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  • Cosa ci lascia l'estate della politica cafona - MATTIA FELTRI

    Due belle facce: come dire, il volto dell’estate. Il ricciolo nero incatramato di Muammar Gheddafi e la grinta di terracotta di Silvio Berlusconi, impietriti nei loro sorrisi, e noi impietriti davanti alla tv. Ecco, è questo il gran finale di stagione con i cavalli berberi che facevano l’ammuina, ognuno per i fatti propri, in un disordine meticoloso ma molto plateale. E’ stata la regola stagionale: tanta roba purché scasciata. Ormai si rubacchia da mattina a sera. Si fa un quotidiano bottino misero. La ristrutturazione a gratis, il mutuo a condizioni irrinunciabili, il massaggio tutto compreso. Siamo alla tangente piccolo borghese perché è il gusto che si è livellato rasoterra. L’alta carica istituzionale veste secondo lo stile del potenziale filarino delle ragazze di Ostia, quelle simpaticissime del «calippo e ’na bira»: quindi pinocchietto, occhialini neri, infradito (se rinfresca, giubbottino di pelle?). E’ la standa globale. Il menu di tutti noi era pennette tricolori e gamberetti in salsa rosa, o giù di lì. E qualcuno avverta Berlusconi che il maglione appoggiato sulle spalle fa tanto sanatorio.

    e si nota una differenza fra l’Italia di oggi e di ieri - fra le villeggiature di oggi e di ieri - è la cafonalizzazione dei costumi (non necessariamente da bagno). Un formidabile Nanni Loy, anno 1965, girò «Made in Italy» (una specie di sequel de «I mostri») e c’era un episodio in cui certi riccastri rifuggivano il ristorante d’eccellenza per farsi insultare in trattoria romana. Quel famolo strano è diventata norma ventiquattr’ore su ventiquattro, i politici del dissenso si contorcono in barca con le mogli, le mani sul sedere, quelli di governo aspettano il tramonto per suonare la chitarra e cantare con le camicie aperte sul petto; in generale offrono nudità e spensieratezza, la classe dirigente e la classe diretta. Non si capisce a quale categoria appartenga il giovanotto che lava la Ferrari per strada, a Montecarlo, incredibilmente persuaso di muovere invidie. A quale appartenga la famiglia che posa su poltrone di velluto come nelle foto ufficiali delle satrapie orientali.

    Ecco, è stata un’estate così, rubinetteria placcata oro, risse da pollaio, innamoramenti da «Bolero», e tutto dentro il Palazzo. Non si distingue un leghista da un democristiano, e non perché il leghista abbia smussato il vocabolario. Non si distingue un capogruppo da un tronista e anzi negli affari sentimental-erotici il ministro ha scalzato Fabrizio Corona dalle pagine calde del gossip. Il turpiloquio è così diffuso, così esibito, così intonato al lifting e ai calzoni rossi da non provocare scandalo ma noia. Ah, se gli scazzottatori d’aula avessero la misura e il nodo della cravatta di Walter Chiari che insegue Tazio Secchiaroli! E invece abbiamo fatto una mezza rivoluzione perché ci stavano sul gozzo gli impellicciati della Scala. Ma è davvero molto meglio questa universale frittata di cipolle e rutto libero?





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