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Bonus bebè negato agli stranieri: condannato il comune leghista di Adro

Dopo la mensa negata, la scuola zeppa di simboli leghisti (ndr: vedi video*), il contributo affitto negato agli stranieri

Il giudice del lavoro Mancini: «atti discriminatori».

Dovrà risarcire otto stranieri che non hanno ricevuto il bonus bebè e una donna rimasta esclusa dal contributo per l’affitto il Comune di Adro, già condannato dal Tribunale che aveva bollato come «discriminatori» i due provvedimenti nella parte in cui escludevano gli stranieri dai benefici e già noto per la vicenda della scuola targata Lega Nord.

Oscar Lancini
È quanto ha stabilito il tribunale d’appello di Brescia (giudice del lavoro di Brescia Maura Mancini), che ha accolto due ricorsi presentati da famiglie di extracomunitari. L’amministrazione, guidata dal sindaco leghista Oscar Lancini, è stata così condannata sia a risarcire i danni a otto stranieri rimasti esclusi dal bonus bebè, che a versare il contributo per l’affitto a una marocchina che ne aveva diritto. Nel primo caso dovrà versare una somma totale di 2.446 euro (pari al 50% del contributo) ai ricorrenti, otto stranieri che erano rimasti tagliati fuori dal bando per accedere al bonus bebè nonostante la clausola che escludeva gli extracomunitari fosse stata dichiarata illegittima dal tribunale.

La seconda sentenza riguarda una cittadina marocchina, alla quale è stato riconosciuto il diritto di ricevere 524 euro come contributo per l’affitto. In entrambi i casi, quando il giudice aveva condannato l’esclusione degli stranieri dal bonus per i nuovi nati e dai fondi per gli affitti destinati alle persone indigenti, Oscar Lancini attraverso una determina aveva imposto agli italiani di restituire la metà delle somme già ricevute, bloccando i versamenti in attesa che si rimpinguassero le casse comunali. Provvedimenti oggi condannati dal giudice del lavoro. «La sentenza non ci lascia completamente soddisfatti, perchè non ripristina integralmente la parità di trattamento – ha commentato Alberto Guarisio, legale degli otto stranieri – ma conferma che la pervicacia con la quale il Comune persegue l’obiettivo di emarginare e discriminare gli stranieri trova comunque un solido argine nelle norme di legge della nostra Repubblica».

Redazione Online

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Bonus bebè, malus per me (Nadia Busato. BS)

È l’estate del 2009 quando, pagina di quotidiano locale vecchia di un anno alla mano, compongo per la prima volta il numero dei Servizi Sociali del Comune di Brescia.
Lo ammetto: ero incinta, piena di vita, piena di speranza e anche di aspettative.
Il futuro mi sorrideva.
E, nel mio delirio progestinico, anche gli impiegati comunali.

- Sportello Servizi Sociali. Dica?
– Buongiorno, signora. Sto per avere un figlio e vorrei informazioni sul bonus bebè destinato ai nuovi nati.

– Che informazioni vuole signora? Il bonus bebè non c’è più.
– Come non c’è più? Ma qui ho un giornale che dice esattamente… Aspetti, le leggo: Il Comune di Brescia regala mille euro a ogni nuovo bambino.
– Signora, le manca il numero che dice: Sospeso il bonus comunale per i nuovi nati.
– Ma com’è successo?
– La scusa è che troppe famiglie extracomunitarie hanno chiesto il bonus e quindi è stato sospeso.
– Sospeso non significa annullato.
– La pensi come crede.
– … scusi, però, qualcosa non mi torna. In che senso “troppe famiglie extracomunitarie”?
– Signora, avrei gente allo sportello.
– Capisco. Però questa me la deve spiegare: ma un bambino che nasce in Italia non è semplicemente …italiano?
– Non le faccio io le regole, signora.
– Sì, certo. Però le applica. Non crede che -se la scusa è davvero questa- sia un tantinello razzista e pure un po’ idiota?
– Dovrebbe dirlo a qualcun altro.
– E a chi? Io qui sono il cittadino, lei il Comune. E mi sta dicendo che i bambini che nascono a Brescia non sono tutti uguali: ci sono i più italiani e i meno. E si aspetta che io prenda per buona questa giustificazione?
– E che dovrei dirle?
– Che la campagna elettorale è finita, che ci sono i soldi per cambiare le fioriere nelle piazze ma non per dare un aiuto (se aiuto vogliamo definirlo…!) alle famiglie.
– …ha finito?
– No. Vorrei che riferisse al suo capo che i bambini che nascono in questa città sono tutti italiani e hanno gli stessi diritti.
– Signora… non è il mio capo.
– Bhé, è il sindaco.
– Sì, per cinque anni.
– Quindi… mi sta dicendo che forse il bonus tornerà, magari con un altro sindaco?
– No, le sto dicendo che io sono qui da molto più tempo di ogni sindaco. E che non dovrebbe arrabbiarsi.
– … [sospiro deluso]
– … però riprovi, certo. Magari mi sbaglio e questa volta sarà diverso.
– Capito. Ci sentiamo.
– Arrivederci. E auguri.
– Mi sa che ne avrò bisogno. Grazie.

