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  • I litiganti rischiano un doppio Ko - MARCELLO SORGI

    E’ del tutto logico che Gianfranco Fini stia costruendo sapientemente l'attesa del suo intervento di domenica a Mirabello, il luogo simbolo in cui Almirante lo nominò suo erede e da cui partì il lungo cammino di rinnovamento della destra post-fascista. Il lungo silenzio che lo ha preceduto, nell'agosto rovente che ha seguito la rottura con Berlusconi, il piccolo cerchio in cui s'è chiuso - la famiglia della nuova compagna, tormentata dalle rivelazioni sulla famosa casa di Montecarlo, gli amici e collaboratori più vicini, da Giulia Bongiorno a Italo Bocchino, stretti anche loro in un riserbo senza spiragli -, il rifiuto di ricevere Bossi che s'era assunto il compito di una mediazione tra i due cofondatori del Pdl, la durezza estrema anche con Gianni Letta, il pacificatore di sempre, sono tutti pezzi di una specie di rito propiziatorio dell'ex leader di An. E' come se Fini dicesse - e dal suo punto di vista è più che ovvio - : avete voluto mettermi ai margini, ora provate davvero a fare senza di me.

    Ciò che invece non è affatto scontato è la serie inconsulta di reazioni di ex-alleati divenuti avversari, ex-avversari possibili nuovi alleati, pontieri di prima, seconda e terza fila, per non dire del comportamento assolutamente inspiegabile di Berlusconi, che ogni giorno fa dire ai giornali una cosa diversa e riesce a comportarsi in modo opposto a quel che dice.

    Se la tattica scelta è quella di una tregua, com'era sembrato negli ultimi giorni, non si capisce né la confusa organizzazione di pullman per boicottare la manifestazione di Mirabello, né l'ansiosa ricerca di soluzioni tecniche alternative al processo breve, né la diffusione di notizie false, come l'incontro mai avvenuto tra Ghedini e la Bongiorno in cui appunto avrebbe dovuto essere messa a punto la soluzione valida per il compromesso, né i continui ripensamenti su aspetti non secondari della guerra aperta, come la riunione dei probiviri che dovrebbe procedere alla censura o all'epurazione dei tre finiani Bocchino, Granata e Briguglio, rinviata martedì a novembre in segno di disponibilità e subito riconvocata ieri dal coordinatore Verdini.

    Per quanto avvolta da segnali di fumo inconcludenti, è evidente la realtà che sta dietro a questo insieme di mosse contrastanti: nessuno dei mediatori in campo ha un mandato vero né riceve ascolto da qualcuno.

    Berlusconi e Fini, asserragliati nei loro rispettivi fortini, non pensano affatto a una tregua. Piuttosto, solo a come continuare una guerra che finirà quando uno dei due, e forse tutti e due insieme, finiranno al tappeto.





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