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  • Marone (BS): scivola nel lago muore bimbo di 6 anni


    In fin di vita anche la sorellina di otto, volevano recuperare una scarpa La tragedia colpisce una famiglia del Burkina Faso, da anni sul Sebino
    Il filo di speranza tra casa e darsena - «Abbiamo fatto tutto il possibile»


    Papà e mamma hanno scelto l’Italia per metterli al mondo. Sono scappati dalla miseria. Si sono fermati a Marone. Cercavano acqua. Sostanza che nel Paese dal quale sono partiti vale più dell’oro. Proprio nell’acqua Abdul, un bimbo di sei anni con il Burkina Faso nel sangue e nella pelle, ci è rimasto per sempre, portando a fondo, con il suo corpo bambino, il sogno dei suoi genitori. A loro ora resta una speranza: riabbracciare Zainab, la sorellina di otto, in lotta per la vita a Bergamo.

    Inseguendo una scarpa
    Sono da poco passate le quattro. Marone sembra non volersi svegliare dalla pennica del dopo pranzo. I due, accompagnati da una parente poco più grandicella, affrontano con la bici l’argine della darsena che spezza la camminata lungolago a pochi passi da casa. Ad un certo punto il piccolo perde una scarpa. La intravede nell’acqua, a poca distanza dallo scivolo utilizzato per mettere le barche a lago. Cerca di recuperarla e ci prova per quella via: una discesa dolce e vigliacca. Correndo verso l’Oglio, il Sebino ha lasciato uno strato di muschio viscidissimo sul porfido che riveste la corsia di alaggio. La trappola è confezionata. Abdul, che dell’acqua evidentemente non si fida, si fa tenere per la cintola da Zainab. Avanza piano con la sorella a rimorchio. Scivola poco prima di entrare in acqua e trascina con sé anche lei. La bambina cade, picchia la testa al suolo e molla la presa. Lui arriva in fondo allo scivolo, in pochissimi frangenti si ritrova con quattro metri d’acqua sotto i piedi. Non nuota, non torna sui suoi passi. Il lago lo inghiotte.
    Quello spicchio di Marone che guarda dall’Italcementi di Tavernola fino quasi a Castro, però non è deserto. La parente si mette a gridare. In un attimo sullo scivolo si presenta un trentacinquenne olandese, ospite di un campeggio del lago. L’uomo, che non ha visto la dinamica, ma è stato richiamato dalle urla, si precipita e ripesca la bambina. La porta all’asciutto, ma non sa che poco più avanti c’è il fratellino. Di lui si occupano altri. Attirati dalla concitazione intervengono Paolo Mazzucchelli e Angelo Guerini. Entrambi 58enni di Marone. Vedono l’ombra del piccolo attraverso il verde scuro del lago. Intuiscono la profondità nella quale sta in sospeso tra la vita e la morte. È Angelo a tuffarsi vestito di tutto punto nelle acque antistanti lo scivolo per il rimessaggio. È la sua mano ad afferrare le caviglia del piccolo e a riportarlo in superficie. Mentre alcune persone accorse si prodigano per rianimare la sorella, dal cielo atterrano due elicotteri del 118. Tocca ai sanitari arrivati da Brescia e da Bergamo prendersi cura dei due fratellini.

    Aggrappati a una speranza
    Più critiche appaiono le condizioni di Abdul. Il piccolo è rimasto più a lungo nell’acqua. Per lui occorre una corsa senza esitazioni dell’elisoccorso. Ad attenderlo ci sono i medici del Civile che lo mandano in condizioni disperate in Rianimazione. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non basta. Alle 20,30 non c’è più nulla da fare. Il suo futuro annega. Dal cielo non gli resta che fare il tifo per la sorella che versa in condizioni gravissime al Riuniti di Bergamo. Una notte difficile per Zainab. Una notte attaccata ai monitor a combattere con la morte per salvare la sua giovane vita e quel che resta del sogno di papà e mamma.