Poi passano due anni. E nella primavera del 2011 io sono di nuovo incinta. E gli ormoni mi fanno l’effetto di un’amnesia speranzosa. Così, dopo che un’amica mi riferisce una voce, ricompongo il numero dei Servizi Sociali.

- Sportello Servizi Sociali. Dica?
– Salve. Ho sentito che è stato ripristinato il bonus bebé per i nuovi nati. Me lo conferma?
– Non so dove l’abbia sentito, signora. Il bonus è sospeso dal 2008.
– Non è stato l’anno di elezione del sindaco?
– Sì, signora. Se non ha avuto figli in quell’anno, non ha diritto al bonus.
– Quindi, o facevo figli quando ha vinto il sindaco o la mia unica speranza è aspettare un altro sindaco? Ma io sono incinta adesso!
– Mi dispiace.
– No, non lo dica.
– Ha capito cosa intendevo!
– Sì: che faccio figli nella città sbagliata.
– No: fa solo figli con il sindaco sbagliato.
– …

Chissà se con un sindaco donna sarebbe stato tutto più giusto.

cds/Brescia

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Baby-pensioni, 13mila «privilegiati» Il 62,5% dei baby pensionati è concentrato al Nord (Ferruccio Pinotti)

Numero di Baby pensioni per regioni

Vivono garantiti oltre metà della vita, svolgono varie attività o lavorano in nero

Baby pensioneSono un esercito, sono ancora giovani, hanno smesso di lavorare tra i 39 e i 50 anni e spesso si sono costruiti una nuova attività forti della sicurezza che deriva loro da un assegno che puntuale fluirà in banca sino alla morte. Sono i quasi 13.000 (12.955 per la precisione) i baby-pensionati di Brescia e provincia (fonte Inpdap di Brescia). Un bel gruppo di fortunati concittadini che per quasi metà della propria vita può contare su un vitalizio privo di rischi, in un’epoca in cui il lavoro non è più una certezza e in cui i giovani non sanno nemmeno se avranno una pensione (e se sì, sarà da fame).

Le baby-pensioni sono state introdotte nel 1973 dal governo Rumor e cancellate quasi venti anni dopo, nel 1992. Chi ne aveva diritto? Chi aveva 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi se si trattava di donne sposate con figli, 20 anni per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali.
In media i baby pensionati ricevono un assegno di circa 1.500 euro lordi al mese. Cifre di tutto rispetto, se si considera che mediamente incassano la pensione per più di 30 anni, avendo versato pochissimi contributi. I 13.000 bresciani percepiscono minimo tre volte rispetto a quanto hanno versato. Chi sono i baby-pensionati? Il 78,6% – quasi 8 su 10 – sono dipendenti pubblici: insegnanti, infermieri, medici, altri impiegati statali. Di questi più della metà (il 56,5%) sono donne.
Per quanto tempo restano in pensione? In media il 48% della loro vita, ovvero più di 40 anni, se si considera una durata media dell’esistenza di 85,1 anni. Ma ci sono, tra questi 13.000 bresciani, dei fortunatissimi baby pensionati che si sono ritirati dal lavoro a 35 anni e che restano in pensione quasi 54 anni, ovvero il 63,4% della vita, molto più della metà della loro esistenza. Davvero non malvagia anche la condizione di coloro che sono andati in pensione tra i 35 e i 39 anni: restano in pensione 47 anni, il 55,8% della loro vita.

