Benni è irriverente, comico e originale. Uno scrittore, un poeta, un cantastorie. I suoi scritti, i suoi racconti, le sue esilaranti battute si infilano con leggerezza e acume raro nel mondo, come lame taglienti perché colpiscono, vanno in profondità. Mai in maniera banale, il suo senso del ridicolo affonda nella tragico, dal terreno si passa alla trascendenza, dal quotidiano ci porta sulle ali della fantasia in un mondo sconosciuto, così lontano e assurdo che fatichiamo a riconoscere come il nostro. Quindi ci irretisce con la sua prosa, convincendoci a fidarci di lui, poi di colpo sferra l’attacco che ci obbliga a metterci in gioco. Un’autoanalisi, in cui ritroviamo noi stessi, nei vari personaggi, nelle varie situazioni. Con brutale suggestione e fulminante comprensione capiamo che parla di noi del nostro mondo della nostra società, delle nostre bruttissime bellezze….e allora spesso sono dolori.
Il suo ultimo assurdo e doloroso monologo, dal titolo “La misteriosa scomparsa di W”, prodotta da Tieffe teatro, con la regia di Emilio Russo, sarà in scena da venerdì 24 febbraio, all’interno della stagione Vado al Mil 2012, con protagoniste la bravissima Marcela Formenti. Un monologo in cui una donna qualsiasi, di nome V, nata un giorno qualsiasi in modo iperbolico, ripercorre la sua vita alla ricerca del suo pezzo mancante W. V è perciò una parte che cerca il suo tutto, come nel mito della mela di Platone, tentando di dare una spiegazione al suo senso di infelicità e incompletezza. Nel farlo si interroga su povertà e guerra, amicizia e intolleranza, giustizia e amore:” Tutto sembra sfaldarsi attorno a lei: scompare il coniglietto Walter, viene a mancare il nonno Wilfredo, sfuma l’amicizia con la compagna di scuola Wilma e si chiude squallidamente la storia d’amore con il fidanzato Wolmer.
Dice la protagonista: “Sono stata con Wolmer 6 anni e 2 mesi. Abbiamo totalizzato 12.346 baci e 854 coiti con una media di orgasmi per lui del cento per cento, per me del sedici per cento, media complessiva, secondo lui, del cinquantanove per cento, che non è male”.
La signorina V semplice, non si sa bene come né quando, ha perso W doppio, e con esso ha smarrito l’equilibrio, la razionalità; si direbbe abbia perso il senno, ascoltando il suo vibrante, concitato, surreale soliloquio. È sola sulla scena immaginata da Stefano Benni, protagonista di una profonda autoanalisi, lucidamente autoironica. È incompleta V, e cerca se stessa o un senso che ne tenga insieme tutti i pezzi; il monologo rivive la sua esistenza costellata di W, il nonno Wilfredo, anarchico e affettuoso, il fidanzato Wolmer, pragmatico e razionalista, la compagna di scuola Wilma. Rievocando il miracolo della sua nascita, prosegue lungo un flusso di coscienza ironico e smaliziato sdrammatizzando i limiti e le contraddizioni dell’uomo.
Le parole di Benni, sono come sempre agili, paradossali e dissacranti ci racconta la lotta e la rabbia che sta dentro la necessità di sopravvivenza e di difesa dello spirito critico, in un copione teatrale dove il comico è un esercizio di ribellione, un tocco di follia magica che trasforma l’angoscia in risata liberatoria.
Stefano Benni parla uno strano dolce linguaggio. Ci racconta assurdi e melanconici paradossi. Descrive un mondo antico, fatto di moderni egoismi. E’ uno strampalato menestrello, un cantore di fiabe che hanno radici non nel mondo zuccheroso di Walt Disney ma nelle oniriche bellezze e al tempo stesso nelle astrali bruttezze che circondano i nostri mondi.
Emerge, come in un delirio senziente, di colpo quella realtà dei fatti, che ci mette di fronte a responsabilità oggettive. Così dall’assurdo, dalla sua immaginifica fantasia, si arriva a noi. Tutti noi.