    Pierpaolo Prati



    Il filo di speranza tra casa e darsena


    La disperazione della madre dei due fratellini

    Ripercorriamo i passi dei ragazzi nell’ora sospesa di un giorno appena afoso

    Abitano al Bacologico, te lo insegnano tutti, l’antico posto dei bachi da seta, in fondo a Marone, verso Sale Marasino. A un chilometro dal dramma, il nostro popolo nero anche di presentimenti neri, cerca di riparare le ore della tragedia. Abdul e Zainab hanno giocato sotto l’albero del cortile fino a poco prima di spostarsi verso il lago, per battere il residuo di un’afa improvvisa, per vedere da vicino gli amici tuffarsi dal cornicione della darsena, per sognare di nuotare, delegando i coetanei; intorno alle quattro del pomeriggio, nell’ora in cui si deve inventare qualcosa, da piccoli e da grandi per battere la sospensione delle cose e del giorno. Li pedina l’amica di famiglia, grandicella, per tenerli a bada. La mamma lavora in un albergo di Sulzano e il padre è lontano, in Burkina Faso per le vacanze che può fare intanto che può. Quindi, il 23 settembre il ritorno e la fabbrica.
    Tre generazioni siedono al Bacologico, sui gradini di una grossa abitazione divisa per alloggi, si affacciano su vetrate colorate, alcuni sono alla finestra, altri stanno in piedi sulla porta e c’è chi cammina nervosamente in mezzo al cortile. Tutti insieme puntano lo sguardo sulla discesa che esce improvvisamente dalla vecchia statale bassa del lago per sperare in una buona notizia.
    Non ne abbiamo, veniamo per capire, per ascoltare la giovane più grande che stava con Adul e Zainab. È seduta, dolorosamente e si nasconde nella sua veste lunga, quindi parla e ci viene tradotta da un giovinetto, nostro connazionale, che parla nell’inflessione di Super Mario Balotelli. Noi sappiamo qualcosa e la giovane spiega perfettamente la dinamica della disgrazia con il racconto di quella scarpa persa e finita vicinissima alla melma, più viscida del ghiaccio. Un’ora dopo, vivono in diverse lingue, nello stesso corpo, il dolore degli amici e dei parenti che sono negli ospedali di Bergamo e di Brescia. Pregano in dialetto africano e bresciano, in inglese e in francese e quando arriviamo si fanno intorno per sapere se il ragazzo è fuori pericolo, se la ragazza ce l’ha fatta. Qui, tra figli dello stesso mondo, pienamente, ci diciamo dentro che tutto è nelle mani del Signore di ogni Credo e che Abdul e Zainab ricevono le preghiere che sarebbero dedicate a Giovanni e Maria, che stiamo in un calare di sera con la testa, tutti, sotto il taglio di un colpo immane. Attraversiamo, i sottopassi e le contrade strette con le indicazioni di Bahia, marocchina originaria di Casablanca, andiamo avanti e indietro, mentalmente e fisicamente dalla darsena al Bacologico.
    Il posto in cui l’infanzia ha duellato con la morte è tra i più belli del lago, se non fosse per il rimbalzo leggermente diagonale dell’Italcementi bergamasca che non riesce a sorpassare la bellezza di Loreto, isola del tesoro del lago. A coprire le spalle dei nuotatori e degli aspiranti nuotatori, la Trenta Passi, la Valle del Carpine e in basso, a pochi metri da quella melma mortale, un giardino di ulivi. Nelle intenzioni del paesaggio, dovrebbe tener lontano il pericolo, offrendo tronco e rami ad ogni salvataggio. Così non è stato per Abdul. In ginocchio preghiamo che Zainab sia rianimata da chi sudò sangue, nei pressi dei primi ulivi.

    Tonino Zana





    Angelo Guerini racconta i concitati momenti

    «Abbiamo fatto tutto il possibile»

    Un 58enne di Marone e un 35enne olandese in acqua per cercare di salvarli

    Ha ancora i vestiti bagnati. E poca voglia di ribalta. È un tipo sbrigativo Angelo Guerini. Uno svelto di parola e di fatto. Il 58enne di Marone ci ha messo pochissimo a tuffarsi nel punto giusto e a riemergere con il corpo di Abdul. Vorrebbe metterci ancor meno a spiegare quei momenti concitati. Scivolar via e salutare. Non ce la fa. «È stato Paolo a chiamarmi - dice indicando l’amico Mazzucchelli - io sono arrivato qui e ho capito subito che bisognava tuffarsi. Mi sono messo sul pontile, ho cercato di capire dove fosse il bambino e mi sono lanciato in acqua».
    Guerini indica il punto. Il lago in quell’angolo di Marone tradisce dopo pochi passi. Nonostante si sia ritirato di qualche metro diventa subito profondissimo. «Il piccolo era a due metri, due metri e mezzo di profondità - dice - sembrava fermo, immobile. Così mi sono tuffato, sono andato giù e l’ho afferrato per la prima cosa che mi è venuta in mano. Lo preso per una caviglia e l’ho tirato su. Sono risalito dallo scivolo, ma su quel maledetto muschio ho fatto davvero fatica». A quel punto ha consegnato il piccolo ai sanitari. E se n’è andato con la speranza, purtroppo vana, di rivederlo al più presto.
    Un altro potenziale angelo, questa volta non di nome, ma di fatto, può invece sperare ancora in buone notizie dal Riuniti di Bergamo. Si tratta di un trentacinquenne arrivato dall’Olanda ad Iseo, in compagnia della fidanzata. La coppia di turisti era sul lungolago di Marone per caso. Non appena si è accorto della tragedia che si stava consumando sotto i suoi occhi, Jeroin, questo il nome dell’uomo, si è buttato sul corpo della bambina. «Era in un mezzo metro d’acqua, forse un metro, non di più - ci spiega il turista - non respirava. L’ho aiutata ad uscire dal lago e ho cercato di farla respirare. Non mi ero accorto del fratellino. Le urla di un’altra ragazza mi hanno capire che c’era anche lui. Per fortuna sono intervenute altre persone. Adesso non penso ad altro che almeno la piccola si salvi».

    pi. pra.





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    Commenti 1 Commento
    1. L'avatar di Redazione
      Rassegna Stampa Vivicentro


      Vivicentro - Marone (BS):
      Zenabo in cielo con Abdoul

      shar.es
      articolo nuovo


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