Il 62,5% dei baby pensionati è concentrato al Nord: al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi e un record assoluto di 2 baby-pensionati su 10. Al secondo posto c’è il Veneto con 56.785 assegni, il 10,7% del totale. Al terzo e quarto posto Emilia Romagna e Piemonte, rispettivamente con 52.626 e 48.414 assegni, circa il 9% del totale. Non a caso la Lega sta puntando i piedi contro ogni intervento in materia; e tra le baby-pensionate c’è pure la moglie di Bossi, Manuela Marrone. Ernesto Cadenelli, segretario di Cgil Pensionati, invita a non alimentare l’invidia sociale verso i 13.000 baby-pensionati bresciani: «Tredicimila baby pensionati su circa 350.000 pensioni non sono tanti. Inoltre queste persone percepiscono tra 600 e 800 euro netti al mese, quindi non si tratta di grandi cifre. Certo è vero che molti di questi 13.000 si sono messi in proprio, aprendo studi professionali o la partita Iva». E i baby pensionati che lavorano in nero? «Beh, in effetti il 25% del Pil italiano è fatto di economia sommersa. Certo posso capire che un giovane sia arrabbiato, ma prima di chiedere un contributo di solidarietà ai baby pensionati attacchiamo le pensioni d’oro e tassiamo i grandi patrimoni».

Alfonso Rossini, segretario generale della Cisl, getta acqua sul fuoco: «Le baby pensioni sono una merce di scambio per lavori poco pagati e con scarse prospettive di crescita. Quindi è ingiusto accanirsi a posteriori. Certo è vero che il 71% delle pensioni Inps a Brescia sta sotto i 1000 euro, con forti differenze tra uomini e donne. Ma opporre gli uni agli altri è sbagliato, è una guerra tra poveri».
Ma ai giovani arrabbiati si risponde difendendo i baby pensionati? «Il confronto con i giovani rischia di animare una invidia che va smontata. Certo i giovani vivono un problema drammatico. Le pensioni viaggiano ormai al di sotto del 50% del reddito reale. Se non c’è una ripresa dello sviluppo i nostri ragazzi avranno pensioni da fame…»
fpinotti@rcs.it

corrieredellasera

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Stretta sugli ospedali: Brescia è in affano (Thomas Bendinelli)

La crisi e la qualità dei servizi

Gian Antonio Girelli: «una situazione drammatica anche i Comuni non hanno più risorse»

Aumento del ticket, riduzione del budget sui ricoveri ospedalieri, azzeramento delle risorse per le infrastrutture ospedaliere, tagli ai fondi nazionali per le politiche sociali e per la non autosufficienza che si ripercuotono a cascata sui servizi a livello locale. È lo scenario della sanità e dell’assistenza bresciana dei prossimi mesi, sono le ripercussioni delle manovre finanziarie sul sistema sanitario lombardo.

La legge di stabilità approvata il 14 ottobre scorso ha cancellato il miliardo di euro per l’edilizia sanitaria, 86 milioni dei quali avrebbero dovuto riguardare la provincia di Brescia. Oltre a questo ci sono mancati trasferimenti alla Lombardia per un miliardo 300 milioni che riguardano il 2013 e il 2014 e altri 2 miliardi e mezzo (a livello nazionale) di provvedimenti sulla spesa sanitaria già in vigore per la seconda metà del 2011 e il 2012. Che, secondo le linee guida definite dalla Giunta regionale lombarda, si traducono in tagli dell’uno per cento sui budget dei ricoveri per il 2011 e di quasi il 4% sulla diagnostica e attività ambulatoriale, oltre che l’obbligo di contenimento dell’incremento dei farmaci come quelli chemioterapici e di attività extra budget quali radioterapia e dialisi agli stessi livelli dello scorso anno. A completare il quadro ci sono anche le forti riduzioni al Fondo nazionale per le Politiche sociali e l’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, che per la provincia significa passare da 9 milioni 700 mila euro a disposizione a 2 milioni 200mila euro.

