In tanti hanno avvertito il vuoto lasciato dalla poetessa polacca Wislawa Szymborska, scomparsa all’età di 88 anni il primo febbraio scorso. Le era stato conferito il premio Nobel nel 1996, e non l’ha rimpianta solo il mondo della letteratura, ma chiunque abbia letto i suoi versi. Se n’è andata in punta di piedi, con la medesima discrezione con cui ha vissuto, del resto non ha mai amato i clamori o le celebrazioni del successo. Tanto è stato scritto sulla sua vita, mi limiterò ad esprimere le mie impressioni sulla sua poetica.
Nel leggere la poesia della Szymborska si ha la curiosa impressione che nella sua penna ci sia il dilemma di un’umanità che raramente scalpita o si agita, esprime piuttosto gioia o dolore con compostezza, senza clamori. E’ proprio nella sobrietà di quello stile dialogico, colloquiale, che ognuno ritrova frammenti del proprio sé, si sente quasi chiamato in causa in quel foglio bianco di quotidiano steso al sole, con parole che a volte accarezzano come soffici piume, e altre invece sferzano come raffiche.
Non risparmia nulla ai vizi e ai costumi dei comuni mortali; è un pensiero acuto e agile, assalta le ombre che circondano la vita, le inquisisce, diventa impietosa nel rivoltare anche l’angolo più recondito. Osserva con ironia tutto ciò che sfugge all’occhio interdetto: del resto la prerogativa di portare in superficie le distrazioni della luce, appartiene ai poeti.
E la Szymborska con la Poesia aveva un forte legame, era semplice disciplina di vita, compagna discreta; orientamento di uno stile di vita riservato: ‘la poesia viene dal silenzio’ – affermava.
Un silenzio istruito alla schiettezza della parola, di un dire in versi che sapeva percorrere anche le strade più ardite, poco battute, e da qui viene l’originalità dello stile, quei registri linguistici ai quali la gente non è preparata, non è avvezza, forse perché ci si aspetta che la poesia vesta abiti di lusso e parli da un pulpito, con eloquio elegante, magari con la magniloquenza poetica che ci si aspetta dai grandi.
La poetessa polacca, con apparente distacco, è uscita fuori da tutti questi cliché, ha dipinto scenari di vita con sfumature inedite, personalizzando il suo laboratorio poetico con l’eclettismo del suo ‘raccontare’ in versi, senza curarsi minimamente del risultato, di questo suo percorrere in lungo e in largo le verità dell’essere umano, attraverso un pensiero che solo in apparenza è periferia della realtà.
I versi vengono invece da notevoli profondità semantiche, basta riflettere ai temi di tante sue liriche, alle immagini evocate con perizia, per comprendere che la sua poetica è frutto di pensieri vigili e una logica espressiva ben definita. Il suo comporre è esente da ortodossie per quel che riguarda lo stile, anche quello moderno, avanguardista. Il suo è un percorso poetico autonomo, immune da ogni ‘contaminazione’ di tendenze o stili collaudati, ed è qui la differenza, questo è l’aspetto che le ha permesso di attirare l’attenzione degli accademici della poesia, così come della gente semplice, pur senza perseguire volutamente questo obiettivo.
Proprio la gente comune, infatti, nella sua poetica, si è sentita protagonista in questo appello. In quell’esile filo d’inchiostro che scorreva nelle pagine aperte della sua esistenza, la Szymborska ha saputo intrecciare con maestria, fra trama e ordito, il tessuto di un’umanità autentica e verosimile, con la sua forza e le sue fragilità. Profilo tracciato con l’esuberanza di un estro creativo a tratti quasi balzano, certamente in virtù dei semplici espedienti linguistici, con espressività accattivante, intrigante direi.
Così sono stati forgiati i suoi versi, ed è per questo che nelle sue opere il lettore si sente quasi guidato, condotto o ‘scaraventato’ in ogni versante della vita, suo malgrado; può capitare di sentirsi sorpresi in quelle scene di vissuto qualunque, quasi colti in flagrante,
e infine assolti, in veste di comuni mortali, dal ‘peccato originale’ dell’in-coscienza, per via di una ragione che trova sempre i suoi svincoli nell’imperfezione umana.. E’ il sentirsi uno –nessuno- e centomila che in fin dei conti porta alla remissione delle debolezze proprie di questa condizione.
E’ stata la miniera dalla quale la Szymborska ha attinto questa ‘materia’, l’ha poi resa duttile all’apparenza per renderla più fruibile, idonea a tutti i recettori mentali di chi si avvicina a lei con una certa diffidenza, proprio per quel suo disarmante ‘vizio’ di scandagliare la verità dietro un muretto a secco, o dal davanzale di una finestra, talvolta dalle fessure di una porta che forse filtra solo spiragli della realtà che circola nei vicoli chiusi della società del nostro tempo.
Certe sue composizioni sembrano irruenze nel quotidiano, desiderio di cogliere la vita in momenti di non vigilanza, quando gli eventi sono l’appendice di un naturale iter comportamentale. Il suo saper essere spontanea, diretta, se stessa di fronte all’aleatorietà delle vicissitudini umane, era una linea interiore già tracciata in lei, per questo la sua poesia è vera e autentica. E’ un raccontarsi e raccontare che viene dalla ‘fonte’, ed è un vissuto senza rivolgimenti; occhio attento e acuto ai movimenti delle cose, al quale non mancano diottrie, proprio perché sa andare oltre le quinte delle verità più in ombra.
Le immagini del suo comporre sono quasi sempre aperte, non fa eccessivo uso di figure retoriche, forse sinestesie e similitudini, sono le più ricorrenti; talvolta invece i suoi componimenti sono allegorie, rimandi ad altri contenuti che tuttavia non richiedono cervellotiche indagini di pensiero per comprenderne il senso. Tutto è disponibile, comprensibile, ‘a portata di senso’; la semplicità le ha permesso di distinguersi, dileguarsi da un orizzonte stilistico orientato, a partire dal novecento – con autori come Else Lasker Schuler, Stramm e tanti altri – alla rappresentazione poetica in forme espressive inedite ed avanguardiste delle tematiche più in rilievo, riguardanti la società in generale, la solitudine umana, attraverso provocazioni. o esplosioni d’ingegno e ribellione..
Mittner, nella sua opera dedicata all’espressionismo, parla proprio di ‘energia esplosiva’. Ma questa energia non era forse simile a quella dei poeti di Montmartre, nella fattispecie a Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé?.. Non sono stati certo autori docili al romanticismo, ma autentici rivoluzionari nell’arte dello scrivere in versi. Così come lo furono gli artisti dell’espressionismo, corrente letteraria nata in Germania e ormai lontana dallo ‘Sturm und drang..’
La Szymborska è distante da questi fermenti letterari, il suo fervore poetico ci appare quasi un rientro, un ritorno all’Arte più vicina alla dimensione naturale, dove le percezioni hanno moduli espressivi che esaltano semplici rituali di vita, intesa come ragione fondamentale di ogni individuo.
Uno dei testi più affascinanti del repertorio poetico di Wislawa Szymorska:
NULLA E’ IN REGALO
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso
la chiamano anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.
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Altro su Wislawa Szymborska:
‘Addio alla poetessa della quotidianità’ - di Cesare Martinetti






