Assumerli in modo inadeguato, o quando non serve, facilita la resistenza dei ceppi batterici
Di tubercolosi si guarisce. A meno che la forma sia multiresistente ai farmaci; in questo caso, non si muore, ma si rimane contagiosi. Infatti, la tbc è una malattia contagiosa che si trasmette per via aerea attraverso il batterio «mycobacterium tuberculosis»: il contagio può avvenire per trasmissione da un individuo malato tramite saliva, starnuto o colpo di tosse.
Per trasmettere l’infezione bastano anche pochissimi bacilli, anche se non necessariamente tutte le persone contagiate dai batteri della Tbc si ammalano subito. Il sistema immunitario, infatti, può far fronte all’infezione e il batterio può restare latente per anni, pronto a sviluppare la malattia al primo abbassamento delle difese. Si calcola che solo il 10-15% delle persone infettate sviluppa la malattia nel corso della vita. Un malato, però, se non viene adeguatamente curato può infettare, nell’arco di un anno, una media di 15 persone.
«Quello della terapia rimane un grosso problema proprio perché, contrariamente a quanto avviene per altre infezioni batteriche come la polmonite da pneumococco guaribile in tempi brevi, la cura della tubercolosi è molto lunga e dura almeno sei mesi - spiega l’infettivologo Alberto Matteelli -. Purtroppo, proprio perché la cura è lunga, si assiste ad una bassa aderenza dei malati alla terapia. Cosa comporta? Innanzitutto, banalmente, che non si guarisce. Poi, che si sviluppano resistenze che consentono al batterio di rimanere nell’organismo e, anche, si rimane contagiosi di un ceppo resistente. Dunque, si può a ragione definire la tubercolosi una malattia sociale perché non farsi curare non è una questione privata, ma coinvolge l’intera comunità».
Un esempio, derivato dall’osservazione quotidiana delle persone che vengono ricoverate agli infettivi. «Proprio in questi giorni - continua - una signora immigrata è rimasta ricoverata per alcune settimane, con la polmonite. Eravamo in attesa del risultato di un altro test per la tbc, dopo che il primo test diagnostico era risultato negativo e dopo che i medici avevano previsto che avrebbe potuto positivizzarsi dopo una coltura di almeno quattro settimane. Ebbene, insieme al marito la donna ha deciso di tornare a casa, anche perché hanno una bambina di sette mesi. È quasi certo che la piccola verrà infettata, se non gli altri membri della famiglia».
Alle notizie tristi, se ne aggiungono di confortanti. Proprio nei giorni scorsi, sulla rivista scientifica «New England Journal of Medicine» è stato pubblicato un rapporto in cui si comunica che in America è stato messo a punto un test che «promette di rivoluzionare il campo della lotta alla tubercolosi a causa della quale ogni giorno nel mondo muoiono cinquemila persone».
Il nuovo test ha dimostrato di essere in grado di identificare non solo la presenza della malattia, ma anche se il morbo è resistente agli antibiotici nel giro di novanta minuti. «Un annuncio di grande rilevanza non tanto per noi che siamo in grado di fare la diagnosi e di identificare i ceppi resistenti con test rapidi - conclude Alberto Matteelli - ma per tutti quei Paesi in cui non ci sono sistemi sanitari strutturati. Pensiamo, ad esempio, alle realtà con le quali collabora anche la nostra clinica e che si trovano in Burkina Faso e nei Paesi dell’Est.
a. d. m.
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