Gian Antonio Girelli, consigliere regionale del Pd, critica la politica dei tagli orizzontali che penalizza anche Regioni con i conti in ordine come la Lombardia. Definisce drammatici i tagli ai Fondi per le politiche sociali dal momento che «i Comuni non riusciranno a mettere risorse proprie». E, sulle infrastrutture, afferma la necessità di definire le priorità, di fare «lobby» tra le diverse forze politiche e provare a convogliare parte delle risorse regionali sulla provincia. Margherita Peroni, consigliere regionale Pdl alla guida della commissione sanità, osserva: «Noi siamo disponibili a ragionare insieme e già lo facciamo», sottolinea. Poi aggiunge: «Il contesto nazionale è difficile e tutti devono fare la loro parte ma certo è che per la Lombardia, che ha i conti in ordine dal 2003, non ci siano grandi margini di recupero».
thomas.bendinelli@libero.it

cds/Brescia

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Nuovi poveri, a Brescia +20% E non sono soltanto immigrati Natalia Danesi

 

L’ALLARME. In Lombardia la povertà relativa è inferiore alla media nazionale. Ma sul piano locale l’emergenza resta alta
Ai Centri d’ascolto diocesani in costante aumento anziani, papà separati e giovani under 35 «Boom» di interventi di sostegno

Sempre più Bresciani si mettono in fila ai Centri di ascolto della Caritas diocesana di città e provincia per chiedere aiuto. Disoccupati e cassintegrati, genitori soli o anziani che con la pensione non riescono ad arrivare a fine mese. L’occasione per fare il punto su questa emergenza sempre più attuale arriva dall’annuale rapporto anticipato ieri in occasione della Giornata mondiale dedicata alle nuove povertà e all’esclusione sociale.
IL DOCUMENTO rileva che in Lombardia la povertà relativa è inferiore alla media nazionale e peraltro in lieve calo: nel 2010 nella nostra regione coinvolgeva il 4 per cento delle famiglie (a fronte del 4,4 per cento dell’anno precedente). Rispetto a solo due anni fa, tuttavia, si evidenziano dinamiche non particolarmente positive. Pur diminuendo del 15,5 per cento le famiglie lombarde che arrivano a fine mese con molta difficoltà, aumentano del 7,3 quelle deprivate secondo l’indice Eurostat o che non riescono a riscaldare la casa adeguatamente. E ancora, sono il 7 per cento in più i nuclei che non riescono a fare un pasto adeguato ogni due giorni. Insomma la crisi morde e gli effetti, che fino a qualche mese fa sembravano solo accennati, ora saltano agli occhi con tutta la loro drammatica emergenza.
La Caritas non ha diffuso dati dettagliati per provincia, ma dalla riflessione affidata al direttore Bresciano Giorgio Cotelli emergono numeri allarmanti. Una sommaria elaborazione sull’attività dei Centri d’ascolto rivela che in quattro anni i nuovi poveri nell’area diocesana Bresciana sono aumentati circa del 20 per cento.
Per nuovi poveri si intendono soprattutto, o almeno questa è la fotografia che emerge a livello locale, gli anziani, le persone che hanno perso il lavoro, i papà separati. Spuntano tra gli «emarginati» anche nel nostro territorio gli under 35. Il trend conferma quello nazion ale. Si pensi infatti che in tutta Italia in soli cinque anni, dal 2005 al 2010, il numero di utenti giovani è aumentato del 59,6%. Tra questi il 76,1% non studia e non lavora
Non hanno registrato lo stesso incremento per esempio le povertà «tradizionali», la cui crescita è stimata a Brescia nell’1-2 per cento. Un fenomeno che pure in Lombardia ha un certo peso se si considera che, come evidenzia il rapporto nazionale, solo nel 2009 le mense dei poveri hanno erogato oltre un milione e mezzo di pasti pari ad una media di circa 4.200 al giorno.
DAL 2009 AD OGGI poi, spiega Cotelli, sul territorio diocesano la controtendenza riguarda soprattutto la nazionalità dei disagiati, che non sono prevalentemente immigrati in cerca di un appoggio per radicarsi a Brescia. Se prima almeno il 70 per cento degli utenti era straniero, gli italiani sono sempre di più, si registra un aumento almeno del 40 o 50 per cento.
Con numeri così importanti e con emergenze così difficili da gestire sta diventando sempre più impegnativo, appunto, anche l’impegno della Caritas Bresciana che ha quadruplicato gli interventi annuali di sostegno «immediato» alle situazioni di disagio (pacchi viveri, microcredito, fondo speranza): da 15 mila all’anno sono diventati, spiega Giorgio Cotelli, ben 59 mila.

