Leader-centauri per governare il mondo globale (GIANNI RIOTTA)

La Carnival corporation, nota in Italia per il naufragio Concordia, è celebre invece negli Usa del dibattito fiscale perché, con 11,3 miliardi di dollari in profitti (8,70 miliardi di euro) paga in tasse un’aliquota da sogno per ciascuno di noi, l’1,1%.

E badate, senza nessun sospetto di evasione fiscale, solo usando con abilità il codice fiscale americano gruviera. Mentre Washington impone, per legge, una severa aliquota del 35% alle corporations, spesso più alta di quelle in uso in Europa, in realtà i «loopholes», le scappatoie del sistema permettono, legalmente, alla General Electric di pagare il 14,3%, alla Boeing di cavarsela col 4,5 e a Yahoo di saldare il conto con lo Zio Sam con un virtuale 7%. Delle compagnie di Standard & Poor’s 39 pagano meno del 10%, 112 meno del 20%.

C’è chi lavora sulle norme per i profitti ottenuti all’estero, chi sui macchinari acquisiti, i progetti, le ricerche. Le lobbies lavorano ai fianchi il Congresso per ottenere nuovi «loopholes», gli uffici fiscali impiegano legioni di avvocati e commercialisti, il risultato è un mercato distorto, proventi che restano artificialmente lontani dai confini nazionali, aerei comprati non perché servano ma perché innescano riduzioni fiscali, ricerche farmaceutiche che non porteranno mai a un nuovo farmaco, solo a sgravi.

Che il sistema vada riformato lo chiedono da anni politici liberal e conservatori, economisti, le aziende migliori, persuasi che la droga fiscale alteri l’innovazione. Il presidente Obama ha parlato di «sistema peggiore del mondo», invocando novità nel Discorso sullo Stato dell’ Unione. E’ perciò importante la riforma del codice fiscale per le aziende che l’amministrazione Obama ha presentato ieri, con il ministro Geithner, per ridurre la marziale ed elusa aliquota del 35% a un più ragionevole 28%, eliminando però parecchi – non tutti – «loopholes», e permettendo meno slalom fiscale alle aziende. Da una generazione il sistema fiscale, per i cittadini e le corporations, non conosce seri aggiornamenti ed è dunque importante che la Casa Bianca affronti infine il tema. Non aspettatevi però che, in un anno di elezioni presidenziali, con il ministro Geithner che lascerà l’incarico nel 2012 e in un clima pessimo tra repubblicani e democratici, la riforma vada in porto, almeno nel testo diffuso ieri.

Lo sa il presidente Obama, lo sanno i rivali repubblicani Romney, Santorum, Gingrich e Paul – che si sono affrettati però a promettere i loro totem di riforma fiscale con Romney a parlare di 28% ma per i cittadini -, lo sa il Congresso e lo sanno aziende e lavoratori. L’importanza dell’annuncio di ieri consiste invece nel ridefinire il terreno e i temi su cui si disputerà la grande stagione elettorale 2012-2013, presidenziali Usa e Francia, politiche in Italia e Germania: fisco, imprese, nuovo lavoro, uguaglianza sociale, austerità, sviluppo, tecnologia, rapporti tra i ceti sociali reali del XXI secolo. Non più il «capitalista» con sigaro e cilindro come nelle caricature espressioniste di Grosz contro l’operaio muscoloso che spezza le catene delle vecchie tessere socialiste, con in mezzo il borghese, caro al regista Frank Capra e irriso dalla beat generation. No, le due grandi classi della «società clessidra», con il ceto medio che perde forza al centro e, in alto coloro che possiedono gli «skills», le tecniche del nuovo sapere tecnologico, in basso coloro che non li conoscono ancora, rischiando lavoro, futuro, identità sociale.

I movimenti che hanno polarizzato l’America, più evento mediatico che sommovimento politico, Occupy Wall Street e Tea Party, in apparenza rivali a «sinistra» e «destra», sono in realtà espressione dello stesso scontento contro un’economia che non riesce a dare ai «blue collars», gli operai, come a piccole e medie imprese, le garanzie di sviluppo che il sistema pre-globalizzazione e informatica garantiva. Il codice fiscale di Obama – che auspica anche nuove norme per i cittadini, come già anticipa Romney con il suo 28%, ma sa di non averne ora la forza – è manifesto elettorale, segnale contro le lobbies, ma senza scoraggiare le corporations che, nella globalizzazione, decidono dove fare, e tenere, i profitti. Obama deve dare perfino uno spruzzo di protezionismo, più di propaganda che reale, senza però spaventare i mercati.

Le stesse regole determineranno il duello tra il socialista Hollande e il presidente Sarkozy in Francia. Hollande può oggi parlare di «nuovo negoziato» con l’Europa sullo sviluppo, ma sa bene che non potrà mettere a rischio la credibilità finanziaria di Parigi, già un po’ spiumata. Se promette di assumere 60.000 nuovi insegnanti, di rilanciare le 35 ore di lavoro o ritardare i pensionamenti, poco importa: se gli insegnanti non saranno preparati ai nuovi saperi, se i lavoratori non aumenteranno la produttività e il Paese non lavorerà di più e meglio, il suo sogno si infrangerà contro la realtà, come il Mitterrand utopista del primo mandato lasciò presto il posto al Mitterrand pragmatico della maturità. Sarkozy dal podio chiama a un micidiale referendum sulle «regole europee» rischiando un bis del quasi no francese a Maastricht (+1% a favore) e del no alla Costituzione. Scommette per incassare, contro la destra dei Le Pen, un po’ di populismo antieuropeo. E’ in questo – vedete? – identico al Romney repubblicano che a La Stampa dichiara stentoreo: neanche un centesimo per voi europei!

L’Italia si è affidata ai tecnici di Mario Monti, ma alle urne dovrà trovare radice alla stessa equazione, meno spesa senza tasse folli, austerità e rigore senza perpetuare la recessione, sviluppo senza sussidi ai settori obsoleti dell’economia, lotta ai populismi di destra e sinistra. Nello stesso perimetro e con le stesse regole va al voto federale tedesco la Cancelliera Merkel: difendere le esportazioni e il benessere del suo Paese, senza mandare in bancarotta gli europei debitori e innovando un’economia teutonica blindata sulla carta, ma sui progetti XXI secolo, disegno di software per esempio, meno Valchiria.

E’ stato il filosofo Francis Fukuyama a definire il paradosso del centauro che sarà protagonista della politica di questa generazione: il Populista Tecnocratico. Un leader capace di parlare alle elites di Davos, Bocconi, Harvard, Aspen e Ambrosetti, incoraggiare mercati e ceti produttivi, senza alienarsi però chi si sente tagliato fuori dal mondo globale, dandogli anzi chance vera di maturazione. Clinton e Reagan, Mitterrand e Kohl, avrebbero saputo recitare la parte, un cocktail due terzi Progetto ed Economia e un terzo Slogan e Immagine. Vedremo nella lunga elezione Usa-Ue 2012-2013 chi ci riuscirà. Ma solo in chiave di «Populismo tecnocratico» comprenderete il piano fiscale di Barack Obama che, nella forma odierna, mai entrerà in vigore.  (lastampa)

“Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda”Horacio Verbitsky

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