COLLEGATA?: BRESCIA - L’aggressore, il pediatra, l’ordine
In queste settimane capita di sentirsi chiedere: ma la società civile bresciana dove è? Si parli di cultura o di religione, di scuola o di imprenditoria, di sanità o di lavoro, di urbanistica o di assistenza, di finanza o di politica, di... qualsiasi vicenda di rilievo sociale. Generalmente la domanda provocatoriamente lanciata già sottende un’aspra valutazione critica: dall’essere in pavido sonno al farsi il proprio particolare, dal pagare un difetto di leadership volutamente non coltivata al non riuscire ad elaborare un’idea forte della città dell’uomo, dall’essere frastornata dal mondo che tramonta all’inconsistenza delle mappe tracciate per interpretare quanto va nascendo. La propensione all’autoassoluzione si innesta nell’accusa feroce agli altri. Resta sospesa la risposta delle risposte: se si azzoppa il cavallo perché non corra, non si può pensare che galoppi al fischio del bisogno. Sospesa perché richiama responsabilità diffuse.
Eppure lo sapevamo
Colti da una situazione innovativa e quindi totalmente imprevedibile? Per non andare alla notte dei tempi, a supporto di quanto presagiva il saggio bresciano, vale riprendere un pensiero del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che un collega più erudito mi ha messo sotto gli occhi: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare».
La frattura generazionale, i figli che prendono il posto dei padri, i padri che non vogliono mollare il comando ai figli accompagna l’uomo dal suo abitare la terra. Per restare all’ambiente germanico, e al corso di aggiornamento culturale permanente del collega volonteroso, Karl Kraus scriveva: «I giovani parlano tanto della vita perché non la conoscono. Altrimenti essa li lascerebbe senza parole».
Eppure camminiamo dentro una frattura che va giù, sempre più giù. Non tanto l’etichettare come zavorra il prima o come barbarie il dopo. Nella fusione nucleare della incomunicabilità dei linguaggi e degli interessi. A livello personale è il vissuto quotidiano, la dimensione magica dell’affettività, che può ricucire le ferite ma nella dimensione sociale? Su cosa costruire la resa degli egoismi praticati a un non riconosciuto bene comune?
Il politico e il vescovo
Due mondi distinti, con problematiche diverse e prospettive proprie, hanno raccomandato ai loro operatori di tornare a frequentare la vita concreta. Il presidente Silvio Berlusconi ha raccomandato ai suoi sostenitori di parlare direttamente con le persone di quanto il partito e il governo vanno facendo, perché ne abbiano una rappresentazione favorevole. Il Vescovo di Brescia mons. Luciano Monari ha sollecitato i suoi preti, incontrati assemblearmente per l’avvio del nuovo anno pastorale, ad andare nelle case ad incontrare, con delicatezza umana, chi le abita con le sue vicende liete e di disagio, con le vittorie e le sconfitte per testimoniare una fede che è amore che illumina la vita.
Fa riflettere che, ripeto, per obiettivi totalmente distinti, si converga nell’idea che il tornare a fare comunità passa attraverso il camminare insieme per le strade della vita, il convincersi e il far percepire «l’interesse vitale» per lo star bene di un prossimo che non è il proprio inferno perché costringe a trattenere gli egoismi eretti a parametro di successo, a metro di misura del proprio valore sociale. Se le cattedrali sono deserte ma agibili, i tempi per animarle dipendono dalla volontà di frequentarle.
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