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«La povertà non è colpa di chi è in difficoltà» Manuel Venturi

BRESCIA – IN LARGO FORMENTONE. Volontari in campo per la Giornata mondiale
Mostarda: «Nessuno se la va a cercare… Il volontariato compensa le mancanze dello Stato»

La povertà non è una colpa: è il messaggio della Giornata mondiale contro la povertà, che ieri in città ha registrato la partecipazione di numerose associazioni. Riunitisi in largo Formentone, i promotori hanno occupato gli spazi adiacenti Palazzo Loggia per ricordare che la povertà non esiste solamente nei Paesi sottosviluppati dell’Africa, ma è una realtà che non risparmia neppure Brescia. Eloquenti le immagini della mostra fotografica allestita in piazza per svelare le condizioni in cui versano molte persone in città: il dormitorio San Vincenzo, la mensa Menni, la Caritas e il Centro migranti ogni giorno accolgono tantissime persone in difficoltà, nella quasi totale indifferenza dei più. Quello che fa più male, secondo la vicepresidente del Csv, Adriana Mostarda, è che «la povertà è percepita dalle classi più ricche come una colpa: sembra che chi è in difficoltà se la sia cercata. Ed è assurdo. La situazione di oggi è pesante, ci sono sempre più persone che stanno male».
In questo clima, il volontariato cerca di reggere l’urto della crisi, ma dal Csv denunciano «il ritiro delle istituzioni, che dovrebbero essere le garanti dei diritti: la povertà è presa di mira anche nella Dichiarazione mondiale dei diritti dell’uomo, e il compito dello Stato è ovviare a questa situazione. Invece il nostro Paese è assolutamente inadempiente in materia. Perciò interviene il volontariato – sottolinea Mostarda -, ma sempre nel rispetto della dignità e dei desideri di chi dobbiamo aiutare: a volte anche noi sbagliamo».
SE IL DOVERE della comunità è alleviare le sofferenze dei più poveri, le associazioni ieri ce l’hanno messa tutta per regalare qualche ora di felicità e svago a chi è più in difficoltà. I volontari hanno offerto per tutto il pomeriggio una merenda a base di pane e nutella, brioche, biscotti e torte, e all’ora di cena è stato cucinato un minestrone, poi offerto a chi ne ha più bisogno. C’è stato anche tempo per spettacoli musicali e per danze popolari da parte del Gruppo Salterio. E un banchetto offriva gratuitamente vestiti, giocattoli, borse e scarpe ai bisognosi.
«Siamo vittime di un grande abbaglio, secondo cui per risolvere la crisi si devono limitare i diritti – ha commentato don Fabio Corazzini di Pax Christi -: così si sono formate ampie sacche di povertà, e si sono ridotti il diritto all’istruzione, alla casa, all’accesso al credito. Ma in questo modo si riduce il livello di democrazia. E anche la Chiesa deve cambiare atteggiamento: gli aiuti delle parrocchie sono importanti, ma dobbiamo essere più poveri e recuperare il concetto di giustizia».

bresciaoggi

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BRESCIA, IL CIVILE E L’ACQUA. Un ospedale irriconoscibile

Egregio direttore, le scrivo in merito all’articolo apparso ieri sul Vostro giornale, riguardante le dichiarazioni del Direttore Sanitario dell’Ospedale Civile, secondo il quale non è vero che l’acqua viene razionata ai pazienti.

Sono stato ricoverato a maggio nel reparto di neurochirurgia maschile per un intervento di terzoventricolocisternostomia endoscopica e, ad agosto, questo intervento è stato ripetuto. A distanza di tre mesi, ho trovato un ospedale irriconoscibile.

