MALAMORE Esercizi di resistenza al dolore Tieffe Teatro di Concita De Gregorio

18 e 19 febbraio 2012 – SPAZIO MIL SESTO SG

Lucrezia Lante della Rovere in

MALAMORE

Esercizi di resistenza al dolore

Tieffe Teatro

di Concita De Gregorio

regia di Francesco Zecca

al pianoforte Vicky Schaetzinger

Sabato 18 e domenica 19 febbraio allo Spazio MIL di Sesto SG, con eleganza e intima passione Lucrezia Lante della Rovere riporta in scena, dopo il successo della scorsa stagione al Teatro Menotti, Malamore, dal testo di Concita De Gregorio, con la regia di Francesco Zecca e le musiche dal vivo di Vicky Schaetzinger.

Lucrezia Lante della Rovere è capace di viaggiare tra i volti, i suoni e i sapori di una narrazione multipla senza perdere di vista il senso di un racconto civile che parla al tempo presente senza deroghe o digressioni. A lei risponde il suono di un pianoforte e la sensibilità di una musicista, Vicky Schaetzinger, che trova tra le note altre suggestioni, altre storie.

E così prende corpo l’universo femminile di Concita De Gregorio: storie di donne comuni, vittime della violenza di padri, mariti, estranei, che vanno incontro alla vita, capaci di sopportarla con lievità e determinazione.

Uno spettacolo capace di scuotere, commuovere, divertire e far riflettere.

Le donne hanno più confidenza con il dolore. Del corpo e dell’anima. E’ un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da essere quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformalo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. Una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.

Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio?

Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata, indicibile, quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Sono esercizi di resistenza al dolore….

Concita de Gregorio

La coabitazione col dolore è inscritta nel corpo della donna, capace di accogliere la vita nuova modificandosi, gonfiandosi, fino alla lacerazione del parto, all’urlo congiunto della vita che nasce e di quella che si fa portatrice di vita. Quasi condannata biologicamente alla sofferenza, l’esistenza femminile è chiamata sin dalla pubertà a conoscere la scansione mensile del dolore (traumatico di un aborto), ad addomesticarsi alla vista del proprio sangue.

Donne addomesticate dal dolore, da una storia di dolore che da Eva all’infermiera di Napoli morta protestando attraverso la donazione del suo sangue continua a scorrere sugli stessi binari. Perché le donne accettano così titanicamente di convivere col dolore? Questo l’interrogativo che serpeggia nelle voci di Malamore. Questo l’incipit del nostro percorso immersionista in alcune delle donne di Concita.

Dora mar: la compagna del genio, la donna di Picasso sopravvissutagli pur di potergli infliggere il giusto castigo: il suo perdono.

La prostituta bambina, per la quale “è una fortuna non essere femmine perchè le femmine vivono solo 12 anni”

La prostituta su appuntamento, che non sente più la nausea, perchè non sente dove fanno schifo gli uomini.

La prima moglie che sopravvive a suo marito Barblablù, perchè riesce a guardare l’orrore e a rimanere ferma, non rifiutandosi di vedere ma attraversando l’inferno.

Luo: la giovane donna cinese che riesce a trovare un accordo con le decine di aghi sparsi nel suo corpo.

Il loro talento è quello di tenere duro, di riuscire a trasformare il dolore in forza. Sono, alla fine, i gesti ordinari, che rendono straordinarie tutte queste storie. Combattere, spingere la sorte più in la, finchè si può, finché si deve.

Attraversare la forza eversiva da cui sono abitate queste storie è stato ed è il nostro punto di partenza e la nostra meta: farle brillare della giusta luce, accreditando loro quella potenza della “parola vissuta” che la pagina scritta non può tributargli. Viverne la vita nella trama delle parole, edificando il perimetro in cui poter dar loro una vibrazione di anima e di corpo, di respiro, di carne, un fremito di realtà, una scìa luminosa che ne testimoni il passaggio.

Strumento vitale di questa “messa in realtà” è stata Lucrezia che con la sua luce, e straodinaria umanità e bravura, mette al servizio corpo, anima e voce a tutte queste urla di donne che sottovoce chiedono di essere ascoltate.

A creare un dialogo fra il dire e il desiderio di dire, la musica di Vicky, capace di aprire finestre immaginative a cui il pubblico, tramite e con Lucrezia, si affaccia chiamato a vivere il dovere morale, della com-passione, del “sentire insieme”.

Francesco Zecca

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