruo premio di maggioranza alla coalizione vincente: PDL-Lega governano con molto meno del 50% dei suffragi. Meglio, forse, sarebbe un sistema tedesco, che è proporzionale, ma con sbarramento al 5%: chi vince deve per forza coalizzarsi, perché non ha alcun premio che lo porta al 51% in Parlamento. Dobbiamo solo sperare che D’Alema “molli” sull’irrealizzabile doppio turno alla francese, che Veltroni taccia, smettendola di aiutare B., come ha fatto contro Prodi, proponendo il bipolarismo maggioritario attuale, e che si faccia un’”Alleanza Democratica”, l’altro slogan del redivivo Bersani, almeno per andare a votare su un sistema condiviso, ma che mandi B. a casa.