Nella mia ultima e più recente permanenza, infatti, mi è capitato di chiedere dell’acqua fuori dagli orari di pasto, dato che, senza impianto di condizionamento, il caldo in corsia era davvero insopportabile. La risposta data da un’ausiliaria è stata questa: «L’acqua la trovate nel vassoio, a pranzo e cena». Questo, a maggio, era davvero impensabile che potesse succedere. C’era acqua per tutti e venivano portate in camera più bottiglie al giorno.
Se è vero che qualunque medico consiglia di bere molto, specialmente d’estate, si capisce che non è pensabile che l’acqua venga meno proprio in ospedale.

Non è assolutamente vero che l’acqua viene data fuori dagli orari di pasto (cosa che succedeva a maggio) e questo non fa altro che rendere più faticosa la degenza già resa difficile dalla patologia per cui si viene ricoverati. Il personale medico, infermieristico ed ausiliario svolge il proprio lavoro in maniera impeccabile, cercando di sopperire nel migliore dei modi possibili alla mancanza d’acqua, l’accorpamento dei reparti con sovraffollamento delle corsie e la conseguente mancanza di posti letto. Situazione imputabile a chi gestisce l’organizzazione dell’Azienda Ospedaliera.

Lettera firmata

bresciaoggi

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BRESCIA, IL CIVILE E L’ACQUA. Sete? Scendere nel seminterrato

Mi riferisco all’articolo di «cronaca» a pagina 11 del Bresciaoggi del 24 agosto 2011 che titolava «Malati senz’acqua? No, la bevevano i visitatori».

Mia figlia è stata ricoverata il pomeriggio di venerdì 19 agosto nel reparto di Ostretricia – Ginecologia (6° piano) perchè in attesa di partorire. Dopo i vari monitoraggi è stata trattenuta per la notte in reparto. Dopo le ventidue ha chiesto una bottiglietta d’acqua e la risposta è stata che non era disponibile, se voleva doveva scendere nel piano seminterrato, dove erano installati i distributori di bevande. Immaginate se una partoriente (la nipotina è nata nella mattinata del giorno dopo) aveva voglia di scendere nei sotterranei di notte, si è accontentata di bere un sorso d’acqua dal rubinetto dei bagni del reparto.

Nei giorni seguenti ho visto numerosa gente entrare per le visite, ma nessuno che beveva l’acqua delle pazienti, anzi portavano numerose bottiglie di acqua fresca a sollievo delle degenti che non disponevano di aria condizionata e che non potevano neppure aprire le finestre per problemi di sicurezza.

Invito la dottoressa Ermanna Derelli ed il Dr. Cornelio Coppini a fare una visita nelle ore di entrata dei parenti nei reparti del 5° e 6° piano della Ostetricia – Ginecologia (Clinica Universitaria!).

Nulla da eccepire per l’assistenza medica, per quella psicologica bisognerebbe rivedere alcuni comportamenti basilari.

Ringrazio per l’attenzione.
Guido Carlo Aletto
OSPITALETTO

 

bresciaoggi

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VOLONTARIATO. Brescia esporta «Mamme e Papà Separati» Elisabetta Bentivoglio

L’associazione ha ricevuto molte richieste d’aiuto anche da fuori e punta a moltiplicare ulteriormente i suoi centri d’ascolto e di sostegno
Dopo Castrezzato inaugurata la sede di Sarezzo. Milano, Roma e Napoli seguono l’esempio. E il 4 settembre festa in piazza

Da gennaio ad oggi le richieste d’aiuto arrivate all’Associazione Mamme e Papà Separati di Brescia sono oltre 300.

Alle rassicurazioni telefoniche «in duecento casi è seguito un incontro faccia a faccia e la conseguente presa in carico del disagio espresso dal genitore», riferisce il presidente dell’associazione Gianluigi Lussana.

L’emergenza del dopo-separazione non conosce crisi, «anzi è stata proprio la recessione di questi ultimi anni ad acutizzare i problemi familiari anticipando rotture che in condizioni economiche migliori forse avrebbero potuto essere evitate», sostiene Lussana.

