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Una clinica africana dove si curano le persone colpite dal batterio «mycobacterium tuberculosis».
Immigrati otto malati su dieci. L’infettivologo Matteelli: «L’organismo degli stranieri deve adattarsi ad un nuovo sistema di vita e per anni le sue difese si abbassano» Una clinica africana dove si curano le persone colpite dal batterio «mycobacterium tuberculosis».
Ci sono persone ammalate che non sanno di esserlo. E se, come nel caso della tubercolosi, la malattia è infettiva, la loro ignoranza rischia di creare problemi di salute a molti altri individui soprattutto se, come accade, la diagnosi viene spesso fatta a due mesi dall’infezione. E questo perché i malati sottovalutano la tosse persistente che si prolunga per ben oltre due settimane.
Ed anche se il numero dei casi - circa 200 nuove infezioni l’anno solo nel Bresciano, con una mortalità inferiore ad una persona ogni centomila malati - non giustifica un allarmismo esasperato, quel che è certo è che, quando una persona si ammala in ambiente di lavoro, la probabilità di infettare anche i compagni è altissima. In realtà, il nostro Paese, prima di essere meta di immigrazione di persone provenienti da zone in cui la tubercolosi è endemica, aveva quasi dimenticato l’infezione perché da trent’anni i casi erano irrilevanti, al punto che il Servizio sanitario nazionale ha deciso di smantellare gli storici dispensari «dedicati» alla diagnosi e alla cura della malattia.
Diagnosi precoce
Ora - come spiega Alberto Matteelli, responsabile dell’Unità infezioni comunitarie nell’ambito della Seconda Divisione malattie infettive del Civile diretta dal prof. Giampiero Carosi - ci sono due gruppi di popolazione che si ammalano di tubercolosi. Da un lato - pari all’80% circa dei casi - ci sono gli immigrati. «Ed è ormai consolidato nella classe medica che, se una persona ha la polmonite, è necessario fare il test della Tbc per verificarne l’eventuale positività.
Dall’altro, ci sono gli anziani. «In questo caso non ci si pensa subito ma, in realtà, queste persone hanno acquisito l’infezione da giovani, quando era endemica anche nel nostro Paese. Poi è rimasta latente per oltre quarant’anni, proprio perché il fisico della persona aveva le difese immunitarie molto forti ed è diventata malattia quando, complice l’anagrafe, il sistema immunologico non riesce più a tener sotto controllo il microbo che, per lunghi anni, ha cercato di «partire» senza trovare terreno fertile».
C’è anche una terza categoria di ammalati - fortunatamente contenuta - di persone, anche giovani, che sono sieropositive, oppure stanno assumendo chemioterapici per la cura dei linfomi o, ancora, farmaci per tenere sotto controllo l’artrite reumatoide. Ebbene, per tutti questi casi è obbligatorio lo screening per la Tbc. Il 10% di loro ha l’infezione latente, ma è necessaria una terapua farmacologica per eradicare il batterio.
Perché più immigrati?
Perché tra le persone che si ammalano di Tbc, gli immigrati fanno la parte del leone? «La comunità scientifica internazionle è concorde nel ritenere che l’immigrato, nel quale è già presente il batterio della Tbc in forma latente perché spesso nel Paese dal quale proviene l’infezione è endemica - conclude Matteelli - negli anni successivi alla scelta migratoria, quando si trova in Italia (o in qualsiasi altro Paese di adozione) abbassa le difese immunitarie. In sostanza, il suo sistema diventa debole come le persone che soffrono di linfoma. Le ragioni? L’organismo si deve adattare ad un nuovo ambiente, in condizioni avverse e ricche di difficoltà e questo favorisce la malattia. Il rischio rimane alto per i primi cinque anni dopo l’arrivo fino a quando, cioè, viene raggiunto un sostanziale equilibrio nella società di accoglienza. Per questo molti immigrati continuano ad ammalarsi». E se accada che uno si ammala? La cura è tanto più efficace quanto più è precoce, con ripercussioni positive sia per la guarigione del soggetto colpito, sia per la prevenzione del contagio di altre persone. Persone che, tuttavia, manterranno l’infezione latente fino alla vecchiaia, o fino a quando avranno un significativo abbassamento delle difese immunitarie per altre ragioni.
Anna Della Moretta
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