Le richieste di aiuto all’associazione non sono arrivate solo dal Bresciano. ma anche dal resto d’Italia, complice la collaborazione con il programma televisivo pomeridiano di Rai Uno «La Vita in Diretta», che più volte si è occupata dell’argomento fornendo indicazioni e numeri di telefono per contattare il presidente Lussana, anima e voce di migliaia di mamme e papà separati.

«La pubblicità ci ha inorgoglito, ma subito è seguita la preoccupazione di non riuscire ad assolvere a tutte le richieste – rivela il presidente -. Se si trattasse solo di dare ascolto e comprensione a distanza non ci sarebbe alcun problema ad allargare le maglie dell’associazione all’intero Stivale, ma in molti casi il contatto telefonico non basta».

PER COLMARE il vuoto, Lussana sta pensando di replicare il servizio anche in altre città italiane. Da Milano a Roma, da Firenze a Napoli, da Catania a Siena, nel prossimo futuro l’associazione Mamme e Papà Separati potrebbe moltiplicarsi, «magari lasciando che siano gli stessi genitori che per primi mi hanno chiesto aiuto ad occuparsi della gestione delle sedi satellite, del resto io ho iniziato proprio così». A tre anni di distanza dalla sua fondazione, il gruppo si è allargato, per numero di punti ascolto e per qualità dei servizi offerti. Partita nel giugno 2008 dal Comune di Brescia, «nel 2010 abbiamo inaugurato il punto ascolto di Castrezzato (attivo ogni primo e terzo lunedì del mese dalle 14 alle 16) e un paio di mesi fa abbiamo replicato a Sarezzo (ogni secondo e quarto lunedi del mese dalle 14 alle 16).

Sede che apri, stessi problemi che trovi. Secondo Lussana, le richieste più frequenti si potrebbero dividere in due macro categorie, «difficoltà nel vedere i propri figli (anche nei giorni e negli orari imposti dal giudice) e emergenze economiche». Se nel primo caso la serenità di un rapporto con i figli «spesso è minata dal genitore affidatario che impedisce all’altro di avere libero accesso al minorenne», nel secondo «la preoccupazione di non riuscire a garantire benessere economico alla famiglia mette in crisi il rapporto tra mamma e papà, con tutte le conseguenze del caso».

Per aiutare chi si trova in condizioni di emergenza, abitativa, economica o psicologica, l’Associazione fornisce luoghi e momenti di ritrovo per mamme e papà separati, che si tratti di una stanza dove alLoggiare finchè non si trova una casa propria, di serate danzanti, pomeriggi da trascorrere con i propri figli, o di una cena per stare insieme e condividere problemi comuni. E nel futuro l’Associazione presieduta da Lussana stringerà una nuova collaborazione: «Stiamo lavorando per includere il Banco Alimentare tra le nostre offerte, visto che molti genitori separati varcano la soglia della povertà – annuncia il presidente -. Speriamo di iniziare già a settembre con la prima derrata alimentare, così da assicurare ai 90 indigenti almeno la certezza di un pasto».

Intanto, gli appuntamenti organizzati dall’Associazione hanno permesso a mamme e papà separati di trascorrere un’estate in compagnia: il clou a Ferragosto con la festa al Villaggio Sereno sul campo «Chico Nova» alla presenza del comico di Zelig Giorgio Zanetti nei panni di Suor Letizia. Il 4 settembre sarà la volta di «Cavallini in Festa», l’appuntameno motoristico alla terza edizione con 150 Ferrari a riempire piazza Loggia per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Durante la giornata «in rosso» saranno messi a disposizione dei bambini alcuni simulatori di guida, proprio come quelli in dotazione sulle monoposto guidate da Felipe Massa e Fernando Alonso.

A OTTOBRE (data da fissare) si proseguirà con un convegno che metterà in luce le esperienze dell’associazione maturate in tre anni di lavoro sul territorio. Seguirà il 26 novembre il Gran Galà del Latino Americano, una serata unica che vedrà salire sul palcoscenico del Palabrescia le dieci migliori scuole di ballo della provincia di Brescia. «E la coppia vincitrice – annuncia Lussana – potrà assistere al Festival di Musica Latina di Zurigo 2011».

bresciaoggi

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IL CASO DELLA BIMBA ALBANESE. «I genitori sapevano di dover pagare*» Silvia Ghilardi

L’ospedale replica al grido d’allarme lanciato dal presidente della Fondazione «Caritate Christi Compulsi» per il conto di 49 mila euro
La direzione del Civile: «Purtroppo non possiamo farci carico di tutte le situazioni di bisogno, ma le cure essenziali e urgenti sono garantite»

«I genitori sono stati informati che, non essendoci copertura sanitaria, le cure sarebbero state a pagamento e avevano sottoscritto un impegno in tal senso»: è perentoria la risposta della direzione dell’Ospedale Civile di Brescia sul caso della bambina albanese malata di tumore che, per le cure ricevute, deve ora pagare un conto da 49 mila euro.

Secondo i vertici dell’ospedale sia la giovane madre Eralda Graci sia il padre erano al corrente di tutto fin dall’inizio delle terapie, lo scorso gennaio: da qui lo stupore per il grido d’allarme lanciato ieri dalle colonne di Bresciaoggi.

SEMBRA dunque destinata a incamminarsi lungo una strada senza uscita la vicenda di Deliada, la piccola di venti mesi arrivata a Brescia a gennaio di quest’anno per curare una forma di tumore (astrocitoma pilocitico del chiasma) che le ha colpito sin dalla nascita il cervello e le terminazioni nervose ottiche.

Per le terapie somministratele in questi mesi, l’ospedale Civile di Brescia esige il pagamento di 49 mila euro. Una cifra che i genitori non si possono permettere di pagare.

A sollevare il caso è stato il presidente della Fondazione «Caritate Christi Compulsi» Onlus di Brescia, Massimiliano Nicolini, che da tempo segue madre e figlia albanesi.

«Deliada è arrivata regolarmente in Italia e il sistema nazionale di sanità le ha rilasciato il certificato Stp che autorizza gli ospedali a somministrare servizi e cure come a un cittadino italiano», sostiene Nicolini. Il certificato, però, sembra non basti a garantire le terapie gratuite di Deliada. La direzione del Civile precisa come la normativa vigente preveda che, per i cittadini non comunitari presenti in Italia senza permesso di soggiorno e di tessera sanitaria, siano «garantite esclusivamente le cure urgenti ed essenziali».

Se una persona proveniente da un Paese che non fa parte della comunità europea si trova ad aver bisogno di un intervento urgente, il servizio sanitario nazionale provvede, ma se il caso non rientra in questa categoria la persona interessata deve pagare per ricevere le cure. Ed è il caso di Deliada.

«Accade con una certa frequenza che da paesi esteri diverse persone siano indotte a intraprendere “pellegrinaggi sanitari” confidando nell’accoglienza e nella qualità delle strutture sanitarie italiane – scrive la direzione del Civile in una nota inviata a Bresciaoggi. Purtroppo va ribadito che non è possibile per le nostre strutture farsi carico gratuitamente di tutte le situazioni di bisogno esistenti in tutti i paesi del mondo». Un principio sacrosanto, che fa a cazzotti, però, con l’immagine di una bambina in lotta contro una grave malattia. Un paradosso della sanità e della burocrazia difficile da digerire.

LA DIREZIONE del Civile rimanda al mittente le accuse di non aver provveduto all’assistenza di Deliada, mentre era ospite nella struttura. La Fondazione che segue madre e figlia ha parlato di episodi in cui la bambina «è stata tenuta per ore senza idratazione, alimentazione e cure». «La bambina – replica l’ospedale – non è mai stata rifiutata nè lasciata senza terapie e assistenza, bensì curata e seguita con disponibilità professionalità e cortesia da tutto il personale». Deliada non sarebbe mai stata lasciata sola. Anzi: «I genitori sono stati sostenuti anche attraverso il Servizio sociale aziendale nell’iter burocratico per il rilascio della documentazione sanitaria», assicura il Civile. Ora permesso di soggiorno e tessera sanitaria ci sono, ma il debito va comunque saldato.

bresciaoggi

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